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Rosalía: Lux

Rosalía Lux

Columbia / Sony Music
★★★★½ 4.5/5
Francesco Eandi
| Lo leggi in 5 minuti

Ci sono Rosalía, Björk, Pharrel Williams, mezzi Daft Punk, tutta la London Symphony Orchestra, Dio, la Madonna…

Chi ha ascoltato il primissimo – e fin qui unico – singolo estratto da questo disco, Berghain , sarà rimasto spiazzato il giusto. Perché ok il flamenco, genere con cui Rosalía ha esordito e che non ha mai abbandonato (al massimo celato sotto strati di arrangiamenti), ma per il grande pubblico lei è sempre stata quella di Malamente e di Chicken Teriyaki , di Aute Cuture e di Motomami (la canzone). Insomma: a voler essere superficiali ma onesti, delle tamarrate di elettronica minimalista, ritmi urban, incursioni nel reggaeton ed echi trap. Tutto molto contemporaneo, nella musica come nell’estetica.

E poi? Poi, a distanza di due anni dall'ultimo E.P. Rr realizzato con il rapper portoricano Rauw Alejandro, arriva questo singolo che scompagina tutto. Altro che minimalismo: in Berghain c’è di tutto: un orchestra intera, un coro di venti elementi, ci sono i pianissimo e i fortissimo, c'è Rosalía che canta con voce soprana e poi normale in tre lingue diverse. Ci sono i featuring di Björk e di Yves Tumor.

E d’altra parte, in una recente intervista Rosalía l’ha detto: «Questo è il mio disco massimalista». Escludendo si possa riferire alla corrente omonima del Partito Socialista tedesco di fine Ottocento, l’aggettivo è da intendersi come opposto di minimalista: Lux è infatti barocco, rococò, incredibilmente pieno (anche di idee). Così abbondante di tutto che, a volte, si è sfiorati dalla sensazione che sia addirittura troppo.

C’è l’intera London Symphony Orchestra, tanto per cominciare. Poi, una decina di autori e produttori diversi tra cui spiccano Noah Goldstein, Pharrell Williams e il 50% dei Daft Punk. Ci sono come detto Björk e Yves Tumor e ospiti meno noti (quantomeno per noi italiani) ma di maggiore sostanza come la fadista portoghese Carminho o Sílvia Pérez Cruz, che aveva fatto una comparsata anche a Sanremo nel 2020. C’è che Rosalía ha detto di aver impiegato un anno intero a scrivere liriche tutte di suo pugno e un altro anno a registrare il disco. E che per le parole ha usato 13 lingue diverse, incluso l’ucraino, il giapponese e il francese, giocando prima con Google Translate e poi chiedendo niente meno che a Charlotte Gainsbourg di darle una mano. E che i testi sono ispirati alle vite di santi sui quali si è documentata leggendo l’agiografia, da Santa Chiara d'Assisi a Santa Olga di Kiev. E che ogni lingua è dedicata a una santa o a una mistica diversa. E che…

Ci sarebbero svariate altre cose, ma avete capito. Con tutti questi ingredienti, il rischio di fare una grande frittata era alto. Lux si rivela invece un'opera tanto ambiziosa quanto riuscita, con l'effetto collaterale di far sembrare molto di ciò che affolla le classifiche come roba plasticosa, affrettata, carente di spunti e registrata in cantina.

Sexo, violencia y llantas (sesso, violenza e pneumatici: dopo Motomami, la fascinazione di Rosalía per i motori continua) è la perfetta ouverture, nonché il compendio dell’intero lavoro nella sua dimensione più orchestrale: partenza drammatica, crescendo degli archi, chiusura in maggiore. Tutto in due minuti e venti, cronometrare per credere.

Nella successiva Reliquia l’orchestra si riduce invece a pochi elementi, facendo spazio a un pop cameristico delicato e sognante. Porcelana è un gioiello dove orchestra ed elettronica dialogano perfettamente tra toni scuri e passaggi drammatici. Canzone sulla fragilità – porcellana, appunto – declinata in spagnolo, giapponese e… latino (peccato che il “sum” di «ego sum nihil / ego sum lux mundi» venga pronunciato all’inglese, «ego sam mundi»; mancava forse una Gainsbourg romana a cui chiedere...).

Mio Cristo Piange Diamanti è il tributo al nostro Paese. Non paga delle (pretestuose) accuse di appropriazione culturale che da sempre si trascina dietro per il costante ricorso al flamenco (non è andalusa! non è gitana!), o per gli undici (!) Latin Grammy Awards vinti in carriera (non è una vera latina! è bianca ed europea!), la cantante catalana chiede in prestito (furto! saccheggio!) un po’ di Puccini e di Verdi per la sua interpretazione di un’aria operistica italiana, con libretto – pardon, testo – anch'esso nel nostro idioma, ispirato al rapporto tra San Francesco e Santa Chiara. Al netto della pretenziosità che le citazioni altissime sembrerebbero suggerire, è invece un grande brano dove la versatilità dell'autrice stupisce una volta di più.

Dopo la drammaticità di una Berghain, di cui s'è detto, pochi secondi dopo che Yves Tumor ha urlato con voce filtrata che ci scoperà fino a che non lo ameremo (citazione di Mike Tyson, pare), La Perla comincia come un valzerino in 3/4 in chiave maggiore: sembra una cosa da nulla, ma ormai abbiamo capito come funziona: si parte con una chitarrina pizzicata e si arriva agli archi e ai cori. De Madrugá, La Rumba del Perdón, Memória sono gli episodi in quota musica tradizionale iberica nei quali gli archi servono da sfondo alle chitarre classiche e soprattutto alle prove vocali di Rosalía, che in questo disco raggiunge vette poderose, e delle ospiti Estrella Morente, Sílvia Pérez Cruz e Carminho.

Magnolias è perfetta per chiudere: archi, cori angelici, la voce suadente di Rosalía che suggella il suo lavoro più grande e ambizioso nel modo più teatrale possibile – giocando con la morte: «Sopra la mia bara, KTM che sgommano /Lacrime e caucciù che si sciolgono nel legno /Benzina e vino rosso, sigari e cioccolato /Ballerete con amore sopra al mio cadavere.» E ancora: «Io che vengo dalle stelle / Oggi mi trasformo in polvere / Per tornare da loro».

Certo, Lux è un disco che può serenamente non piacere. Tutti abbiamo qualche sano pregiudizio nei confronti di opere magniloquenti. Tutti abbiamo una vocina in testa che ci ricorda che Rosalía non può davvero vantare nessun primato nell'aver declinato assieme pop, orchestra ed elettronica (e i Dead Can Dance? E FKA Twigs?). Per questi e altri motivi, possiamo decidere che non ci piace. Diversamente, è un disco splendido. Andiamo in pace.

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