Leggenda vivente, ancora praticante
In copertina del suo quindicesimo album in studio, ottavo in questo secolo e da quando, con la scomparsa del patriarca Pops, giungeva a compimento la straordinaria saga famigliare degli Staple Singers, colei che era la piccola di casa, più che il mito vivente che è, sembra la nonna che abbiamo, abbiamo avuto o avremmo voluto avere. Non fosse che per lei diventare nonna, in assenza di prole, non è mai stata una possibilità. Dall’unico marito divorziò quando costui si azzardò a dirle che il posto di una donna avrebbe dovuto essere a casa, non su un palco, e prima di sposarlo aveva rigettato un’altra proposta di matrimonio: “No, Bobby, siamo troppo giovani”.
Bobby era Bob Dylan. Oltre sessant’anni dopo sono ancora fra noi e ancora amici, mentre sfortunatamente da quasi dieci non ci sono più Prince, per la cui etichetta Paisley Park pubblicò un paio di dischi a cavallo fra ’80 e ’90 e fu per lei contemporaneamente mentore e come un figlio, e David Bowie, che andò una volta a omaggiarla in camerino. Incontro fra leggende e quale delle due fosse più emozionata non si sa. È un mondo triste ma che resta anche, fintanto che Mavis Staples canterà per noi, bellissimo. Magari la vedrebbe così pure Mark Linkous, in arte Sparklehorse, dal cui sparuto catalogo proviene il brano che, reso come un luttuoso blues, intitola l’album.
Mavis Staples è sempre stata un’interprete eccezionale, dacché sedicenne la sua resa di pazzesca maturità di una canzone del 1879, Uncloudy Day, catapultava gli Staple Singers dal circuito del gospel allo stardom. Era il 1956. La capacità di far suo qualunque materiale, annullando distanze temporali e stilistiche che nessuno penserebbe colmabili, la conserva unica. Chi altri potrebbe sistemare nello stesso album il Frank Ocean di Godspeed, anticato con tanto di coda bluegrass, e Satisfied Mind, che nel 1955 era un successone country per Porter Wagoner e nella versione di Ella Fitzgerald finiva sia nella classifica pop che in quella jazz?
Sad and Beautiful World si presenta con il grintosissimo errebì Chicago, pescato nel repertorio di Tom Waits, e si congeda con la festosa Everybody Needs Love, che dobbiamo a Eddie Hinton, come Linkous anima fragile, tormentata. Human Mind potrebbe provenire dagli archivi della Stax e invece l’ha scritta Allison Russell apposta per un disco che trasforma la Gillian Welch di Hard Times in Ry Cooder e sistema di seguito il Curtis Mayfield di We Got to Have Peace e il Leonard Cohen di Anthem e stenti a distinguerli.