Eternamente slacker, con scorza di limone
“Le notizie sulla mia morte sono fortemente esagerate”: così Mark Twain, con sublime understatement, commentò un giorno le voci sulla sua dipartita. La leggendaria battuta del creatore di Huckleberry Finn ha ispirato il titolo del memoir di quello sciagurato di Evan Dando, Rumors of My Demise. Fresco di pubblicazione, così come questo ritorno a nome Lemonheads a distanza di quasi vent’anni (i due album di cover, Varshons 1 e 2, non contano) dall’ultima raccolta di materiale originale. Quante volte lo abbiamo dato per spacciato, il bell’Evan. Artisticamente, ma non solo. Il ragazzo ha la pelle dura, però, e ribaltando qualunque quota di scommesse contrarie è sopravvissuto sia alla dipendenza da crack che al successo piovutogli addosso nei primi anni Novanta e svanito alla stessa velocità.
Love Chant ce lo ripresenta alle soglie dei sessant’anni, apparentemente sereno e in buona salute, con in tasca undici canzoni scritte chissà quando e registrate in Brasile dove vive da un po’ di tempo. Nessuna sbandata improvvisa per bossanova o tropicalismo, sia chiaro. Il bostoniano fa quello che gli è sempre riuscito meglio: mescolare tre accordi e ricavarne deliziose, agrodolci caramelle pop/punk, saltuariamente un po’ più rumorose e saltuariamente tendenti al country versione Gram Parsons (si ascolti The Key of Victory), suo idolo di sempre. Com'era prevedibile, il disco non è un nuovo It’s a Shame About Ray o Come On Feel the Lemonheads, ma i brani migliori in scaletta non avrebbero sfigurato su quei testi sacri dell’indie catapultato per un breve, illusorio e magico momento nel mainstream.
Parliamo del singalong 58 Second Song che apre le danze, della melodiosa e dolcissima Togetherness Is All I’m After (uno di quei pezzi che ti fanno maledire la pigrizia congenita del personaggio: anche in questo disco, per dire, metà dei brani sono co-firmati con qualcun altro), di una Cell Phone Blues dal piglio saltellante un po’ hard e un po’ Sixties, di una sospesa e psichedelica Roky nella quale compare alla chitarra Nick Saloman alias Bevis Frond. Amicizia recente, questa, laddove quelle con J Mascis (riconoscibilissimo il suo tocco nella “dinosauriana” Deep End), Adam Green e – poteva forse mancare? – Juliana Hatfield sono state per decenni un tronco in mezzo al mare nei periodi più difficili.
La scrittura è solida, con quei cambi di tempo o di accordi a volte sgangherati ma irresistibili, mentre il suono a tratti risulta stranamente impastato e opaco. E, come al solito, c'è anche l'usuale cazzonaggine del nostro uomo: che ne dite di una Wild Thing che non è quella Wild Thing ma inizia più o meno con lo stesso riff? Comunque, tutto si risolve in poco più di trentacinque minuti – mai lavorare troppo, eh Evan? – e come è sempre accaduto con il resto della discografia viene voglia di ricominciarli subito da capo. Perché queste maledette caramelle al limone erano una droga nel ’92 e, nonostante tutto, lo sono ancora oggi.