Salta al contenuto
The Antlers: Blight

The Antlers Blight

Transgressive Records / Fuga
★★★½ 3.5/5
Carlo Bordone
| Lo leggi in 2 minuti

Elegia per la catastrofe futura

In una carriera che ormai si avvicina al ventennale, gli Antlers (o meglio Peter Silberman, che della band di Brooklyn è voce, autore e uno dei due membri originari insieme al batterista Michael Lerner) hanno più volte cambiato approccio musicale. Un aspetto rimane inalterato, ed è ciò che – oltre al falsetto inconfondibile di Silberman – li fa tuttora emergere dallo sfondo di quell’indie rock angosciante e angoscioso, e spesso anche anonimo, nato alla metà degli anni Zero. È l’intensità. Quella con cui risucchiano lentamente ma implacabilmente l’ascoltatore dentro canzoni che sono storie, film privati, oppure come in questo caso meditazioni sullo stato del pianeta che finiscono comunque per tradursi nel racconto di un'agonia.

Un po’ come in Hospice, l’album del 2009 a cui gli Antlers devono la loro (moderata) fama. Solo che qui la veglia al capezzale è per il mondo, la natura e l’unica specie capace di progettare consapevolmente il proprio suicidio. Siamo un passo oltre la preoccupazione ecologica da artisti engagé: il tono è dolente, tra fatalismo e rassegnazione, la panoramica desolata.  Il danno è fatto e tocca forse solo prenderne atto. “What we pour in the soil, whether poison or oil, will eventually spoil”, recita il refrain di Pour, forse il primo caso di canzone dedicata all’inquinamento da solventi del terreno e delle falde acquifere.

Quel “something in the air” della canzone omonima, in cui si invita a tenere chiuse le finestre e a tapparsi il naso, non è la rivoluzione come in quel vecchio classico dei Sixties ma l’aria cancerogena. E “who will look after what we leave behind?” ci si chiede in Calamity, gemello spettrale della radioheadiana No Surprises vagamente evocata nella melodia. Non importa più, ormai: “sure we’ll get this right next time”, che più che un auspicio è una sarcastica pietra tombale sulle possibilità di invertire la rotta. Sia per quanto riguarda la salvezza dell’ambiente che della nostra salute mentale esposta a una tecnologia divorante e instupidente, tema a cui si allude in Deactivate.

Si sarà capito che Blight non è il disco da mettere su per fare il trenino a Capodanno. Ma la malinconia e la gravosità dei testi sono sublimate da musiche che rendono le parole meno opprimenti, secondo uno schema che tende a ripetersi: inizio pensoso, minimale, qualche tocco di piano, un arpeggio o un battito di synth, e poi l’irruzione di qualcosa – chitarre rumorose, colpi di batteria “trattata”, pieni orchestrali – che fa esplodere il brano. Attirando inesorabilmente nell’occhio di questo ciclone di tristezza, oltre il quale (forse) si può persino intravedere un po’ di luce.

the antlers 

A proposito:

Vuoi continuare a leggere? Iscriviti, è gratis!

Registrandoti potrai accedere agli oltre 4.000 articoli dell’archivio gratuitamente, e ti iscriverai alla nostra newsletter su Substack!

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 8 persone!