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Sprints: All That Is Over

Sprints All That Is Over

Sub Pop Records
★★★★½ 4.5/5
Simone Fiorucci
| Lo leggi in 2 minuti

Il rumore statico che fa chi sta provando a crescere

Contro ogni classica regola della briscola, gli Sprints il carico lo calano dopo nemmeno un minuto che hanno aperto le danze: «I don’t grow old / I grow unrecognizable». Che poi All That Is Over parzialmente disattenda questa (peraltro non poco ambiziosa) dichiarazione d’intenti, è un dettaglio del tutto trascurabile. Son relativamente giovani, e già averla in mente a mo’ di mantra, davanti agli occhi come stella polare, o anche solo parcheggiata nella bio di Instagram nella forma di una caption obiettivamente super-memeable da regalare agli indie-hipster nel momento in cui si taggano a un loro concerto, è già un bel punto di partenza. Setta il tono, se non altro: non è più solo catarsi post-punk, è trasformazione volatile e volutamente volubile. È esigenza di cambiamento, ma ancor più spirito di sopravvivenza mutaforme.

C’è una tensione sapientemente bilanciata, in queste undici tracce, tra urgenza di gridare e bisogno di trovare un significato dentro quello che si sta urlando («I speak so therefore I understand»). Da un lato chitarre corrosive, ritmi martellanti, cantato viscerale. Gli Sprints che conoscevamo, insomma. Dall’altro boccate d’aria che fanno recuperare il fiato e lasciano lavorare il cervello in santa pace: un songwriting tagliente, dinamiche più accentuate, accenni di arpeggi acustici, occasionali tocchi d’atmosfera che non ti aspetti e una nuova, strana forma di melodia che puoi canticchiare senza necessariamente spaccarti i denti. 

Il tempo perso ad affilare i testi con pazienza e cura rimane uno dei punti di forza: Karla Chubb mette sul piatto e davanti allo specchio vanità, arte, identità di genere, potere – a volte con sdegno incazzato, altre con ironico, amaro sarcasmo – a dimostrazione che gli Sprints di oggi lottano (anche) con il mondo al di fuori del palco. Non semplice indignazione politica un tanto al chilo, ma un intero fardello di aspettative di cui essere all’altezza, cambiamenti personali, cuori a pezzi orgogliosamente rattoppati, esaurimenti silenziosamente dolorosi.

All That Is Over è un lavoro estremamente intelligente, liberatorio, sicuro di sé al punto di saper ridere della propria stessa rabbia. Dimostra che la scrittura vera e propria, in un disco rock, è ancora un valore aggiunto incalcolabile, anche quando da te ci si aspetta innanzitutto immediatezza, ribellione e furia cieca – che ci si può evolvere senza perdere quel talento certificato per il caos (puro o controllato che sia) che ci avevano affibbiato come marchio di fabbrica. 

Per i fan del debutto dei dublinesi, un salto in avanti del tutto gestibile senza particolari traumi – anzi, potenzialmente foriero di grandi soddisfazioni. Per i nuovi arrivati, una faccenda variegata, eppure mai dispersiva o fuori fuoco, che offre innumerevoli punti di ingresso. Alla faccia del difficilissimo secondo album.

sprints karla chubb 

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