Salta al contenuto
Robert Plant: Saving Grace

Robert Plant Saving Grace

Nonesuch / Warner Music Group
★★★ 3/5
Max Zarucchi
| Lo leggi in 3 minuti

Uno sguardo al passato proiettato nel futuro

Il problema di uno come Robert Plant è che dopo quasi sessant'anni di carriera cosa si può dire ancora di lui? Pro o contro? Siamo di fronte a qualcuno che veramente ha lasciato il segno nella storia, non solo del rock ma della musica tutta, con una manciata di album che se esistesse una scuola dedicata avrebbero dei capitoli a sé nello studio del rock'n'roll.

Ma è una persona atipica, Plant, di quelle che hanno preferito l'arte al denaro (anche perché con un tesoretto simile insomma, basta sapersi gestire no?).

Se si escludono infatti le due reunion dei Led Zeppelin (quella disastrosa del Live Aid nel 1985 e il saluto finale con i famosi biglietti "a lotteria" del 2007 – entrambe comunque fatte per motivi benefici) e la parentesi collaborativa con Jimmy Page tra il 1994 e il 1998, ha preferito per la sua carriera solista affidarsi alla sperimentazione e alla scoperta di suoni nuovi che lo emozionassero e gli permettessero di trovare nuova linfa vitale nel suo lavoro e nella sua arte.

Torna oggi insieme ai Saving Grace e Suzi Dian con un album di cover, quasi una chiusura del cerchio dato che fu proprio con delle reinterpretazioni (dichiarate o meno) che iniziò la sua carriera nei Led Zeppelin.

E quindi, nel 2025, a chi può interessare un disco dell'uomo più amato dalle colombe se non ai nostalgici del rock?  Facendo le dovute proporzioni, quasi a nessuno, ma è proprio questa la dimensione in cui Plant oggi preferisce muoversi: basti pensare al suo rifiuto netto a partecipare all'ultimo concerto dei Black Sabbath dove ha candidamente ammesso al suo amico Tony Iommi di non essere più né avvezzo né interessato a far parte di carrozzoni così grossi. Ora come ora lui preferisce le situazioni più intime, raccolte, più umane, che lascino spazio all'improvvisazione e all'errore più che rimanere attaccati a un piano definito.

Tutto questo traspare nitidamente in questo ultimo album dove le riletture dei brani – alcune riuscite benissimo (incredibile Everybody's Song dei Low), altre meno (alcuni traditional sono un poco soporiferi) – ci regalano un artista comunque libero, sereno, molto presente a se stesso, che non rinnega assolutamente la sua storia ma nemmeno ci si aggrappa con tutte le forze pur di rimanere vivo, preferendo l'oggi allo scimmiottare il passato. Robert da anni ha trovato l'energia in altro e probabilmente una pace interiore che gli permette di emozionare ancora con la sua voce – sempre inconfondibile pur se segnata ovviamente dagli anni. Il fatto di essere affiancato da una splendida voce come quella di Suzi Dian e da una band affiatata (con lui dal 2019) come i Saving Grace fa il resto.

A conti fatti, mille volte meglio lui che tanti suoi colleghi coetanei, che si sforzano di fare i rocchettari a tutti i costi nonostante non abbiano più né la capacità né lo spirito, pur di portare avanti un personaggio ormai evidentemente troppo pesante seppur redditizio.

Disco dell'anno? Assolutamente no. Ma ascoltare nuovamente Sir Plant è sempre un piacere: vero spirito libero, erede di una generazione hippie che, purtroppo, nella maggior parte dei casi ha girato le spalle ai propri ideali preferendo conformarsi al sistema. Evidentemente era solo moda, ma non per lui.

robert plant 

A proposito:

Vuoi continuare a leggere? Iscriviti, è gratis!

Registrandoti potrai accedere agli oltre 4.000 articoli dell’archivio gratuitamente, e ti iscriverai alla nostra newsletter su Substack!

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 8 persone!