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Jeff Tweedy: Twilight Override

Jeff Tweedy Twilight Override

Legacy Recordings / Sony Music
★★★★ 4/5
Eddy Cilìa
| Lo leggi in 2 minuti

Quando un esigente di talento esagera, forse

Ti amo e poi ti odio e poi ti amo. E poi? Da dove iniziare a raccontare un album che sono tre (lo rimarca che l’edizione in CD ricalchi quella in LP, tre dischi, quando ne sarebbero bastati due) se non dalla durata? Centoundici minuti e quarantasette secondi. Un’ora più di Yankee Hotel Foxtrot, il capolavoro che consegnava gli Wilco alla storia del rock. Ascolto impegnativo come non si è più abituati e se per un attimo diffidenza e financo fastidio si affacciano presto prevale l’ammirazione per il guanto di sfida lanciato a un mondo con capacità di attenzione e memoria del proverbiale pesce rosso. Vien da applaudire a prescindere. E poi?

Quando noti come si intitola la traccia che apre il terzo disco: Lou Reed Was My Babysitter.  Che la penultima di trenta canzoni si chiama Cry Baby Cry, uguale alla penultima (Revolution 9 non conta) del Doppio Bianco dei Beatles e l’ultima Enough. Sorridi.

Che non lo sa Jeff Tweedy che a confezionare un simile magnus opus ha esagerato? Lui che pure mai ha avuto paura di dare tanto all’ascoltatore e altrettanto esigere: Being There, l’album con il quale gli Wilco cominciavano a non essere più gli Uncle Tupelo, dura settantasei minuti; Cruel Country, quello con cui nel 2022 tornavano in quota quando li pensavamo persi, settantasette. E allora?

E allora si può affrontare la faccenda da altra angolazione. Fosse un film, chi avrebbe da ridire per meno di due ore? Una raccolta di racconti non occuperebbe che qualche decina di pagine. Va da sé che a scegliere, sfrondare, metter da parte in media qualitativa si sarebbe guadagnato. A confezionarci un disco di massimo tre quarti d’ora come quasi tutti oggi che il tempo di un album è tornato a misurarsi sulle due facciate di vinile ne sarebbe venuto fuori un classico. Quanto perso in respiro guadagnato in immediatezza.

Tutti ad applaudire il folk-rock urbano di Forever Never Ends e il chamber-pop di impronta John Cale Love Is Love, il post-blues giostrato fra tastiere scintillanti e chitarre dissonanti di Secret Door e il languido alt-country Sign of Life, il ritornello di micidiale efficacia di KC Rain (No Wonder) e l’affastellarsi di voci di una parimenti melodicamente invincibile Western Clear Skies. E poi? Wedding Cake, distillato di Velvet narcotici, e la ninnananna Ain’t It a Shame, una Too Real dritta dal terzo Big Star e Feel Free: “a song that never ends” da intrappolare in un solco chiuso e mandare avanti ad lib. Il mio Best of Twilight Override odierno.

jeff tweedy wilco 

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