Il settimo album di Edda è indubbiamente il più “rock” della sua carriera
Sono passati oltre quindici anni dall’esordio solista di Edda del 2009 e, all’alba del settimo album, sembra di avere a che fare con un altro artista rispetto allo Stefano Rampoldi di Semper Biot. Un’evoluzione stilistica è naturale, e ci sembra un esercizio sterile disquisire sul fatto che sia meglio la proposta attuale rispetto a quanto declinato agli inizi. Certo è che oggi abbiamo a che fare con qualcosa di molto diverso, poiché il cantautorato scheletrico e sanguinante di un tempo riverbera solo occasionalmente in qualche vocalizzo viscerale da cui emerge l’anima sofferta e complicata dell'autore. Ad esempio, nelle urla ricche di tensione di La Diavoletto o in un paio di ballad aspre e tristi come Mucca rossa e Macchia, quest’ultima con delle distorsioni che ricordano un po’ le cose più ardite di Manuel Agnelli.
Tuttavia è l’umore generale di Messe sporche a marcare lo scarto più evidente, anche in rapporto a tempi recenti in cui Edda aveva sviluppato una ricerca in ambito pop (ricordate Zigulì?). Questo, invece, è fuor di dubbio il suo disco più rock e la responsabilità può essere in parte del produttore Luca Bossi, che ha preso per mano il cantautore conducendolo in territori per lui poco consueti. Lo si capisce fin dall’incipit della già citata La Diavoletto, aggressiva e quasi grunge, e dalla successiva Giorni di gloria, uno degli episodi migliori con le sue sonorità assai british tra C86 e brit-pop anni ’90 (da notare che questi pezzi, i due singoli, sono gli unici che troverete in streaming dato che l’album sarà disponibile solo in formato fisico.)
Altrove ci sono anche reminiscenze new wave: Dixan ricorda il primo Joe Jackson, Family Day vanta intriganti sfasamenti ritmici, Belisotta flirta un po’ banalmente con l'hardcore punk. Ma i veri momenti memorabili sono 5 meno meno, un brano aggressivo in cui Edda esprime tutta la sua poetica estrema nonostante un riff estremamente canonico, ed Ezechiele, tempo medio sorretto da basso funky che pare un'innocua ballata e al contrario si insinua sottopelle.
In definitiva, Messe sporche potrà forse apparire interlocutorio nella carriera dell'artefice, ma il repertorio sembra ideale per la dimensione concertistica e questo non può che essere un ottimo motivo per seguire il tour imminente, con una decina di date già confermate.