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Cate Le Bon: Michelangelo Dying

Cate Le Bon Michelangelo Dying

Mexican Summer / IDOL
★★★½ 3.5/5
Carlo Bordone
| Lo leggi in 2 minuti

Scene da una separazione su fondali art-pop

Senza voler fare i menagrami, prima o poi il momento del break up album arriva per chiunque. È toccato anche a Cate Timothy in arte Le Bon, pseudonimo scelto come omaggio al Simon che ogni ragazzina anni '80 voleva sposare. La fine di un rapporto d’amore fa spesso da innesco per deflagrazioni creative, catartiche tanto per chi ne è artefice quanto per chi ascolta.

Inserendosi in quella nobile – e qui e là deprimente – tradizione che va da Blue, Blood on the Tracks e Rumours fino a Back to Black e For Emma, Forever Ago, il nuovo disco dell’artista gallese raccoglie i cocci di una separazione (o i pieces of my heart, come da titolo di uno dei brani) riassemblandoli in un puzzle che restituisce una immagine surreale, contorta, quasi picassiana di una relazione e del suo “dopo”. Nei testi si oscilla tra immagini ellittiche e metafore impenetrabili (chi è, o cosa rappresenta, il Michelangelo morente del titolo dell’album citato in Love Unreharsed?), risentimento e orgoglio ferito (i riferimenti ripetuti a una “she” tra i vari “me” e “you” offrono un indizio inequivocabile) mescolati a auto-analisi psicologiche e fisiche (“il mio corpo è un fiume che si sta prosciugando” in Body as a River), vulnerabilità e proclamazioni di resilienza (l’ultima canzone, I Know What’s Nice, si chiude con il mantra “ooh, I can’t break down”).

Un flusso di coscienza affascinante ma spesso faticoso da seguire nelle sue diramazioni e contraddizioni. C’è un senso di alterità – accentuato anche da un modo di sillabare le parole che sembra volerle piegare a una risonanza intima e incomunicabile – che la musica in parte riflette e in parte determina. Il suono art-pop di Le Bon è denso, volutamente compresso, mai del tutto opprimente o claustrofobico ma anche mai scopertamente pop, per quanto l’istinto melodico si intraveda frequentemente. I riferimenti più ovvi – Kate Bush, Laurie Anderson, Julia Holter e, sul versante maschile, l’augusto connazionale John Cale che fa da cupo controcanto in Ride – possono aiutare a circoscrivere il mondo di Cate senza esaurirne la personalità. Non è musica che si presenta in filigrana, questa. Chitarre effettate, sax, piani preparati, synth e percussioni (queste ultime nelle capaci mani di Valentina Magaletti) si fondono in un mare opaco e tumultuoso, sul quale la voce della protagonista cavalca l’onda scomposta dei suoi pensieri.

In una recente intervista, Cate Le Bon ha detto che una separazione è come un'amputazione. Questo disco suona allo stesso tempo come il ricordo genetico dell’arto mancante e come la sua ricostruzione.

cate le bon 

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