Cerca
Tracce
Longform
Umani
About
In primo piano Cose che vale la pena leggere
La traccia del giorno Perchè ogni giorno abbia la sua O.S.T.
2 settembre 1945: un giovane ragazzo emiliano suona canzoni inedite sulla Resistenza

Marc Ribot & Tom Waits

Bella Ciao (Goodbye Beautiful)

Da una parte ci sono Richard Ashcroft e Alice Cooper, che pensano che i musicisti non dovrebbero parlare di politica. Dall'altra c'è Marc Ribot – talentuoso chitarrista del New Jersey – che pubblica un disco pieno di riletture di canti partigiani, ballate di protesta messicane e brani cantati negli anni '60 durante le manifestazioni per i diritti civili americani.

Songs of Resistance 1942 - 2018 è il venticinquesimo album solista di Ribot che, per l’occasione, ha radunato i compagni di una vita, da Steve Earle a Syd Straw. Non poteva certo mancare Tom Waits, che per primo lo ospitò su un suo disco (Rain Dogs); forse non poteva nemmeno mancare, considerando i temi trattati, una reinterpretazione del più noto degli inni adottato dai partigiani contro l’occupazione nazifascista.

Nella rilettura dei due, Bella Ciao diventa un’oscura ballata acustica che si ricollega spiritualmente a chi per primo ha cantato canzoni di protesta, discostandosi dalle versioni più "pop" rese celebri da Goran Bregović o dai Modena City Ramblers (per fortuna).

Negli anni '40 Woody Guthrie girava il suo paese armato di una chitarra acustica con scritto sopra "This Machine Kills Fascist"; ottant'anni dopo Ribot e Waits incidono un vecchio inno della resistenza, indirizzandolo alla (secondo loro) indegna amministrazione Trump. Tra le pieghe della voce di Tom – che in più di un momento pare spezzarsi in due – c’è tutto il dolore delle persone che non poterono riabbracciare i propri cari; nella chitarra di Marc, l'indignazione civile di un popolo che non si sente per nulla rappresentato dal proprio Presidente.

Per ogni periodo oscuro della nostra storia ci sarà sempre qualcuno che canterà «... è questo il fiore del partigiano / morto per la libertà». Poco importa l’idioma scelto, la resistenza continua. E questa è una delle canzoni più importanti del 2018 – anche se è stata cantata per la prima volta tanto, tanto tempo fa.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Un gruppo in cerca di alta definizione

Subsonica

Bottiglie Rotte

L'inizio è asciutto, funky eppure severo, che è come dire dolce e salato: si può fare, ma non è la strada più facile. Però è una strada che i Subsonica 2018 possono permettersi di prendere, tenendo l'elettronica imbrigliata finché non viene lasciata libera gradualmente, a partire dalla metà del pezzo.

Il testo, curiosamente, non sembra fondersi del tutto con l'atmosfera del brano: una fotografia dell'indifferenza diffusa e del protagonismo crescente, che tuttavia non si sbilancia troppo. Va da sé che l'arte dell'equilibrismo non è mai stata ignota al gruppo, che ha saputo sfruttare sfumature e penombre a proprio vantaggio, però i lampi risultano pochi e distribuiti con moderazione (le star che sorridono «... tra un attentato e un'altra festa», la «svastica nei cessi»).

Ma forse l'importante era rompere, più che le bottiglie, il ghiaccio con un singolo di riscaldamento in vista del nuovo album e in definitiva del nuovo ritorno: i Subsonica sono una macchina potente e complicata, fatta di componenti uniche che solo trovando la perfetta coesione riesce a spingersi in luoghi che solo lei conosce – ma riavviarla non è mai un'operazione facile.

In compenso la band si presta in modo eccellente al regista Donato Sansone: una delle rare volte in cui un video italiano si fa guardare senza rimpianti.

"FFDP amici degli sbirri" (cit.)

Five Finger Death Punch

When the Seasons Change

I Five Finger Death Punch sono uno dei gruppi più rilevanti nel panorama heavy metal contemporaneo. Originari di Las Vegas, sono in giro da abbastanza tempo da aver già vissuto diversi "alti", tra cui un cospicuo numero di copie vendute, ma anche qualche fisiologico "basso".

Per il nuovo video, hanno deciso di proporre una cosa che più a-stelle-e-strisce non si può: un mini-film dedicato ai poliziotti americani. Forse è questa la vera ribellione metal, ormai, il vero andare controcorrente: probabilmente in Europa nessuno si sognerebbe una mossa del genere, soprattutto accompagnandola da dichiarazioni che parlano di "Solo 55 uccisioni sbagliate all'anno da parte della polizia".

Anche la scelta compositiva è bizzarra: è un brano semi-acustico, una canzone d'amore. Niente di male: il cantante Ivan Moody ha nelle sue ruvide corde anche la capacità di fornire il giusto pathos; al tempo stesso, di certo non è un pezzo rappresentativo di ciò che propongono di solito i FFDP (che danno il meglio quando suonano potenti, veloci e a testa bassa).

Infine, uniamo le due scelte: una "love song" dedicata agli agenti di polizia, la cui seconda frase è «There's an angel in your eyes». Un po' dà i brividi, e ci si chiede che cosa sia davvero passato in testa a Zoltan Bathory e soci (che, in ogni caso, son passati dalle parole ai fatti, donando 94,000 dollari a un ente benefico per la polizia).

Ufficio sinistri

Reik & Maluma

Amigos con Derechos

Annichilente. Dopo la hit mondiale Me Niego, il trio romantic/urban messicano ci riprova con Amigos con Derechos. E, anche per questo nuovo singolo, i Reik stanno facendo sfracelli. Non quelli che ci verrebbe di augurare loro, però, dopo aver ascoltato l’ennesimo pezzo costruito sulla base reggaeton il cui giro d’accordi è come una prostituta sifilitica da cui sono passate intere legioni di salmoni da classifica.

La gente non ha bisogno di grandi cose, tuttavia. Basta sentire sempre lo stesso pezzo, magari con un titolo diverso, un volto nuovo che ci canti sopra e, soprattutto, un video divertente che aumenti l'illusione della novità. E, a livello "filmico", i Reik sono avvincenti e dolorosi più di un film con Mario Merola.

Il melodramma visivo di Me Niego e Amigos… è a livelli partenopei, infatti. Il primo termina con ustioni ed esperienze pre-morte, mentre il nuovo sembra un episodio di Ai Confini della Realtà – o, se avete meno di diciotto anni e vivete anche fuori dal vostro telefonino, una roba alla Black Mirrors.

La cosa più inquietante restano loro, gli stessi Reik featuring un tipo che si fa chiamare "Er Maluma" e che, a quanto pare, è un altro inarrestabile cacasoldoni come loro. Solo Frank Zappa con un lanciafiamme potrebbe ripulire le vostre menti dalle smorfie irresistibili di questi quattro allupati in cerca di avventure sordide. Fortuna che esistono solo su YouTube.

Come cantava Bruce Springsteen, two hearts are better than one

Big Red Machine

Hymnostic

Il montaggio della grande macchina rossa inizia una decina d'anni fa circa, quando Justin Vernon (in arte Bon Iver) e Aaron Dessner dei National incidono la canzone Big Red Machine per Dark Was the Night, una bella compilation i cui incassi vengono devoluti all’organizzazione Red Hot mirata alla prevenzione dell’AIDS.

I due si ritrovano qualche tempo dopo e, dal 2016, continuano a incontrarsi assiduamente, buttando giù idee su idee. Vuoi per una birra in più o altro, riescono ad incidere materiale sufficiente a comporre un disco di ben dieci pezzi. Canzoni che sono una più bella dell’altra e che candidano l’album tra i migliori ascoltati in questo 2018.

In Hymnostic i due mettono in bella mostra quello che sanno fare meglio: comporre divinamente. Tre minuti e mezzo che sono l'ideale ponte tra le ballate pianistiche alla Tom Waits e le atmosfere di Hail to the Thief dei Radiohead.

La voce di Vernon, come sempre ben filtrata, da una parte; l'emozionante tappeto elettronico architettato da Dessner, una melodia soul che ti si appiccica addosso e non se ne va più via, dall'altra. Il soul è fatto per entrarti dentro, anche se cantato su basi digitali. Che è proprio quello che fanno i Big Red Medicine, riuscendo a toccare le corde più sensibili dell’anima.

Ultraquarantenni ancora afflitti da pene d'amore

Alkaline Trio

Blackbird

Gli Alkaline Trio sono una delle band più riverite della scena emo-punk, in giro da venti anni esatti. Hanno sempre avuto una carriera onesta e apprezzata, ma il colpo di scena è arrivato nel 2015 quando il frontman Matt Skiba entrò nei Blink 182 come chitarrista e seconda voce. Dalle atmosfere permeate di (lieve) sofferenza a quelle pop-punk scanzonate il passo è stato rischioso e molto criticato dalla fanbase – e a tutti gli effetti la band si è fermata, con l'ultimo lavoro in studio risalente al 2013.

Alcuni pensavano che fossero un ricordo del passato. Poi, un giorno del 2018, un raggio di luce improvviso, firmato proprio Skiba: «Alcune persone pensavano che fossimo finiti. Ma abbiamo annunciato un tour e quasi tutte le date sono già sold-out. Nessuno lo sa, ma abbiamo anche registrato un nuovo disco. Mi sento come quando compri un regalo speciale per una persona a cui tieni molto, e non vedi l'ora di darglielo».

Il "regalo speciale" si chiama Is This Thing Cursed? ed è uscito il 31 Agosto. Come dono extra, però, prima è arrivato il singolo Blackbird. Un "blackbird" è un corvo, certo, ma è anche lo slang per definire una ex ragazza. Non c'è tema più emo di questo, e tutto il brano è un piacevole richiamo ad atmosfere di inizio millennio: a quegli AK3 che infrangevano cuori e ne ricucivano altri, ora con una spruzzata di hardcore melodico che mette di buon umore.

Tutto rimanda ad un nostalgico passato, compresa l'etichetta discografica che è rimasta sempre la stessa: la Epitaph Records. Tutto questo non può che far piacere sia ai vecchi che ai nuovi ascoltatori, e quindi possiamo perdonare il fatto che il video sia un semplice telefono immobile sovrastato dal testo della canzone. Un piccolo impegno visivo in più, per il gran ritorno sulle scene, sarebbe stato apprezzato.

Quando siamo insieme non ci annoiamo mai

Tess Parks & Anton Newcombe

Please Never Die

Tess Parks e Anton Newcombe sono la versione meno cool di Courtney Barnett e Kurt Vile. O almeno saremmo autorizzati a immaginarli così nel momento in cui Courtney Barnett e Kurt Vile decidessero di impersonare i protagonisti di un remake di Lolita. Nel senso che lui potrebbe essere suo padre.

Ok, allora facciamo uno sforzo di retro-fantascienza e diciamo che Tess Parks e Anton Newcombe avrebbero potuto presentarsi come i Courtney Barnett e Kurt Vile del 1995, se... Se lei fosse stata sbalzata indietro nel tempo con l’obiettivo di cambiare il corso degli eventi, seducendo il padre dello shoegaze psichedelico prima che facesse l’errore più grave della sua vita. Ovvero cadere nelle grinfie di Asia Argento.

Perché sì, come personaggi ci siamo: l’uno non si sa se fascinosamente burbero oppure introverso ai limiti dell’autismo, l’altra deliziosamente trasandata ma spigliata al punto di non mandartele a dire, entrambi molto “slacker” ante-litteram. E invece nel ‘95 erano erano tutti e due “in altre faccende affaccendati”: Tess Parks presa da una qualunque delle attività che riempiono le giornate di una bambina di due anni; Anton Newcombe occupato con un imminente debutto che avrebbe fatto la storia.

Quindi niente: accantoniamo l’idea nel pingue fascicolo delle occasioni perse e accontentiamoci del fatto che la cosa non è stata proprio del tutto archiviata, ma semplicemente rimandata a vent’anni dopo. Vent’anni durante i quali lei ha avuto il tempo di trasferirsi dalla natia Toronto a Londra, lasciar perdere gli iniziali studi di fotografia, diventare la “protégé” di Alan McGee e avere un contratto garantito con la sua Creation Records; lui di mettere in fila qualcosa come diciotto album con i Brian Jonestown Massacre.

Il secondo (probabilmente omonimo) capitolo partorito dalla premiata ditta (all’insegna del “niente di nuovo sotto il fuzz” – drone-rock jam di tre accordi indovinati e ripetuti lentamente all’infinito, su cui cantare con una vocina a metà tra il sexy e l’annoiato) ha avuto una gestazione abbastanza travagliata e la sua data di uscita è in ballo da più di un anno (ultime notizie: 12 Ottobre), al punto che la strana coppietta si è potuta permettere di girare ben due video di Please Never Die, uno più “low-budget” dell’altro. Questo, che vede la Parks ballare strafatta in uno dei peggiori locali di periferia indossando la maglietta che tutti avremmo voluto ai tempi di (What’s The Story) Morning Glory? – a sua volta adattamento brit-pop di una molto più iconica, ma comunque quanto mai attuale in un momento storico come questo, in cui si paventa una certa reunion –; l’altro risalente a svariati mesi fa e probabilmente commissionato a un’agenzia di viaggi, visto che sembra seguire pedissequamente il concept “indovina in quale parte d’America abbiamo girato questa scena”.

Da cui la vera domanda che accompagna tutta questa storia: se esce più di una volta può ancora chiamarsi “singolo”?

Lo Stato Sociale nei panni de 'Le Iene' prima di mettersi nei panni de 'Le Iene'

Lo Stato Sociale

Il Paese dell'Amore

Giacché i pro, da prassi, precedono i contro, premettiamoli. La canzone è gradevole. Furba, certo – il gruppo in questione si compiace della propria furberia, quindi non è peccato riconoscerglielo. Magari non è il tipo di furbizia che vi piace ma onestamente, guardatevi intorno: combatterla non è la più importante delle battaglie disperate del 2018. In ogni caso, se vi può consolare, il tentativo di tormentone estivo indie del gruppo IRRIVERENTE è rimasto al palo.

Interessante però che sia la canzone, col suo tutturuttuttu (però IRONICO), sia il video ricordino tantissimo Rovazzi. E non c'è snobismo in questa considerazione: c'è più personalità nell'ipersponsorizzata Faccio Quello che Voglio che non in provocazioncelle cretine come Mi Sono Rotto il Cazzo o nell'inno che a Sanremo il gruppo birbantissimo ha regalato a tutti gli imbruttiti d'Italia, attirati abilmente con i ripetuti scherni a Renzi e con l'aspirazione umanista "Nessuno che rompe i coglioni". In realtà, se le regole del gioco sono quelle dello youtubismo, lo scanzonato complessino ha il suo perché molto più che nella farlocca collocazione indie che alcuni ostinatamente gli attribuiscono.

I contro sono che il gioco dell'elenco dei cliché non è originalissimo, e la band stessa ne ha già abusato. Volendo, qualche sorrisino lo strappa sempre – anche se, come Fedez, si pesca senza ritegno nel mare dei tweet ghignosi («Amor che a nullo amato amatriciana / Io e te tre metri in fuorigioco / Scusa ma ti chiamo errore / L'unica cosa seria rimasta in Italia è la ristorazione / un bacio ed un condono»). Poi, il video si interrompe tre volte per enfatizzare le trovate comiche e le celebrities ospiti, e va bene la spiritosoneria, però sorge il sospetto che della canzone non gliene freghi granché. D'altra parte c'è una mission cui ottemperare: l'operazione è legata a una serie TV di Fox, quindi si può presumere che venga vissuta con (furba) ambivalenza: se funziona, bene. Se non funziona pazienza, colpa della serie – l'importante è che i soldi siano arrivati.

Quanto al rifacimento de Le Iene (stavolta non lo show filogovernativo in cui si sono prodotti con IRRIVERENZA sbertucciando – ahahaha – la Sinistra, ma quel film con assassini vestiti in modo stiloso), la gag migliore è la scena di tortura ai danni di un pupazzo televisivo che non si chiama Uan, ma Tciù.

Un po' fa ridere.

Arriva il lupo e te se spizzica!

Behemoth

Wolves of Siberia

I Behemoth tornano all’ortodossia. Il videoclip con il lupo, la foresta e una donna insanguinata sembrano l’ABC del satanismo blackaeton. Il brano è allo stesso modo un recupero dell’essenza rabbiosa e oscura delle origini; niente fronzoli, noi siamo "evil ones". Purtroppo il video distrae dalla canzone e la canzone dal video: alla fine non si capisce bene che cosa si sia visto e sentito. Consigliabile una doppia visione; la prima senza audio, la seconda senza video.

I lupi siberiani sembrano la cosa più sola e autarchica del mondo, anche se oggi la Siberia è una terra molto più lieta e ospitale dei tempi Staliniani e i lupi hanno guadagnato uno status pacioccone che stride con la ferocia predatoria di questo bestione aggressorum. Più che una dichiarazione d’amore all’austera e nobile figura del nemico di Cappuccetto, qui lo si denigra.

Il video è abbastanza mediocre, suvvia. Montato con una certa blandizia, girato in modo grossolano, sembra l'abbiano scritto dopo averlo realizzato. C’è l’essenza crucis dei Behemoth attuali: vorrebbero essere crudeli e indigesti, ma alla fine non ce la possono fare. La donna che è aggredita e sembra poi divorata dal lupo cattivo, nelle ultime inquadrature si rivela ancora viva. Il lupo non c’è più e anche la giornata si sta defilando oltre le montagne.

(e lei deve pure fare la cena – che cosa dirà suo marito?)

Anna la cacciatrice

Anna Calvi

Hunter

Di Anna Margaret Michelle Calvi si è già detto molto, fin dal suo esordio omonimo del 2011: di come sia l'erede di Siouxsie Sioux, di PJ Harvey, di come sia la controparte femminile di Nick Cave; di come si possa tenere in mano una Telecaster, oggi, e cantare di femminilità rock a pieno regime.

Eppure l'artista di Twickenham non sembra ancora essere riconosciuta per la sua effettiva qualità. Cosa che per alcuni potrebbe rendere il suo fascino ancora più interessante.

Hunter è il suo terzo disco; l'album che forse più esplora un panorama di genere in maniera profonda e determinante. La titletrack è resa emblematica da un video del visual artist Matt Lambert e rappresenta l'idea concettuale di Anna in una combinazione di scene sull'onanismo queer (molto ben interpretate da River Wilson e River Disgrace).

L'aspetto immediatamente straniante potrebbe far storcere il naso a molti critici delle mode visuali di oggi: qui si cavalca l'onda del "kinky" e della sessualità borderline, esplicita e tinta da una patina da filtro instagram.

Inserita però in un contesto dalla poetica intelligente e non furbesca, la prova complessiva della cantautrice inglese supera le aspettative e permette al lavoro di restare raffinato e metaforico tanto quanto crudo, sensuale e viscerale.

Lo senti il carisma che fuoriesce dallo schermo?

Laioung

In Discesa

Laioung possiede una cosa che in tanti, in Italia, sognano di avere (o, peggio, credono di avere): il carisma. Vederlo di persona equivale a rimanere ipnotizzati dalle sue movenze magnetiche, dalla grinta che trasmette e dal quel sorriso che mette di buon umore tutti.

Non a caso il (t)rapper, con madre sierraleonese e padre pugliese, nato a Bruxelles ma capace di chiamare "casa" Parigi, Londra e Milano (dove ormai ha base), è a tutti gli effetti uno dei punti di riferimento della scena trap italiana, "volto" della RRR Mob ma anche solido artista solista. Quel che tocca, insomma, diventa oro, grazie anche alla sua personalità che va oltre allo schermo (o la cuffietta) e che infetta chi si predispone all'ascolto.

Con In Discesa si cimenta con un sottogenere leggermente diverso da quello che frequenta di solito: il latin trap. Il sound è più "rilassato"; le tematiche sociali vengono lasciate momentaneamente da parte, per fare spazio a un testo che racconta il desiderio e le paure di vivere una vera relazione sentimentale.

Sì, avete letto bene: un trapper che si apre e confessa la sua voglia d'amore. Non di sesso con una tipa. A-M-O-R-E.

La trap, dopotutto, è una questione generazionale. Sforzarsi di comprenderla a fondo è una cosa complicata, se si sono superati i trent'anni. Insomma: il consiglio all'ascolto, questa volta, è rivolto principalmente ai giovani.

(ma mai dire mai)

Grazie oggi del nostro trip hop quotidiano

Neneh Cherry

Kong

Quando ascolto Neneh Cherry penso che, se fosse per me ed esistesse un concorso, la nominerei Madre Natura. Ma di una natura strana, non botticelliana: una natura che ha imparato a difendersi dalle minacce frequentando la periferia dei grandi centri urbani.

Il suono del nuovo singolo Kong, ritorno dopo quel grande disco che è stato Blank Project del 2014, è proprio questo: il reggae rallentato in stile Massive Attack dei primi dischi, ma come una stanza piena di fumo in cui Four Tet inserisce spezie non occidentali e 3D cerca di tenere le fila del discorso col presente.

Un presente che è stato fortemente influenzato da quella cosa nota come trip hop.

È anche per questo che Neneh Cherry non risulta stantia, accompagnandosi alla propria tradizione (che non è mai davvero invecchiata). Allo stesso tempo, riallaccia attraverso la voce e i testi un discorso fatto d'amore; e in questi tempi di amore c'è tanto bisogno. Un po' come delle madri.

Un suonatore di maracas che prossimamente musicherà il nuovo film di Rokko Smitherson

Thom Yorke

Suspirium

«Susy Benner decise di perfezionare gli studi di balletto nella più famosa scuola europea di danza. Scelse l'accademia di Friburgo» dove, da anni, erano stati banditi i flauti traversi.

Iniziamo con le "buone": Thom Yorke non si è messo a confronto con i Goblin, la band italiana nota per aver musicato diversi film del (tanto tempo fa) Maestro Dario Argento.

Parliamo del primo singolo estratto dalla colonna sonora del nuovo film di Luca Guadagnino, il remake del classico Suspiria. Rifacimento che è stato accolto piuttosto bene dalla famiglia Argento... «Guadagnino è una stronza malevola che brucerà all'inferno, un laido figlio di puttana che lecca culi a destra e manca per poterseli fottere meglio», dichiarò nel 2016 la pasionaria del movimento #MeToo, Asia; «Non capisco perché abbia rifatto Suspiria, non ha alcun senso, manca di ferocia» ha commentato più di recente papà Dario.

Passiamo alla "cattive". La canzone di Yorke, tema principale della pellicola del regista palermitano, è un'elegante quanto soporifera ballata pianistica e ha un enorme difetto, rispetto alla controparte dei Goblin: non fa paura.

Se l'originale evocava un senso di puro terrore e inquietudine, la composizione di Yorke fa addormentare. Oddio: a dirla tutta un qualcosa succede, poco dopo il secondo minuto, quando nella canzone entra un flauto traverso – un flauto traverso, che bruci all'inferno chi l’ha inventato – che spiazza e terrorizza.

E tutto, magicamente, torna.

All over synthesizers

Jenn Champion

O.M.G. (I'm All Over It)

Jenn Champion è una cantautrice timida e talentuosa di Tucson, Arizona. Ha vissuto a Seattle per almeno un ventennio, e attualmente risiede a Los Angeles. La sua carriera ha attraversato svariate fasi: la prima la vedeva a capo di una band cupa e depressiva di nome Carissa’s Wierd, piccola istituzione nel Nord-ovest Pacifico che aveva fondato con l’amico Ben Bridwell (futuro leader dei Band Of Horses). La seconda fase, partita dallo scioglimento dei CW, la vede solista, sotto svariati pseudonimi: prima “Jenn Ghetto”; poi, aderendo ai più fini canoni della comunicazione e della ricerca sulle piattaforme di streaming, semplicemente “S”.

Come "Jenn Champion" ha pubblicato due album che manifestano il suo più recente e sconfinato amore: quello per i sintetizzatori. Il primo, Cool Choices, era prodotto da Chris Walla dei Death Cab For Cutie.

Jenn ha uno spiccato senso di come si costruisce una hit; un senso che, molte volte, confluisce in accattivanti pezzi mid-tempo di fattura forse un po’ passatella ma spesso riabilitata nel corso degli anni '00 (viene in mente Ladyhawke). Tutto questo vale anche per O.M.G. (I'm All Over It), tratta dall'album Single Rider e che ha recentemente tagliato l’ambito traguardo del milione di streaming. Un singolo che, con un'adeguata distribuzione, potrebbe entrare di diritto nella rotazione di un qualsiasi palinsesto estivo di radio generalista italiana (NON è una cosa disdicevole).

Jenn, inoltre, porta con sé un’allegra e colorata brigata "queer" che spesso figura nei suoi video. Anche in questo.

Infine, la chiave un po’ ossessivamente lo-fi, voluta e perpetrata su ogni fronte, fa parte della formula che la rende francamente irresistibile.

15 Aprile 1969: un giovane Lucio Battisti fuori dalla RAI prima delle registrazioni di 'Speciale per voi'

Ron Gallo

Always Elsewhere

Il bisogno di capire chi veramente siamo (spesso nella vana speranza di scoprirsi qualcun altro) è una delle più grandi debolezze dell’uomo. Deve essere per questo che la ben nota “ricerca di se stessi” è stata, nei secoli dei secoli, uno dei temi più dibattuti e sviscerati sotto ogni forma del sapere: dalla maieutica del metodo socratico al Siddartha di Herman Hesse, dalla beat generation “on the road” alle più belle frasi di Osho, dai selfie in piscina a cercarsi su Google.

Debolezza a cui non si sottrae nemmeno Ron Gallo che, dopo un trascurabile debutto da buttare nel secchio di un certo freak-folk riciclato e il successivo (ottimo sin dal titolo, all’insegna di un’amara ironia, trascinante e velenosa) Heavy Meta, si prepara a una nuova inversione a “U” spirituale (almeno in termini di contenuti – musicalmente, sempre di un art-punk belloccio e stravagante si tratta) con il nuovo Stardust Birthday Party, in arrivo a ottobre.

Riassumendo: finita in maniera burrascosa la sua ultima relazione sentimentale, ha comprato un biglietto per la California e ha partecipato a un ritiro di meditazione in un isolato centro specializzato, dove giura di aver trovato il suo personale sentiero verso la pace interiore. Tutto è bene quel che finisce bene.

Così eccolo, nel video diretto da Dylan Reyes, vestito da imbianchino hipster, portare il concetto di “self-discovery” direttamente nel mondo di un Amazon Prime versione DIY, e mettere in versi una critica dal retrogusto di carciofo nei confronti del maledetto logorio della vita moderna, dove – a causa della facilità con cui è possibile accedere all'infinita quantità di informazioni che ogni giorno ci bombarda da destra e da manca – è facile perdere di vista priorità e coordinate, sentendosi di conseguenza smarriti, al punto da non avere nemmeno il coraggio di aprire la propria scatola.

Tre minuti e mezzo che ricordano l’energia paranoica dei primi Devo, mentre scorrono via veloci, alternando frasi corte e d’impatto a sproloqui filosofici parlati (mutuati da Eckhart Tolle e Alan Watts) per arrivare comunque alla confortante conclusione secondo cui il senso dell’esistenza è... «just to be alive».

Chi s’accontenta gode, diceva il saggio.

Una splendida giornata, sempre con il sole in faccia fino a sera

Kodaline

Shed a Tear

Lascia perplessi, questo brano & video dei Kodaline. C’è il cantante in una grande stanza. Sta dicendo cose profonde, toccanti. Poi c’è una cadenza spiritual con cori di angeli neri intolleranti ai fagioli, da qualche parte nella memoria strutturale del capannone. Lui sembra un bel fighetto degno di una boyband da superchart. Forse da qualche parte c’è il resto dei maschioni che danzano e virano le mani come vigili dell’interspazio. Però non si vede che lui. E poi ci sono differenti fisicità a contrasto. C’è un uomo di rara bruttezza, con la barba e i capelli da hipster, che si allena pigliandosela con le correnti pulviscolari. E c’è uno che sembra soffrire di qualcosa al perineo dell’anima: dove per buona creanza o per impossibilità fisica non si riesce mai ad avere la meglio con una grattatina.

La canzone è buona come score per il toccante video di X Factor in cui una ragazza calabrese, con genitori separati e un trascorso in una comune di coltivatori diretti di semi di lino, ha fatto tutta la strada in autostop fino a Milano e non si fa un bidè da due mesi, ma canta da paura e si prende quattro "sì". Però è brutta e al Bootcamp la cacciano.

I Kodaline creano queste ballate di espansione emotiva, in cui gli avventori in un caffè del centro indugiano in qualche giro di troppo con il cucchiaino e pensano a quanto la loro vita sia così piena di aspettative disattese, ma non collegano quello strano calo di umore e quei pensieri tersi di prima mattina al brano della band irlandese che, infidamente, li ha raggiunti per i canali frivoli di un altoparlante nascosto tra l’Amaretto di Saronno e la Vecchia Romagna.

Non sappiamo cosa ne faremo di questo tears-pop tra vent’anni, quando il vintage significherà Kodaline, ma per ora lasciamo che ci scivoli addosso come una doccia sonora tiepida, senza improvvisi sbalzi verso l’acqua fredda o calda del pensiero folgorante, ispirato, vivo. Il pezzo gira in una specie di spirale della commozione sintetizzata. Chissà perché se c’è di mezzo l’Irlanda uno si aspetterebbe di vedere con gli occhi dell’anima le vallate dei Teletubbies popolate di Darby O’Gill all’ultimo stadio cirrotico e un gregge di infidi folletti del buon popolo. Qui, invece, c’è un centro commerciale a Dublino con dei ragazzi in stile Gus Van Sant che girano per le corsie degli Apple e si tormentano il mento glabro pensando al codice della Postepay di mamma che non ricordano più.

Incontri poco raccomandabili sotto un cavalcavia

Anti-Flag

Trouble Follows Me

Ammettiamolo: oggi una nuova (buona) canzone non cambierà la (buona) carriera ultra-ventennale degli Anti-Flag o le sorti della scena punk in generale.

Quel che può realisticamente fare un pezzo gradevole come questo, però, è stampare un sorriso sulla faccia di chi la ascolta, e magari fargli urlare "Woo-oh-oh! Woo-oh-oh!".

La dote degli Anti-Flag è proprio questa: riuscire a scrivere una canzone che, nel 2018, inizi con «Alright / Here We Go!» e che, entro dieci secondi dalla prima pressione del tasto "play", ti faccia canticchiare e battere il piede. Non è cosa da tutti, ma Justin Sane ha un tocco magico per il punk canticchiabile e, a quarantacinque anni, sa ancora come si scrive un brano vincente di tre minuti, trovando ancora dentro di sé – o nel manuale dei "trucchi" – quell'obbligatoria rabbia sociale da convogliare nel testo.

Il video – diretto da Alexey Makhov e filmato a Bratislava durante il recente tour europeo, in supporto al nuovo disco American Fall – non è niente di rivoluzionario: c'è la band che suona dal vivo, ci sono un po' di primi piani dei fan slovacchi, ci sono molti graffiti moderni (insomma: anti-Trump). Però, proprio come la canzone, mette di buon umore e lascia inconsciamente la sensazione di aver fatto un po' di sana protesta sociale (quella buona per le bacheche di Facebook).

Trouble..., ai concerti, farà sicuramente sfracelli, fra cori e pogo. Sfogatevi anche un po' a casa, quando serve.

Apocalypse now

Uniform

The Walk

Sono arrabbiati e ispirati, Ben Greenberg e Michael Berdan (ex rispettivamente di The Men e dei Drunkdriver). Sintomo, forse, che a Brooklyn le cose vanno ancora per il verso giusto quando si parla di musica caustica, abrasiva e chiassosa.

Il post-dystopic-cyber-punk degli Uniform, che aveva attirato anche David Lynch per la colonna sonora del "nuovo" Twin Peaks, è appena tornato a galla nel nuovo album The Long Walk.

Il titolo del disco riprende l'omonimo romanzo di Stephen King (La Lunga Marcia), a proposito di un governo distopico che obbliga alcuni dei suoi figli più giovani a combattere in un gioco per la sopravvivenza. Un lungo cammino al di fuori della "comfort zone", del benessere, della sicurezza sociale.

Il video di Danny Perez allinea le coordinate tipiche di una certa "trash TV" degli anni '90 alle istanze retrò della musica degli Uniform, ultimo anello di una catena che comprende, fra gli altri, Suicide, Big Black e Godflesh.

Il tutto filtrato attraverso l'inconfondibile tocco urbano newyorkese.

Da grandi poteri (felini) derivano grandi responsabilità

Cat Power

Wanderer

Settantanove secondi: questa la durata del teaser che preannuncia il nuovo album di Cat Power che uscirà a ottobre.

Settantanove secondi di Wanderer, il titolo di questo brano e del disco intero.

Settantanove secondi, dopo sei anni di silenzio discografico. Che non sono pochi, ma nemmeno troppi.

Settantanove secondi, tra gospel, folk e una voce. Quella voce.

Settantanove secondi che fanno immediatamente intuire che Charlyn Marshall ha messo da parte le influenze più elettroniche, dominanti nel precedente Sun, per tornare a un "formato canzone" più acustico e diretto che si ricollega idealmente con i suoi primi lavori.

Settantanove secondi che riaffermano, ce ne fosse poi davvero ancora bisogno, che senza Cat Power più di metà delle folk singer contemporanee sarebbero ancora nelle proprie camerette, lolite cresciute senza nemmeno un briciolo del suo talento.

Settantanove secondi, il tempo che di certo non ci mise Sean Penn a dire qualche tempo fa: «Eddie Vedder è la voce dell’America».

Settantanove secondi, il tempo che di certo non ci metterò io a scrivere che Cat Power è la controparte, femminile, di Eddie Vedder.

Cat Power è la voce dell’America.

Settantanove secondi dove disegna immaginarie traiettorie che partono dalle polverose strade americane e arrivano ai bicchieri mezzi vuoti lasciati sopra il bancone dei bar, ai lati delle grandi autostrade. E ancora, i letti delle camere dei motel sfatti alla mattina, i "pink flamingos" con le ali spezzate fuori dalle case dell’ex classe media, la sbiadita bandiera a stelle e strisce appesa fuori dai distributori di benzina.

Tutto questo in soli, uhm, settantanove secondi.

(e, nel frattempo, anche negli oltre quattro minuti di Woman, in compagnia della sempre languida Lana Del Ray)

Concittadini di H.P. Lovecraft

Daughters

Satan in the Wait

I Daughters sono definiti art-grind-noise-manic-epoiancora-epoiancora-rock. Ce ne sarebbero molti altri di "nick" e di trattini che li uniscono per dire che musica sia, un vero trenino, ma abbiamo pietà di voi e vi risparmiamo il rosario.

Difficile classificarli: non siamo tutti ornitologi, noi critici musicali. Spesso ci viene semplicemente la voglia di buttarci nel mare di suoni e carabattole creative di band così euforiche, ma così euforiche, da tentare percorsi originali e renitenti a qualsiasi forma di placcaggio archivistico.

Insomma, sarebbe più facile decrittare il significato del testo, altra pratica inutile, piuttosto che dirvi a parole che musica facciano. Provateli e basta e tenetevi la bellezza del titolo – qualsiasi diavolaccio di cosa possa significare – e spingetevi al largo di questo bel fiume che cresce di livello a ogni giro di basso, con gli strumenti che si aggiungono alla stessa stregua di corpi estranei che l’acqua carpisce dalla riva e conduce davanti agli occhi di Huck e Jim, stanchi, increduli ma così esperti da capire che è inutile affidarsi alla foga della corrente ed è meglio aspettare e godersi la poesia del tutto che scorre (anche lo schiavismo e le piattole al culo).

Il brano sale e sale dal cuore al cervello fino ad annegarcelo in una macedonia liturgica di alternative rock e marcia funebre a passo uno. Se credete nel potere taumaturgico della musica, allora dovete anche esser certi che ci sono canzoni capaci di infettare l’anima e intossicarla di tristezza e smog, quindi lasciate perdere i Daughters. Questa loro rassegna di luce e ombra non vi porterà a capire in quale momento della giornate stiate lasciando il mondo che non vi ha mai accettato sul serio.

Se invece pensate che una canzone di sette minuti è solo una canzone di sette minuti e non v'impedisce di sprecare la vita perché le mani sono libere e possono fare tante cose, allora ascoltate Satan.... Vedrete che guarirete dal vizio del multitasking.