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Ghosting in the Machine

Florence + The Machine

Big God

… e se fosse Florence Welch, la figura femminile rock più importante e significativa degli anni ’00?

La sua band è senza dubbio famosa, apprezzata e commercialmente vincente, ma forse il profilo della sua leader non è abbastanza glamour – o frivolo – per spiccare nell’attuale panorama mediatico.

Non è che sia un male, specie la Macchina continuerà ad anteporre la sostanza alla forma e a sfornare dischi di alto livello. Trascorsi tre anni da How Big, How Blue, How Beautiful, pochi giorni ci separano dal nuovo High as Hope.

Big God è il terzo antipasto, dopo l’intimismo di Sky Full of Song e l’immediatezza di Hunger. Qui si parla di “ghosting” ed è un brano molto suggestivo (troppo facile dire “spettrale”, ma ci abbiamo pensato). In tutto: tre canzoni, tre piccoli mondi diversi, una sola, intensa e vibrante voce a reggere le fila.

Non sarà la regina dei social o del gossip, Florence, ma un’artista vera e ispirata di cui si parlerà ancora per tanti anni: quello sì, per fortuna.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Il braccio violento della legge

As I Lay Dying

My Own Grave

Il loro nome cita il titolo di un romanzo del 1930 di William Faulkner (Mentre Morivo, in italiano), portato anche sul grande schermo nel 2013 da James Franco, ma sono diventati famosi usando le maniere forti più che le finezze intellettuali.

Intorno alla metà degli anni '00, infatti, gli As I Lay Dying hanno riscosso un successo sorprendente, considerando la violenza sonora della loro proposta (in genere ascritta al filone metalcore moderno, con testi più o meno ispirati al cristianesimo). Nessuno li ha mai ragionevolmente scambiati per i nuovi Metallica o Slayer, ma fino a quel punto avevano una bella storia da raccontare.

Cinque anni fa il cantante Tim Lambesis è stato arrestato in California. L'accusa: aver ordito un piano concreto per far uccidere la moglie, ingaggiando un sicario allo scopo (celebre una dichiarazione del suo avvocato, secondo cui l'abuso di steroidi ne aveva offuscato la ragione). La sua condanna a sei anni di prigione, nel 2014, sembrava aver decretato la fine della band americana (gli altri membri si sono poi reinventati a nome Wovenwar, con minore rilievo).

Tutto male quel che finisce male? No: rilasciato in libertà condizionata a fine 2016, il frontman si riconcilia pian piano con gli ex soci. A quel punto scatta la reunion, ufficializzata da questo brano – che li vede all'altezza della loro fama, per la cronaca – e da un concerto a San Diego, la settimana scorsa. Verosimilmente, rivedremo presto gli AILD in piena attività con discreto riscontro.

Tutto bene quel che finisce bene? Non proprio, visto il clima di tensione che si respira oggi in America in tema di violenza domestica. Insomma: non tutti hanno preso bene il ritorno in scena dell'ex aspirante femminicida Lambesis, a partire dall'autorevole magazine Metalsucks.

Chiunque merita una seconda possibilità? Il leader di questo gruppo ha "pagato" per il proprio crimine, quindi è giusto che venga di nuovo acclamato dai propri fans? Il metal è più forte di tutto, anche del movimento Me Too? Se avete in tasca una risposta pronta, definitiva e convincente, siete dannatamente in gamba.

Mogol, Gianni Morandi, Pupo e Paolo Mengoli, nella prima formazione della Nazionale Cantanti

Parquet Courts

Total Football

C’erano una volta Johan Cruijff, i Mondiali del 1974 e la nazionale olandese. C’era una volta il calcio totale e questa sua teoria romantica secondo cui, in una squadra, nessuno degli undici esecutori valeva più della somma complessiva. Anzi, a ognuno di loro era richiesto di saper ricoprire anche il ruolo di tutti gli altri, perché si sa: cambiando l’ordine degli addendi il risultato deve rimanere lo stesso.

In principio fu Bruno Bolchi e una fotografia in bianco e nero successivamente ridipinta di nerazzurro, stampata e imbustata – grazie alla mitica Fifimatic – per dar vita alla prima di una serie infinita che avrebbe colorato i nostri sogni (e i nostri incubi) di bambini, trasformandoci tutti in piccoli, meravigliosi capitalisti, maestri nell’arte dello scambio in base a una qualunque legge di domanda/offerta.

Sarà per via di quella esaltazione del collettivo, oppure questa solita componente di hipsteria retromaniaca, ma i Parquet Courts hanno deciso di impastare queste due forme di nostalgia in una polpettina commovente e – con tanti anni di ritardo e tempistiche a dir poco da paraculi – darcela in pasto giusto in tempo per la fase a gironi di Russia 2018.

Questa l’unica idea brillante, perché, dopo gli esperimenti extra-coniugali con Daniele Luppi, i quattro tornano tra le braccia del loro amato, generico post-punk privo di particolari acuti. Total Football è tratta dal freschissimo Wide Awake! ed esce in edizione limitata su vinile da 7" decorato in perfetto stile Panini anni ‘70, compreso un set di figurine da attaccare a piacimento, in modo che ognuno possa comporre la propria personale copertina. In pratica, il primo singolo della storia a contenere un… album, invece che viceversa.

A dirla tutta, il classico caso in cui la scatola vale più del contenuto, visto che, se da un lato il packaging è così sfizioso da correre il rischio di non poter mancare in qualunque collezione che si rispetti, dall’altro – a livello musicale – nella classica cernita “celo / manca / celo / manca”, questa ce l’abbiamo già: doppione carino o poco più, che non aggiunge molto al discorso già imbastito da Andrew Savage e compagni.

Non che ce ne fosse necessariamente bisogno: la formula della band texana è rodata e funziona, ma diciamo che il Pierluigi Pizzaballa di turno, ovvero l’elemento che darebbe quel tocco di completezza a tutta la raccolta, è ancora ben nascosto, introvabile, tra le bustine buttate di qualche edicolante di periferia.

Lo stile, innanzitutto

Interpol

The Rover

«Come and see me / And maybe you’ll die».

Attacca così, con il solito irrefrenabile ottimismo, The Rover, il nuovo singolo degli Interpol. Anticipa Marauder, il sesto album, in uscita il 24 agosto a quattro anni di distanza dal precedente, El Pintor. Soprattutto, esce dopo il tour che li ha portati in giro per il mondo a celebrare il quindicesimo anniversario del loro celebre debutto Turn on the Bright Lights.

Diciamolo subito: un pezzo noiosetto e senza molto mordente, oltre a ricalcare un po’ troppo la struttura di All the Rage Back Home (singolo che anticipava El Pintor). Tutti elementi che, paradossalmente, depongono a favore del nuovo disco, perché è noto che, nel mondo Interpol, i singoli siano quasi sempre la parte meno interessante dell’intero lavoro.

Abbiamo un nuovo e caldissimo Paul Banks, pronto a convertire le sue innumerevoli paranoie in pregevoli trattati sui vizi dell’umanità, un Daniel Kessler che non invecchia mai, sempre al timone del gruppo, e il fiammante Sam Fogarino, con il suo basso chiacchierato.

Chi scrive non sposa l’idea diffusa che gli Interpol siano finiti dopo Antics (2004) o, semplicemente, dopo la dipartita del bassista storico Carlos Danger. Folle rimpiangere uno che se n’è andato otto anni fa (non ieri).

È indicativo, però, che a questo giro abbiano deciso di affidarsi totalmente a un produttore, Dave Fridmann (membro fondatore dei Mercury Rev e al mixer per Flaming Lips, Tame Impala, OK Go). Con lui, la band ha lavorato quasi sempre in presa diretta, senza troppi edit, in uno studio a pochi chilometri da Buffalo, durante uno degli inverni più rigidi che quella parte degli Usa abbia visto.

Siam pronti e abbiamo grandi aspettative su Marauder: la parte di Banks che, per usare le sue stesse parole, “meglio rimanga in una canzone”.

("Marauder" inteso come carro armato, non come chitarra)

Nuvole rapide

Therapy?

Callow

Se per voi i Therapy? rimangono sempre e solamente “quelli di Troublegum… beh, non vi fa onore, ma ci può anche stare.

Un album così azzeccato, dall’inizio alla fine, al posto giusto e al momento giusto, non l’hanno più fatto. Dal vivo suonano tuttora quella manciata di hit memorabili senza fare troppo gli schizzinosi, in ogni caso – si chiama gratitudine & rispetto per il proprio pubblico.

Dopodiché, il trio nordirlandese non solo non ha mai “mollato”, risparmiandoci così la consueta pantomima della reunion a sorpresa, ma non ha mai nemmeno fatto delle porcate. Leggi: dischi brutti o banali o tristi.

L’incombente Cleave proseguirà la lieta tradizione, se la premessa è quella del primo singolo. Callow, infatti, è una classica, bella canzone dei Therapy? “maturi”, con quel tipico timbro di chitarra malinconico (e un piede nelle radici indie-noise e l’altro nella forma-canzone pop).

Poi andrà bene ritrovarsi sotto il loro palco a urlare e sgomitare su Screamager, fingendo che nel frattempo il tempo non sia fuggito. Ma, per favore, non andate in giro a dire che la loro carriera è finita nel 1994.

Sento prima l’acqua con i piedi, perché ho mangiato la mozzarella in carrozza poco fa

Spiritualized

I'm your Man

Ladies and Gentlemen, they’re floating in space no more!

Il nostro astronauta preferito ha perso l’equipaggio e la nave spaziale e ora è costretto a imbarcarsi in un viaggio fatto di tappe tutte ben ancorate sulla superficie terrestre (perché la gravità vince, sempre), alla guida di una vecchia, bellissima Ford Plymouth Fury III del 1969 – anno, guarda caso, dello sbarco sulla Luna – mentre ammira malinconico il sole che, troppo lontano, scompare dietro il banalissimo orizzonte del nostro banalissimo pianeta.

Jason Pierce, nel corso dei suoi trip interstellari, è sempre stato un po’ ossessionato dall’utilizzo di parole, melodie e iconografie prese dalla "Grande Storia della Musica": le ha scelte con cura, sezionate e messe a bagnomaria in altre atmosfere, in modo da dar loro un peso e un respiro diversi o anche solo una strizzatina d’occhio a mo’ di omaggio. Giusto per rimanere nell’ambito del già citato capolavoro degli Spiritualized, la opening (nonché title)track era un mash-up tra la “melancholia” strisciata dell’ex-Spacemen 3 e I Can’t Help Falling in Love with You di Elvis Presley, così come la seconda traccia s'intitolava Come Together e Cop Shoot Cop prendeva in prestito qualche verso da Sam Stone di John Prine.

Non stupisce quindi che – dopo sei anni di silenzio radio interrotto giusto dai recenti messaggi in codice morse – il nuovo singolo s'intitoli I’m your Man (ma non sia una cover di Leonard Cohen) e anticipi un album in uscita a settembre che si chiamerà And Nothing Hurt (ma non avrà niente a che spartire con l’ultimo di Moby).

Per quanto detto, stupisce ancora meno che il video, diretto da Juliette Larthe, descriva una malinconica e commovente visita guidata ai luoghi leggendari del rock sparsi per il sud della California: dalla Joshua Tree Inn (nella cui "Room 8" Gram Parsons perse la vita per un mix di alcol e droghe nel 1973) al Moon Fire Ranch (un complesso di edifici costruito per il set di un film, teatro, nei tardi 60's, di mitologici party privati organizzati da Jimi Hendrix, Janis Joplin e i Doors, tra gli altri).

Vestito di tutto punto con la sua tuta spaziale, J Spaceman, prima di partire, fa la valigia e la riempie dei suoi santini: una statuetta di Hank Williams, un ritratto di The King, appunto, una foto di Link Wray, un portachiavi della Sun Records. Mette in moto, aggiusta lo specchietto retrovisore sporco di impronte che sembrano fossili e ci ricorda che la nostalgia, anche se fa male e crea dipendenza, è comunque stata linfa vitale per le migliori canzoni di sempre.

Questo pezzo – una marcia country-blues che cresce lenta, tra fiati umidi e mormorii di chitarre vintage così vicine ma così lontane – ne è l’ennesima testimonianza.

Acido acida uuuuuuuuhhhhhhooooooooo...

M¥SS KETA

Una Donna che Conta

Qualcuno può anche pensare che sia solo la risposta italiana a Lady Gaga (la classica replica che era meglio non dare), ma M¥SS KETA è molto di più. Questo suo nuovo singolo non solo vi ipnotizzerà e costringerà a leccarle la punta delle scarpe, mentre ancora starete lì a chiedervi se vi piaccia o meno, ma vi offrirà qualcosa in cui credere.

M¥SS KETA lascerà nel vostro cuore un buco così vorace che non potrete più fare a meno di lei per seguitare a nutrirlo. Lei è una dea, ne partoriamo anche noi italiani di tanto in tanto, e in tempi così difficili necessitiamo di un simbolo con cui dar senso ai nostri Butsudan domestici, a parte le ragnatele e gli scontrini del bar.

Una Donna che Conta sintetizza meglio di qualsiasi parossismo contestatario da teatro canzone trent'anni di storia italiana, con i nomi degli uomini (e delle donne) così evocativi e a tratti sinistri (Lele, Belén, Wojtyla, Silvio), tutti passati per le arterie cardiache e le gambe di questa nuova mantide pop che appare come una specie di oscura signora della corruzione e della decadenza Sorrentina – nel senso del regista Paolo.

La voce sexy e becera insieme, le rime infantili e di rara cattiveria, il flirt tra tecnologia rétro e sigarette elettro e il sound techno da toeletta per cani VIP trasformano M¥SS KETA in una specie di antologia sacrilega del culturame nostrano. Il vostro mondo sarà diverso al termine di questi tre minuti e rotti.

Gli impressionisti del blackgaze

Deafheaven

Canary Yellow

Ecco: ci risiamo. Che fine ha fatto il black metal? Quello "vero", perlomeno.

Non è insolito, infatti, capitolare nella faida tra i puristi del (sotto)genere e gli adepti del nuovo corso dall'atmosfera eterea che mischia il post-rock più libidinoso "in maggiore" alle splettrate inquiete di una certa storia norvegese.

Dopo l'ormai pietra miliare Sunbather, i Deafheaven si sono fatti paladini della nouvelle vague della musica ex demoniaca, passata dal colore rosa (in copertina) ai colorati contrappunti degli ultimi lavori. Dopo Baby Blue del precedente New Bermuda, ecco spuntare fuori Canary Yellow, neanche fossero diretti discendenti di Claude Monet o di qualche altro impressionista francese.

Il brano, ancora una volta, incarna l'emblema del "blackgaze", portandone avanti i dettami fondamentali, riuscendoci ancora una volta e innovando(si) poco o niente, se non per una direzione che si direbbe ancora più aperta a tutti, con buona pace di chi non se li è mai filati nemmeno di striscio.

In questi dodici minuti anticipatori del nuovo Ordinary Corrupt Human Love (più espliciti di così...), si può comunque apprezzare l'intento di continuare su dettami consolidati, fatti di buon gusto melodico (soprattutto). Purtroppo non si può dire lo stesso delle pose del teatrante George Clarke, frontman lezioso e ormai divenuto vittima del suo stesso personaggio.

Sotto questo sole, rossi e col fiatone e neanche da bere

Smashing Pumpkins

Solara

Ci avreste creduto se, dieci anni fa, vi avessero detto che nel 2016 si sarebbero riformati i Guns N’ Roses più o meno originari? E se qualcuno, tempo fa, vi avesse pronosticato un ritorno dei Misfits con Glenn Danzig alla voce, avreste sorriso o che?

La reunion degli Smashing Pumpkins segue le precedenti menzionate e arriva, dopo anni di furiosi litigi tra i vari ex componenti, come qualcosa di inaspettato e, forse, fuori tempo massimo. Proprio come i Guns o i Misfits, anche per loro non si può parlare di formazione classica: manca infatti D’arcy Wretzky, la bionda bassista che ha sbottato sui blog di mezzo mondo per via della sua esclusione.

Musiciste incazzate a parte, che cosa ci dice Solara? La prima traccia inedita della band di Chicago – Billy Corgan, James Iha, Jimmy Chamberlin e il "nuovo"Jeff Schroeder – suona come una riuscita outtake di Machina/The Machines of God; non male per un gruppo che non incideva insieme da ben diciott'anni.

Complice la produzione di Rick Rubin, inaspettatamente si tratta di una convincente rock song che, grazie a una ritmica serrata, alla potente chitarra di Iha e alla riconoscibilissima voce di Corgan, si riallaccia a tutto ciò che era stato lasciato aperto intorno al 2000. Billy, fortunatamente per noi, ha deciso di mettere da parte le influenze più prog che hanno caratterizzato pesantemente le tracce contenute su Zeitgeist, Oceania e Monuments to an Elegy, concentrandosi consciamente sulla forma-canzone alternative rock che andava così forte negli anni '90.

Se qualcuno dieci anni fa vi avesse detto che nel 2018 gli Smashing Pumpkins si sarebbero riformati, e avrebbero persino inciso pure una buona canzone, ci avreste creduto?

"L" di Lykke

Lykke Li

Hard Rain

Lykke Li, cantautrice, compositrice e performer svedese, da una decina d'anni milita con dignità nel campionato delle voci dolenti femminili.

Nata come oscura pop-sensation, e immotivatamente accostata a Lorde, ha fluttuato, attraverso i suoi tre album, in vari anfratti della contemporaneità. Al suo attivo pochi successi massicci, ma un discreto consenso di timbro coachelliano (ricordiamo la monster-hit I Follow Rivers, di cinque anni fa, e il freakkettonissimo Wings of Love, pubblicato con il suo progetto parallelo LIV.).

Il suo quarto album fresco di uscita, So Sad So Sexy (non c’è descrizione più calzante per lei), abbraccia ritmiche e moduli più attinenti alla trap e al suono spezzettato del nuovo R&B. Hard Rain è la traccia d’apertura; prodotta da Rostam Batmanglij dei Vampire Weekend, gravita tra beat trappeschi e sfumature di R&B che vanno dalle TLC a Drake. E poi pause, sospensioni e intrecci di voci vocoderate.

Articolato ma efficace.

Lykke Li è abituata a curare la sua musica a 360°, motivo per cui, il più delle volte, si fa i video da sola. Dentro c’è sempre lei che bacia dolentemente qualcuno, o litiga con qualcuno, o balla di fronte a qualcuno.

Quello che di lei non tutti percepiscono è il suo contributo a quella nuova onda artistica che ha resuscitato Laurel Canyon. Forse perché lei, a Laurel, ci vive insieme al compagno, Jeff Bhasker, stimato produttore e padre di sua figlia. Ha pure fondato una distilleria di liquori a base di mescalina, inaugurata da un party così fico da meritarsi paginate su Vogue.

Dove una volta c’erano Crosby Stills Nash Young e Joni Mitchell, ora ci sono lei, Father John Misty e Jonathan Wilson.

(Joni, però, il drink alla mescalina lo gradirebbe)

A love song to Mary Jane

Wilko Johnson

Marijuana

A inizio 2013 Johnson annunciò il proprio “farewell tour”. Non era il classico addio alle scene più o meno farlocco di tanti altri musicisti stagionati, tuttavia; erano proprio gli ultimi concerti prima di morire, da lì a qualche mese.

Gli era appena stato diagnosticato un tumore del pancreas, infatti, che non avrebbe dovuto lasciar spazio ad alcuna speranza. Il bello è che lui riusciva persino a scherzarci sopra, pur facendo trapelare un’ovvia disperazione.

Ulteriori consulti medici e una complessa operazione hanno poi ribaltato il “verdetto” iniziale. Cinque anni e un apprezzato disco inciso con Roger Daltrey dopo, l’ex chitarrista dei Dr. Feelgood – nonché titolare di un piccolo ruolo ne Il Trono di Spade – torna in versione solista con l’album Blow Your Mind e un singolo dal titolo esplicito.

Va da sé: una canzone “pro” cannabis (non che ne ricordiamo molte “contro” nella storia del rock, a dire il vero); approfondendo il discorso, è una sorta di riflessione agrodolce sulla condizione di malato terminale.

Perché, nelle stesse parole di Wilko, «niente ti fa sentire vivo come quando ti dicono che stai per crepare». E data la sua esperienza, tendiamo a credergli.

Syd, don't be sad!

The Internet

Come Over

Sono ancora le relazioni interpersonali le protagoniste delle canzoni di The Internet, gruppo del giro Odd Future che torna dopo i buoni riscontri dell'ultimo disco, Ego Death, datato 2015.

Qualcosa è cambiato nel suono, però. Se prima si trattava di pezzi nu-soul annegati, fumosi, in cui il quotidiano era un continuo party pericoloso in cui i rapporti potevano chiudersi in maniera dolorosa, qui la situazione è diversa. Forse più matura.

Su un groove funk poco funambolico ma dritto ed efficace, la cantante Syd narra la storia di una comunicazione, il classico "Passo da te?" a tarda notte, con annesse le varie sfaccettature di questa situazione. Il brano, che si chiude con una parte più sperimentale/plasticosa, mette al centro un ritmo semplice, quasi da dancefloor, screziato d'estate, che fa capire come certe cose siano spesso più semplici di quanto sembrino.

Le relazioni, ad esempio.

Sì: sei una torch singer, ma non è questo che intendevamo

Neko Case feat. Mark Lanegan

Curse of the I-5 Corridor

Lei è completamente indifferente alle tendenze, e alle smorfie di dolore estetico di chi osserva la copertina più brutta del decennio (vaga allusione alla propria casa andata a fuoco).

Lei è l'approdo finale di lontane generazioni di songwriter anche molto diverse tra loro – da Joni Mitchell a Beth Orton, da Stevie Nicks a Aimee Mann – e non sentiremo più nulla di simile, perché questa modalità di dare suoni e parole alle proprie lune è stata completamente messa al bando, tra Adele e le Beyonciate.

Lei ha probabilmente inciso il suo disco più completo dopo una lunga pausa a ritrovare le proprie coordinate, tra i New Pornographers e le amiche k.d. lang e Laura Veirs (con le quali aveva pubblicato il lavoro precedente).

Lei ha messo nel suddetto album, Hell-on, dei brani probabilmente superiori a questo duetto con Mark Lanegan dalla durata Neilyounghiana (sette minuti) e dalle liriche sommamente autobiografiche («I fucked every man that I wanted to be. I was so stupid then»), ma non ci si può esimere dal segnalarlo quasi fosse una sorta di requisitoria, di discorso dal pulpito, di ultimo valzer per un pubblico che guarda l'orologio della propria vita, nota che s'è fatta una certa e inizia ad andarsene verso altre idee di musica – o forse verso nessuna musica.

Ragazzi acqua e sapone

HMLTD

Pictures of You

HMLTD starebbe per "Happy Meal Ltd.". E qui finisce la parte che possono ascoltare anche i bambini.

A voler essere precisi, fino poco tempo fa gli HMLTD si chiamavano sul serio Happy Meal Ltd. Quando però si son palesati i legali di McDonald's, e hanno espresso tutte le loro perplessità sulla reale efficacia di nome del genere in relazione al target di pubblico cui il gruppo si voleva rivolgere, i ragazzi hanno acconsentito a sostituirlo con il suo codice fiscale.

Brutta storia. E i particolari scabrosi non faranno che aumentare andando avanti. La buona notizia è che, messi a letto i piccoli, possiamo ufficialmente uscire dalla fascia protetta e sguazzare nel torbido felici come dei porcellini prima del macello.

Formatasi nel 2016 a seguito dell'adunata in quel di South London di un manipolo di sbandati provenienti da ogni dove (Grecia, Parigi, Devon rurale e qualche altro posto sconosciuto anche a Google Maps), in meno di due anni la band inglese è già entrata nella Top 100 Cool List di Dazed, oltre a essersi guadagnata etichette entusiastiche come “the UK’s most thrilling new act” (NME) o “the real fucking deal” (Loud and Quiet).

La rapidità della scalata fa supporre sia avvenuta solo in minima parte grazie alla musica e alle canzoni, ma più che altro per merito di un ambaradan carnascialesco fatto di assurdi outfit "gender fluid", filmati grotteschi e disturbanti, performance live a tema e scenografie dedicate per ogni concerto (un B-movie horror, il Monte Olimpo con tutta la schiera degli dei greci, il Paradiso completo di nuvole fatte di ovatta e bambole gonfiabili volanti nel ruolo di cherubini che distribuiscono rossetti e mascara).

Insomma, immaginatevi Ziggy Stardust che se la fa con Peaches mentre Annie Lennox e Boy George guardano ammiccanti, i Prodigy che suonano una cover neo-romantic dei Frankie Goes to Hollywood, un triangolo erotico tra i Bauhaus, Skrillex e Billy Idol con Prince che scatta foto di nascosto e le mette online a loro insaputa. Il tutto in mezzo a una sfilata di Gucci.

Parodie a parte, visto l'imminente Pride e le polemiche che come ogni anno ha già suscitato, il tentativo di affrontare in maniera così diretta tematiche delicate legate all'universo LGBT è comunque da apprezzare. Peccato che provenga da una band i cui componenti sono tutti dichiaratamente etero, lasciando a molti un retrogusto di dubbio: è la prova che la questione è finalmente uscita dalla sua nicchia o solo un maldestro tentativo di cavalcarne l'hype da parte di chi non sa bene di cosa stiamo parlando?

Stairway to heaven?

Coheed and Cambria

The Dark Sentencer

Come abbiano fatto a diventare così (relativamente) famosi, rimane un gran bel mistero.

Cioè: una specie di genialoide entità progressive rock/metal/alternative che ha pubblicato l’album di debutto per un’etichetta storicamente legata alla scena hardcore punk (la Equal Vision), che in seguito ha inciso una manciata di lavori per una major e che, ancora oggi, gode di un contratto che tantissimi musicisti possono giusto sognare, perlomeno a livello di esposizione e promozione (Roadrunner).

Il bello è che tutto è avvenuto a partire dal 2002, quando la rivoluzione digitale e la crisi della discografia – causa & effetto, ufficialmente – erano già state innescate. Oltretutto, con un’immagine da fricchettoni/nerd non proprio “vendibilissima”.

Ah: fondamentalmente, buona parte dei loro dischi forma una complessa saga fantascientifica – ideata dal leader Claudio Sanchez, intitolata The Armory Wars e pubblicata anche come fumetto.

I Rush erano dei dilettanti, al confronto dei Coheed and Cambria.

I quali, per non smentirsi, anticipano il loro nuovo album con un singolo di dieci minuti. La nostra pseudo recensione termina qui perché, se davvero v’interessa questa band, è meglio che cominciate a risparmiare del tempo.

P.S.: sono in gamba e se lo meritano.

La chiesa non fa sconti

Ghost

Dance Macabre

Se ne parla già da qualche settimana, del nuovo album della band di quel furbacchiotto di Papa Emeritus. Il pestifero Prequelle, infatti, è già caduto vittima delle consuete diatribe su che cosa possa e debba ancora essere considerato heavy metal o meno.

Anche questo genere musicale, come il mondo intero, probabilmente è cambiato. E piaccia o no, le braccia tese con lo smartphone hanno preso il posto delle corna alzate (pure nelle peggio bettole underground). Un brindisi di commiato al vecchio mondo del pogo e del chiodo sudato...

Tutto sommato, però, non è certo qui il problema. E nemmeno, forse, le controversie legali che vedono Tobias Forge accusato dai vecchi compari di non aver diviso la torta in parti uguali. Nel frattempo, lui è rimasto l'unico Papa – ora Cardinal Copia, con una nuova mise da gangster – a godersi i frutti dei Ghost. Neanche la Chiesa fa sconti, dopotutto.

Con una saggia dose di ironia che non può non strappare un sorriso, il video del nuovo singolo mostra le storie Instagram di gente come Kirk Hammett, Chris Jericho, Phil Anselmo, Chino Moreno, Matt Shadows e compagnia bella, tutti intenti ad ascoltare il brano e a goderne, divertiti, senza troppe pretese né patemi.

Una canzone semplice e ruffiana, quasi AOR, con un riff da arena caciarona e un ritornello che s'imprime in testa come se fosse la duecentesima volta che passa su Virgin Radio. E il gioco è fatto.

In ogni caso, per qualche nuova leva metallara, forse i Ghost possono ancora rappresentare il "ponte" per recuperare i vari Carcass, Deicide e Morbid Angel (quelli sì, tuttora, lontani da Instagram Stories).

... e a modo mio, ringrazio Dio (oggi la storia la faccio io)

Jeremy Enigk

Lizard

Strana la storia dei Sunny Day Real Estate: una, band che, poco dopo la morte di Kurt Cobain, era vista come quella in grado di continuare a portare la musica di Seattle ai piani alti delle classifiche di mezzo mondo, come successo poco prima con i vari Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden e compagnia bella.

'120 Minutes', il noto programma televisivo di MTV, insieme a varie riviste del settore (Kerrang in primis), credevano per davvero a questa profezia che, purtroppo, si risolse in un nulla di fatto. Dopo aver pubblicato i loro primi due lavori – Diary, uno dei migliori dischi alternative rock degli anni '90, e LP2 – il gruppo decise di dividersi, complice la "svolta cristiana" di Jeremy Enigk, il frontman della formazione, che lo portò a incidere in completa solitudine il suo primo disco solista.

Return of the Frog Queen, originariamente pubblicato nel lontano 1996, torna ora sugli scaffali dei (pochi rimasti) negozi di dischi in una bella "legacy edition" curata dalla Sub Pop che include, oltre alle tracce originali, diversi pezzi registrati nel 1996 da The End (storica radio di Seattle). Colpisce su tutto la versione di Lizard, stramba ballata acustica piena di flauti traversi e tanta altra roba che poco si suonava in quegli anni e che acquisisce forza e drammaticità tramite una coda strumentale non presente nella versione originale.

Proprio grazie a canzoni come questa si capisce quanto profondamente questa opera abbia influenzato diversi musicisti che, da lì a poco, si sarebbero affacciati sulla scena musicale alternativa a stelle e strisce, dai Neutral Milk Hotel a Sufjan Stevens fino ad arrivare a Bon Iver. Con buona pace di Enigk, che di grande musica ne ha sempre scritta... nonostante lo sperato e meritato successo non sia poi mai arrivato.

Barbe e baffi

Ex-Otago

Tutto Bene

Un singolo che bussa alle nostre membrane timpaniche e ci burpa nella mente eruzioni esofagiche aromatizzate allo spritz e crema solare barbesca. Tutto Bene potrebbe anche essere un pronostico per la carriera prossima ventura degli Ex-Otago: dopo averlo fatto suonare nel PC, questo pezzo è già un virus cerebrale che si è preso il mega-attico del mio cervello burroso.

Nel video, Maurizio Carucci imperversa con il look alla Nanni Moretti in gita allo Zoomarine, mentre una cricca di cinciallegri senza troppo stile agita le chitarre manco fossero i Saxon al primo Monsters of Rock di Donington. Il sound è un misto di dance in stile Corona 1995 e tribalità perfettine nel "villaggio vacanze maledetto" (titolo ideale per un ritorno alla regia molto ispirato di Sergio Martino).

Si fa per scherzare; il vero regista di questo clip terrazzante è Marco Gradara, fuoriclasse del fashion più barbarico. La sensazione è che siamo alle soglie dell’hittero e che, dietro questa canzunciella molto blanda e un po’ scettica, vi sia un mondo senza dio, in cui uomini annoiati duellano a colpi di baffi futuristi e che, più che conversare, facciano rassicuranti aggiornamenti linkedinici. Sotto sotto, però, a Maurizio e alla sua band forse viene il dubbio che non possa sempre andare così tutto bene, no?

Sì: c’è il lavoro, la crisi sta finendo, il nuovo governo sta iniziando, c’è comunque la potenza sessuale e l'onanismo è stato sdoganato dalla Chiesa, ma non può scorrere tutto liscio. Gli Ex-Otago ci e si chiedono se, oltre i volti pelosi e le camicette fiorite, stia davvero andando tutto bene... Davvero va tutto bene? Davvero?

Tutto il peso delle notizie a sorpresa

Idles

Colossus

Per una volta, procediamo in maniera schematica e tiriamo le fila del discorso a partire da un elenco di “facts & figures”.

Gli Idles sono coloro che, poco più di un anno fa, hanno saputo trasformare quello che era stato uno stile architettonico, prima, e una moda nel web design, poi, in un disco.

Joe Talbot è il cantante degli Idles, ma prima ancora di sapere chi è, ci tiene a specificare chi non è: «Non sono Bob Dylan. Non scrivo storie: c’ho provato, ma faccio veramente schifo a raccontare le cose. Sono bravo con roba breve di una riga. Ho un talento naturale nel farti sentire un coglione dicendo mezza parola dopo che tu hai blaterato per cinque minuti buoni. Ecco cosa so fare.»

Pochi fronzoli e, se servono, gesti eclatanti, insomma. Tipo omaggiare la madre morta disperdendo le sue ceneri (“facendole pressare”, credo sia il termine tecnico, ma la cosa avrebbe perso tutta la sua poesia punk), dentro le poche copie di un’edizione limitatissima in vinile da 100g del disco di cui sopra.

Perché gli Idles sono così: coerentemente scomposti, tragicomicamente incazzati, grottescamente brutali, appunto.

Will Hooper è uno che ha un debole – oltre che un occhio del tutto personale – per un certo tipo di comicità surreale. Stempera i casini nei colori pastello di un dipinto di Michaël Borremans e sdrammatizza il concetto di “far fronte alle avversità della vita” riportandolo con i piedi per terra, ben piantato nelle metafore di una quotidianità irreale: potare la siepe, stirare i panni, rifare il letto, risolvere il cruciverba che era stamani sul giornale... responsabilità il cui peso schiacciante rischia di sopraffarti ogni giorno.

Colossus è il nuovo singolo degli Idles: arriva insieme a un video diretto da Will Hooper, dove Joe Talbot ci mette – nel vero senso della parola – la faccia e dovrebbe far parte del secondo album della band di Bristol, che bolle in pentola ormai da un po’ di mesi, ma fino poco fa non aveva né un titolo, né una copertina, né una data di uscita.

#JOYASANACTOFRESISTANCE, invece, è un hashtag: un po’ confuso e difficile da pronunciare come uno scioglilingua, ma rigorosamente tutto maiuscolo, ovvero urlato in faccia senza prendere scorciatoie, in pieno stile Idles.

Ecco.

Se avete avuto la brillante idea di tenerlo d’occhio negli ultimi tempi, giusto ieri avete scoperto dove (e quando) andremo a parare.

Questa poi la metto ne 'I Fratelli Karamazov'

Beth Orton & The Chemical Brothers

I Never Asked to Be your Mountain

Ci sono casi in cui la bellezza (o la bruttezza) di una canzone viene oscurata dalla storia che l’accompagna. Specie se la storia che l’accompagna è la sua cartella stampa.

I Never Asked to Be your Mountain, cover dell’omonimo pezzo di Tim Buckley (1967), è un divertissement che Beth Orton e i Chemical Brothers incisero una ventina d’anni fa. Lei era nella fase di Central Reservation e i Chems avevano appena pubblicato Dig Your Own Hole. Si sa: quando c'è stima, e ci si incontra sovente nelle retrovie del music business, capita di strimpellare qualcosa insieme. E poi Beth aveva già lavorato con i due fratelli chimici.

Ma che fine aveva fatto, dunque, questa cover? Niente: era stata abbandonata, come spesso accade. Ecco però che, vent’anni più tardi (e qui comincia la narrativa eccezionale), Beth ritrova casualmente la canzone «quando mi è caduta da una copia mai letta di Guerra e Pace». Il CD si è sfilato dal volume. Una perla vomitata da Tolstoj.

Il pezzo, come si presenta, è esattamente quello inciso allora, agli Orinoco Studios di Londra. Nessun ritocco, nessun missaggio – e si sente. Soprattutto, è un esperimento riuscito e che dona una nuova e interessante vita psichedelica a un brano non molto noto, ma che costituisce l’ossatura del repertorio di Tim Buckley. Un pezzo dalla storia bella e drammatica, che canterà anche suo figlio Jeff. Ma non ci dilungheremo su questo.

Guarda caso, questo singolo è anche la prima uscita della nuova etichetta della Orton, la Lost Leaves, con cui pubblicherà altro materiale inedito degli ultimi venticinque anni.

C'è da augurarsi che Beth abbia una nutrita biblioteca.