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La gemma intagliata dell'indie folk

Jessica Pratt

This Time Around

Docile, suadente ed evocativa, la voce di Jessica Pratt ha conquistato il cuore di molti appassionati dell'indie folk più intimo e meditabondo, a partire dal debutto omonimo del 2012 fino all'apprezzato On Your Own Love Again del 2015.

Una piccola gemma grezza all'interno delle produzioni da provincia americana, ancorata a malinconici arpeggi di chitarra e liriche intimiste. Lei è losangelina DOC, tuttavia, e il suo carattere resta legato a una città che viaggia alla velocità delle sue luci.

Diretto da Laura-Lynn Petrick, il video di This Time Around esprime una certa volontà di fuga da tutto e tutti, per ritirarsi a quello che qualcuno un tempo chiamava "otium". Quello riflessivo, e non solamente quello catatonico e apatico che ci aspetta alla fine di una giornata stressante.

Il nuovo album Quiet Signs, in uscita a febbraio via-City Slang, è stato composto in California ed è il primo lavoro della Pratt registrato in uno studio vero e proprio (il Gary’s Electric di New York). Jessica, ormai, fa davvero sul serio.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Il foularino colorato su petto nudo è un must della prossima stagione, dice Jean Paul Gaultier

Imagine Dragons

Zero

Quartetto americano capace di mettere prona la Russia come non succedeva dai tempi dei Bon Jovi e di Sly Stallone, quello degli Imagine Dragons è solo l'ennesimo fenomeno pop biodegradabile, forse, ma concediamo loro che almeno la scelta del nome spacca.

"Imagine Dragons" suona incoraggiante, infatti, e sprona a guardare il cielo e credere nell'impossibile. Il resto è pura, moderna e plasticosa "mainstream music", ma parlare di quei lucertoloni volanti è sempre un bene: il mondo non deve dimenticarli e attraverso la fantasia, come è sempre stato, essi vivono ancora.

Zero, secondo singolo tratto dal nuovo album, Origins, ha tutta l'aria minacciosa del tormentone annichilente. Prima che lo diventi sul serio, però, bisogna elogiarne la genuina natura lirica. Si tratta di un brano che davvero vorrebbe dire qualcosa alla gente e dar voce agli esclusi, ovvero a tutti quanti noi. Oggi è così che ci sentiamo: estromessi dal mondo e quasi bannati da noi stessi.

Scritto per la colonna sonora del film Ralph Spacca Internet di Rich Moore, seguito di Ralph Spaccatutto, Zero parla proprio di quanto la società di oggi porti le persone a perdersi in una illusoria realtà di amici recepiti solo con il senso della vista e della fantasia (quasi come dei draghi...). E in che modo tutto ciò conduca alla solitudine e alla percezione di essere, appunto, degli zero rispetto a ciò che viene cliccato e "mipiaciuto" da una moltitudine di altri zero.

E zero più un milione di zero, quanto fa?

My love is king

Sade Adu

The Big Unknown

Più che una semplice cantante R&B, Helene Folasade Adu è sempre apparsa come una principessa, un'aulica griot che, nel tempo, non ha perso l'innata eleganza e l'imperitura raffinatezza.

Maturata artisticamente nella Londra meticcia dei primi anni '80, quelli della reazione anti-thatcheriana che creò un humus fertile per molti generi musicali, Sade divenne ben presto la dea del filone che univa smooth jazz, soul e pop, grazie alla sua voce bella e sensuale (seducente ed aggraziata come la sua presenza fisica).

Allergica alla sovraesposizione mediatica e gelosa della propria vita privata, che ha imparato a custodire in un cottage del Gloucestershire, la musicista britannica – di origine nigeriana – "regala" ora un suo brano alla colonna sonora del nuovo film di Steve McQueen, Widows - Eredità Criminale.

The Big Unknown è un pezzo umbratile e carezzevole, incastonato in ritmi soffusi e sincopati, che parla di come l'amore porti a volte a esplorare abissi oscuri nei quali trova un potere salvifico.

Appassionata di giardinaggio e di moda, Sade sa che i semi e le perle maturano solamente nell'ombra e così, in quest'era di sentimenti urlati e gettati in piazza, restituisce dignità agli origami dell'esistenza, trattandoli con gentilezza e pudore. Un sussurro di bellezza che suona come l'antidoto alla becera volgarità dei nostri giorni.

Suona 'sta tromba, Gabriele!

Ottone Pesante

The Fifth Trumpet

Rame, zinco, piombo, stagno, nickel e ferro: li metti tutti insieme e hai l'ottone (pesante) che, come ogni metallo, ha una capacità protettiva contro la stregoneria. Ma l'esoterismo spinto è solo una delle accezioni per il nome di questa metal band originale – e pure Italiana.

Gli Ottone Pesante ripropongono l'annosa questione se sia necessaria la chitarra distorta per fare metal o magari basti il benjo o il clavicembalo o quello che è, e che tutto stia nell'"attitudine".

In realtà i fiati hanno già fatto il loro porco dovere nella storia dell'hard rock, grazie a un luminare della produzione come Bob Ezrin (che inserì gli ottoni per rendere più corposo il suono distorto del miglior Alice Cooper). E non sorprende che, dal vivo, il gruppo di Faenza risulti così poderoso, nonostante gli accordi da big band jazz al posto dei marshall saturasassi.

La batteria pesta a mille e un po' per i cazzi suoi, come vuole l'etilica scuola Darkthrone, mentre i fiati sparano fiamme e armonie degne di un Michael Nyman dopo una pessima giornata dal dentista. Il video è al limite dell'amatoriale e, per certi versi, sembra un mix tra I Frati Rossi di Gianni Martucci e la serie dei morti che non ci vedono tanto bene di Amando De Ossorio.

In ogni caso, quando vediamo il fuoco uscire dagli strumenti ci esaltiamo: è proprio con queste puttanate che il r'n'r finisce per avere sempre ragione.

Un giovane ragazzo in attesa dell'arrivo di Babbo Natale

Pedro the Lion

Yellow Bike

L'autunno ha sempre portato la caduta di grandi foglie gialle in ampi viali alberati, l'arrivo della nebbia in pianura padana e l'inevitabile cambio del guardaroba.

Poi, certo, se eravate ventenni nei primi anni '00, questa stagione portava inevitabilmente con sé un sacco di tristi ballate, spesso catalogate sotto l'etichetta slowcore (o sadcore, da alcuni) – un sottogenere dell'emo-core di Sunny Day Real Estate e Mineral, tanto per intenderci. Roba da cuori infranti e per gente che, piuttosto di guardare le persone negli occhi, si fissava le punte bianche delle proprie Converse (sporcate dai resti delle foglie di cui sopra).

All'epoca dischi come Control o Winners Never Quit dei Pedro the Lion erano costanti nelle autoradio delle macchine dirette al Covo di Bologna o al defunto Rainbow di Milano. Poi, che cos'è successo? C'è stato il surriscaldamento climatico, la nebbia pian piano è scomparsa e i Pedro the Lion hanno gettato la spugna. Era il 2005.

Dopo tredici anni di incerto vagare, David Bazan, da sempre il motore della band di Seattle, ha da poco annunciato al mondo intero che il gruppo si è riunito. Prima per una stringa di date americane, poi per un nuovo album che arriverà a gennaio e si chiamerà Phoenix.

Il primo estratto è Yellow Bike, un dolente mid-tempo dove Bazan, con la sua sempre evocativa voce, ci racconta dell'importanza del regalo che ricevette nel Natale del 1981: una bicicletta. Una bici gialla che, idealmente, l'ha condotto fin qui, per ritrovarsi ancora una volta a suonare quella musica che per troppi anni c'è mancata.

(la nebbia, invece, non è tornata: meglio così, tutto sommato)

Garcia playing Garcia

John Garcia

Chicken Delight

John Garcia è un personaggio fondamentale, quando si parla del fenomeno desert rock.

Assieme a Josh Homme, Nick Oliveri e Brant Bjork, il quartetto dei Kyuss è divenuto leggendario e ha permesso al suo frontman, anche dopo lo scioglimento nella seconda metà degli anni '90, di settare un'intera carriera su uno status di culto. Un'icona capace di trasformare in oro ogni brano (stra)fatto di distorsione e riff impolverati, in teoria.

Il percorso del cantante californiano è stato poi segnato da numerosi progetti mai troppo duraturi e/o commercialmente fortunati (Slo Burn, Unida, Hermano, Vista Chino) e qualche album solista. Oggi si attende un'imminente uscita discografica a nome John Garcia & The Band of Gold, da cui questo primo video.

Se l'ugola e il carisma di John sono rimasti inviolati nel corso degli anni, è però la mancanza di contenuto nel suo bagaglio recente che ha lentamente ricoperto di polvere – e non solo di sabbia – l'aura che lo circondava.

Chicken Delight è a metà tra un'affabile hit radiofonica, un po' politicamente scorretta, e un'ennesima, tutto sommato trascurabile canzone stoner rock "standard".

Innegabile la piacevolezza del suo timbro vocale, ma è anche vero che i noti e continui paragoni con il passato diventano sempre più pesanti, tali da offuscare il Garcia odierno a favore del ricordo di quell'imperscrutabile capellone con gli occhiali da sole: lui sì, autentico coyote selvaggio del deserto.

Il freddo più pungente, accordi secchi e tesi

Ismael

Canzone della Vedova

La parola “cantautore” è più complessa di quello che sembra. Oltre l’immagine superficiale di un tizio che scrive le sue cose e poi, invece di leggerle e basta, ci mette una melodia sotto, la storia della musica ci ha lasciato in eredità almeno almeno cinquanta sfumature di archetipi indecisi sul da farsi, che vorrebbero ma non possono nessuna delle due cose o che riescono così bene in entrambe al punto da risultare bestie ibride che non sai più in quale gabbia rinchiudere.

Almeno finché non è arrivato il Nobel a Bob Dylan e tutta la questione ha preso la strada del misero flame su Facebook, finendo direttamente in vacca senza ripassare dal via.

La verità, come spesso accade, è abbastanza scontata e può essere riassunta in un dato di fatto estremamente semplice: saper scrivere aiuta a scrivere canzoni migliori.

I motivi sono molteplici, alcuni dei quali – se non vogliamo stare a tirar in ballo poesia ed emozioni – strettamente tecnici: c’è un’economia di note che deve essere bilanciata da una manovra in deficit di parole e, per costruire un equilibrio del genere, servono lacrime e sangue, ovvero un’austerità e una padronanza metrica e lessicale che riescano a evocare in maniera vivida pur asciugando il fiato.

Padronanza che Sandro Campani – musicista, cantante e autore di quasi tutti i pezzi degli Ismael – possiede, appunto, in quanto in primis scrittore di talento.

Canzone della Vedovauna cavalcata intensa, compatta e tesa, figlia di un duello tra il Francesco De Gregori più disilluso e il Sergio Leone più polveroso, un western di periferia estrema, consumato a colpi di sax e chitarra nella desolazione della bassa padania – ne è la testimonianza e, non a caso, fa parte del cospicuo sottoinsieme di 15 brani (sui 49 che in totale compongono i quattro album licenziati fin qui dalla band reggiana a partire dall’omonimo debutto del 2008) che si intitolano “canzone di/per qualcosa/qualcuno”.

Numeri alla mano, più del 30% della produzione complessiva: scelta tanto abbondante quanto apparentemente discutibile e retrò, che potrebbe spalancare la porta a una facile ironia su una formazione non certo incline a esagerati sforzi creativi in termini di copywriting, ma che in realtà è più che giustificata. Perché scrivere canzoni (nel vero senso della parola – di entrambe le parole, intendo) è un mestiere non banale: se sei capace di farlo con questa perfetta, artigianale e complice commistione di forma e sostanza, hai tutto il diritto di ribadirlo fino alla nausea.

La macchinetta (del caffè), però, fammela trovare

Riccardo Ceres

Vado a Milano

La prima volta che ho ascoltato Vado A Milano non sapevo che si intitolasse così, né chi ne fosse l'autore. Ero calamitata dall'intro: un rullante bandistico su un tappeto di Hammond, accenti di chitarra gracchiante e un giro di basso familiare. I Doors del ‘71 che suonano con Dr. John, suggeriva qualcuno.

Prima o poi entrerà una voce, dicevo tra me e me; una voce femminile, sussurrata, flebile. Non so perché: sono quelle continuazioni naturali che ti aspetti. E invece è entrato il vocione di Riccardo Ceres. Una voce ruvida, alla Tom Waits, avvolta dalle foglie di tabacco e dal rum invecchiato bene. D’altra parte la canzone è sua, l’ha scritta lui e, dunque, è giusto che ci canti su.

Ceres è un bluesman campano, di esperienza ventennale, e la "meridionalità" permea tutta la sua produzione. È anche autore di musica per film (tra gli altri, Perez, con Luca Zingaretti e Marco D’Amore).

Vado a Milano è tratta dal suo quarto album, Spaghetti Southern; un disco che ha il potere di farti sentire contemporaneamente a New Orleans, San Francisco e Napoli. Non è cosa consueta.

La canzone racconta di un migrante – o meglio, di un “terrone” – che va a Milano, appunto, in cerca di fortuna. Purtroppo, una volta arrivato a destinazione, il nostro ha la sventura di incappare in una donna che non sa fare il caffè. Un dramma di enorme portata. Ma mai quanto «lo spazzolino con Betty Boop che sorride triste» che lei gli fa trovare in bagno.

Meglio tornare al sud. Specialmente se poi ne escono album così.

Barbra le canta sode a Donald Trump

Barbra Streisand

Don't Lie to Me

Avere settantasei anni non vuol dire infischiarsene del mondo, badare alle vene varicose e alle cipolle ai piedi, farsi mettere a posto il viso dal piallatore chirurgico e, la sera, preoccuparsi che il brodino sia servito caldo al punto giusto.

Barbra non la vede così, almeno. Dal 2014 tace, musicalmente parlando, ma negli ultimi due anni non ha fatto che rigirarsi nel letto pensando e ripensando a Donald Trump. No: non si è innamorata di lui. Lei, è noto, vota democratico da una vita e l'attuale inquilino della Casa Bianca è un incubo tale da levarle praticamente il sonno.

E così, poiché alla Columbia Records lei doveva ancora un disco e che le elezioni di metà mandato sarebbero state imminenti, perché non usare la musica per cantarle di brutto a Donalduck? La canzone di lancio del nuovo album Walls, Don't Lie to Me, non è stata quindi la solita soft-pop song di classe come si penserebbe di primo acchito: sapete, no, una roba in cui una donna chiede al suo uomo di non mentirle eccetera. No, la Streisand ce l'ha proprio con Trump (pur senza mai fare nomi e cognomi).

Sarà che noi abbiamo avuto Silvio per così tanti anni che certe domande non ce le facciamo più, ma domandarsi come mai la politica scelga sempre il falso per parlare alla gente sembra un quesito infantile. Del resto, più si diventa anziani e più si torna ingenui, direbbe qualcuno con poca fantasia. In realtà, più si diventa anziani e meno è il tempo di girare intorno alle cose.

L'oscurità si è impossessata delle idol giapponesi

Babymetal

Starlight

Il 2018 non è stato un grande anno per la formazione delle Babymetal, il gruppo che fonde heavy metal ed estetica idol giapponese: il chitarrista Mikio Fujioka è morto a trentasei anni e Yuimetal si è presa una pausa per motivi di salute, per poi decidere di intraprendere una carriera solista.

In ogni caso, si trovano in un punto della carriera nel quale già le si ama o le si odia – è difficile che possano perdere fan, nonostante questi grossi sconvolgimenti, ed è altrettanto difficile che facciano nuovi proseliti fra gli scettici.

Così, nello stesso comunicato stampa con il quale si dice che Su-Metal e Moametal andranno avanti lo stesso, viene pubblicato anche il nuovo singolo e annunciato che farà da colonna sonora a un fumetto. Lo spettacolo deve continuare, a colpi di blast beat e adolescenti che urlano nel microfono: onestamente, non si nota nessuna differenza rispetto al passato. Con le voci da sempre effettate, non ci sono grandi cambiamenti se a cantare sono due o tre ragazze e, musicalmente, si continua a picchiare pesante, senza virtuosismi personali.

Il vero cambiamento è nel video: per la prima volta la band non è messa in mostra, per lasciare spazio ad una sorta di mini-film oscuro, ricolmo di demoni e angoscia, che probabilmente sarà legato al fumetto. Forse, a livello inconscio, i cambiamenti hanno davvero lasciato un segno; vedremo se il loro pubblico approverà questa svolta.

Great DJs getting estranged

The Ting Tings

Estranged

Ce li ricordavamo sicuramente più allegrotti. Arrivato al nuovo Black Light, il sound del duo inglese risulta decisamente "diverso " (il viaggio electro-indie dei Ting Tings era iniziato dieci anni fa, col successo fulmineo di We Started Nothing e delle relative hit Great DJ e That's Not My Name).

In Estranged la voce di Katie White esordisce con un tono sentimentale, su un pattern che sembra richiamare Jenny Hval e tutto il filone di un certo art pop più colto. La linea vocale, però, è subito accattivante e ci ritroviamo quindi in un territorio piacevolmente ammaliante (seppur più oscuro).

Il crescendo elettronico e l'avvento di Julian De Martino alla batteria trascinano il pezzo verso lidi da dancefloor di Manchester. Qualcosa è cambiato, ma i conti tornano alla perfezione (specie dopo che il break finale tracima nell'alternative rock più sporco e viscerale).

Sarà stata l'aria di Los Angeles, dove è stata composta e registrata parte del disco... (altrimenti concepito in Spagna). O, forse, il tutto fa parte di un passaggio naturale per una band che, dopo aver venduto quel che c'era da vendere, ha deciso di maturare ulteriormente.

SOIA che ci piace e fa bene alla salute

Sick Of It All

That Crazy White Boy Shit

Parlando di nuova musica dei Sick Of It All, bisogna ricordarsi che il gruppo hardcore di New York è in giro dal 1986 e che il nuovo Wake the Sleeping Dragon è il dodicesimo disco nel loro curriculum: una carriera solida e che li ha incoronati padrini del NYHC, anche in virtù di una formazione immutata da venticinque anni.

Gente che sa molto bene ciò che vuole dalla propria musica e che, con il tempo, ha capito che i suoi ascoltatori non sono alla ricerca di troppe sperimentazioni o grosse deviazioni dal percorso abituale.

Aspettarsi qualcosa di "fresco", quindi, è irrealistico; è però doveroso prepararsi per un calcio sui denti, un attacco frontale e un pizzico di melodia. In questo i SOIA sono dei maestri. E se ci si aggiunge il tocco nostalgico del testo – che è un tributo ai Bad Brains: quando Lou Koller canta di Earl (Hudson), Darryl (Jenifer), Dr. Know ed H.R., sta parlando proprio di loro: i leggendari ragazzi neri di Washington, D.C., che lo ispirarono a urlare in un microfonoThat Crazy... si candida subito a "classico moderno" della band.

C'è anche lo spazio per una sorta di "confessione" (tutt'altro che sconvolgente, invero): a fine anni '70, i giovani e futuri SOIA ascoltavano anche reggae & dub. Vi immaginate se i fratelli Koller avessero preso una strada diversa, fondando i "Love For It All"?!

Una vagonata di fede per andare avanti

Marianne Faithfull

The Gipsy Faerie Queen

In quale tempo esiste, Marianne Faithfull? Il tempo di un'artista che si ritaglia una porzione di realtà fuori dalla Storia per – se ha fortuna – diventare universale? L'immortalità è una questione di aderenza al mondo che vivi o alla classe che hai?

Lei non parla del nostro tempo, eppure è viva oggi, nel 2018, e sforna dischi, e si accompagna a mostri come Nick Cave e Warren Ellis (come già in un passato non remoto).

E tocca corde piccole con mani possenti, con una voce sfatta ma viva, con una mistura di disperazione e dolore portata con eleganza, senza mai cadere nel monocromatico. Come se la morte o chi per lei avesse piedi di ballerina e facesse passi leggerissimi.

Per questo, Dio ce la conservi sempre così.

Farsi male, ma con le dovute precauzioni

Esterina

Santo Amore degli Abissi

Ci sono band che hanno il successo che si meritano; altre che riempiono i palazzetti ma non ci si spiega come; un bel po' di gente che è giusto non si fili nessuno... E poi c'è Esterina®.

La formazione toscana – a dispetto di un catalogo che vanta ormai quattro album costantemente al di sopra della media nazionalesembra disgraziatamente rimasta bloccata sotto il cono d’ombra della propria bravura, vittima consapevole della sua stessa coerenza, come un minuscolo segreto nascosto e custodito gelosamente da pochi, affezionati adepti.

Sarà per il nome che ci riporta alle nostre nonne, piccole grandi donne di un’Italia minore, e che volutamente prende le distanze dai battesimi roboanti di un certo immaginario rock. O forse per il fatto che in questo paese, se da un lato sei arrivato troppo tardi per salire sul treno degli anni ‘90 (quando l’alternative italico si convinse che poteva sul serio cambiare le carte in tavola) e dall’altro rifiuti per scelta di cadere nella trap(pola) di un generico, attuale "it-pop", finisci in quella terra di nessuno dove tutti ti guardano da una certa distanza di sicurezza, a metà tra il diffidente e il sinceramente rammaricato, nemmeno fossi un animale esotico dietro le sbarre di uno zoo.

Fatto sta sotto la superficie del marchio Esterina® ci sono esseri umani che scrivono canzoni per esseri umani (vale a dire roba viva, passionale e oculatamente imperfetta) fin dal 2008, ma si son dovuti rassegnare a spiattellarlo nel titolo di un album, visto che da queste parti o si spiegano le cose come a un bambino di quattro anni oppure si diventa subito radical chic.

Canzoni che hai bisogno di far macerare dentro per apprezzare appieno, vestite di un intricato groviglio di sonorità che va dall’indie americano alla Versilia, da un certo tipo di cantautorato colto nostrano a un post-rock d'oltremanica storicamente strumentale (i suoni di Santo Amore degli Abissi, non a caso mixato da Gareth Jones, starebbero senza problemi in uno degli ultimi album dei Mogwai), ma che qui invece viene raccontato da una voce atipica e che si muove pericolosamente in equilibrio tra la melodia e la stonatura, senza mai però scivolare dalla parte sbagliata. Briciole di significati intensi lasciate cadere lungo il cammino, a uso e consumo di chi sa riconoscerle, vuole capirle e ha la pazienza di piegarsi a raccoglierle.

Perché è vero che, in generale, «la vita è bella quando fa come gli pare» (e fin che la barca va, tocca accontentarsi). Ma per scendere a pescare la tua personale moneta sul fondo dell’oceano, un minimo di impegno ce lo devi mettere. Almeno trovare il coraggio di buttarti anche se l’acqua è gelata, trattenere il fiato finché puoi e sgranare bene gli occhi contro la salsedine, in modo da essere sicuro di non perderti quel poco di bello che ti galleggia intorno.

Vedrai che non sono solo stronzi.

Oscura pasión!

Alain Johannes Trio feat. Mike Patton

Luna a Sol

Per chi non lo conoscesse, Alain Johannes non è stato solamente il fondatore negli anni '90 degli Eleven (insieme alla compianta moglie Natasha Shneider), ma in seguito è stato anche l'uomo-ombra dal tocco magico – nelle vesti di collaboratore o produttore – dietro ai più famosi lavori di Queens Of The Stone Age, Mark Lanegan Band, Them Crooked Vultures, PJ Harvey, Chris Cornell, Arctic Monkeys, No Doubt, Unkle, Mondo Generator, Eagles Of Death Metal, The Gutter Twins e Puscifer (solo per citarne alcuni).

Un talentuoso polistrumentista di origine cilena, naturalizzato americano, che del mondo che ruota intorno al deserto di Joshua Tree e allo studio di registrazione Rancho De La Luna è sempre stato l'anima occulta, catalizzatrice di una tribù che si è scambiata muse ed esperienze dai tempi delle mitiche Desert Sessions in poi.

Ora Johannes esce con un album a nome The Alain Johannes Trio (che comprende Felo e Cote Foncea); questo pezzo, che vede la partecipazione di Mike Patton, è il primo estratto. Colmo di riverberi ispanici, ma anche di echi che gli estimatori dei QOTSA non percepiranno estranei, il brano segna un deciso ritorno alle sue radici. Che il cantante dei Faith No More – la cui etichetta Ipecac pubblica il disco – abbia voluto dare la sua benedizione, non fa che aggiungere perle ai diamanti.

La legittimazione di un gran buongustaio sonoro qual è Patton può convogliare un pubblico più vasto alla scoperta di suoni partoriti nel ventre dell'America latina, infatti. E dio solo sa quanto, in un tempo di barriere razziali, ci sia bisogno di nuove commistioni culturali che possano abbattere i muri tra le civiltà.

Il morto può danzare

Dead Can Dance

The Mountain

Esistono due tipi di persone: quelle che ascoltano i Dead Can Dance e tutte le altre. Per quanto si provi eventualmente a ridimensionare una realtà così sperimentale e fuori dagli schemi, di fronte a loro avviene qualcosa che manda su di giri gli interspazi della nostra materia che non siamo abituati a sentirsi attivare.

Questo è il quarto pezzo dei sette che compongono il nuovo lavoro del duo anglo-australiano, Dionysus, uscito sei anni dopo l'ultimo album Anastasis e diviso in due "atti" (The Mountain inaugura il secondo, di fatto).

La lingua cantata da Lisa Gerrard e Brendan Perry è una lamentazione ierofonica, un grammelot dei più disparati idiomi. E non potendo comprendere cosa cacchio dicano quelle voci danzanti, finiamo per affidarci al suono e alla nostra stessa immaginazione.

Non è tanto il videoclip, ideato e diretto dal regista polacco Łukasz Pytlik e chiaro omaggio al cinema pagano di Alejandro Jodorowsky, quanto il salmodiare degli strumenti che finisce per crivellare la fortezza di scetticismo dietro cui si nasconde il nostro spirito intirizzito, così da spingerlo a uscire nella fredda notte stellata e ballare una musica che sa di terra, fulmini, dèi furiosi e antichi e severi alberi piangenti.

Iconografia istantanea: presto sulle maschere di Halloween e Cosplay di tutto il mondo

Slipknot

All Out Life

Notte di Halloween. Qualcuno deve aver rifiutato un dolcetto al Demonio, visto che in giro si diffonde quello che si pensa essere un bello scherzetto: "È uscito il nuovo singolo degli Slipknot". Migliaia di persone in strada per il Samhain prendono il cellulare incredule, scoprendo che è tutto vero: dopo cinque anni di silenzio, il gruppo dell'Iowa ha pubblicato a sorpresa qualcosa di nuovo.

Parte il videoclip e tutto è già malatissimo, con decine di persone che indossano una specie di camicia di forza sulla quale è disegnato un teschio insanguinato – se fosse stato reso pubblico qualche giorno prima, le strade di tutto il mondo ad Halloween (e quelle di Lucca Comics) sarebbero state invase da cosplayer con quella maschera, semplice ma essenziale e terrificante. È questa la potenza iconografica degli Slipknot: non va dimenticato.

Non di sole immagini vive un'entità storica, però. Si rimane con il fiato sospeso finché non entra in campo la voce di Corey Taylor, quindi: è sulle sue spalle che si regge la maggior parte dell'impatto degli Slipknot e, ultimamente, era apparso svogliato. Ma quando si inizia a gustare l'aggressività canora, su un massacrante riffing "Iowa old-school", sembra di essere tornati indietro di tanti anni, quando c'era un carico assurdo di rabbia da sputare fuori. Il ritornello «We are not your kind» è immediatamente catartico, da urlare, condividendo la pazzia che trasuda dal video.

E non fa niente se, stando a Corey stesso, la canzone tratta del problema poco empatizzabile delle band vecchie che vengono scartate dalle nuove generazioni e dalle case dicografiche. Qui ci sono dei veterani che vogliono mostrare a chiunque di avere ancora qualcosa da dire. Missione compiuta.

Sicuro che non mi ami?

Christine and the Queens

5 Dollars

Innanzitutto, un’ammissione: siamo in imperdonabile ritardo. Christine meritava di essere scoperta e adorata prima. Ma si sa, l’innamoramento a volte è a scoppio ritardato.

Non siamo fuori tempo massimo, comunque, per subire il fascino di Héloïse Letissier, detta appunto Christine: uno scricciolo dai molti talenti.

È cantante, performer teatrale, ballerina e creatrice di canzoni di pop elettronico. Un pop che aderisce a regole vecchie e nuove; soprattutto quelle delle hit minori degli anni '80.

«Non so se mi ha reso etero o ancor più gay», scrive un ragazzo a commento del video di 5 Dollars, terzo singolo tratto dal suo secondo album, Chris (uscito sia in inglese che in francese, a ottobre). Ed è un complimento. Christine è un turbinio di grinta, "nastyness" e sensualità che parla a più sessi. È una piccola american gigolo che si mette in tiro per uscire.

"Ma dove sono le 'Queens'?", vi chiederete forse voi. Lei si chiama “Christine and The Queens”. Perché si parla di lei al singolare?

Qui bisogna tirare in ballo la sua vita: otto anni fa, Héloïse lasciava Parigi per sfuggire a un amore andato a male. Si rifugiava dunque a Londra e trovava conforto al Madame JoJo’s, noto queer bar nell’area di Soho. Qui stringeva un legame fortissimo con un gruppo di drag queen che, vedendola sola, triste e senza un soldo in una grande città, si prese cura di lei. Figure materne che Chris ha deciso di onorare, mettendole nel suo nome d’arte.

È un grande momento, per essere Christine.

Potrebbe essere un delirio un po' kafkiano

The Claypool Lennon Delirium

Blood and Rockets - Movement 1, Saga of Jack Parsons - Movement II, Too the Moon

Il prossimo febbraio, il duo Les Claypol e Sean Lennon tornerà a tre anni dal debutto, Monolith of Phobos, col nuovo album South of Reality, di cui potete ascoltare il primo singolo.

Risparmiamo di ripetere il titolo, sennò ci finisce lo spazio e non abbiamo ancora detto nulla di un pezzo che sembra una roba alla Beatles (hai detto niente...), salvo che poi diventa molto più psichedelica e finisce un po' sulle rive della spiaggia ultraprivata dei Radiohead.

Ci verrebbe tanta voglia di elogiare il genio di Claypool e Lennon Jr., ma non vogliamo essere ipocriti. Questo brano, infatti, pare abbastanza ordinario. Carino, ascoltabile e magari possiamo anche convincerci che sia molto più intrigante di quanto sembra al primo impatto, ma in fondo in fondo sappiamo tutti che è una canzone "normale".

O forse vale la pena di prestare una certa attenzione al testo, ispirato alla figura di Jack Parsons, in affascinante bilico fra scienza e occultismo.

In ogni caso ci aspettiamo davvero qualcosa di più speciale dal resto del lavoro, a livello musicale. E confidiamo nel talento di Mr. Claypool. Sean Lennon ha contribuito a scrivere una canzone di smaccata impronta McCartneyana e questo è quanto meno disdicevole. Un po' di rispetto per il babbo: copia dal Beatle "giusto", suvvia!

Luce & sorrisi

La Luz

Cicada

Who the fuck is La Luz? Il gruppo preferito di quest’anno di Eddie Vedder.

Le quattro ragazze hanno formato il gruppo sei anni fa, a Seattle. In questo periodo hanno pubblicato tre dischi, uno migliore dell’altro (e che il cantante dei Pearl Jam si è fatto recentemente mandare via posta dallo storico negozio di dischi Easy Street Records). Il più recente, in ordine cronologico, è Floating Features.

Quello che intriga e conquista sin da subito è il sound: le trame sonore dei primi Beach Boys incontrano la cupezza di gente come Nick Cave o PJ Harvey, con armonie vocali doo-wop. Il surf rock si mischia al dark, insomma, con una certa originalità di fondo.

Ricordate le 5.6.7.8's in KIll Bill? Ecco, le La Luz con la loro Cicada – primo singolo dell'ultimo lavoro – potrebbero essere la band perfetta per apparire in Once Upon a Time in Hollywood, la nona pellicola di Quentin Tarantino che uscirà il prossimo anno e che racconterà dell’industria cinematografica americana degli anni '60 (la solarità dei Beach Boys), sullo sfondo degli omicidi della Manson Family (la cupezza di Nick Cave o della prima PJ Harvey).

E alla luce di tutti questi nomi, luoghi, registi e città... who the fuck is Eddie Vedder?