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La traccia del giorno Perchè ogni giorno abbia la sua O.S.T.
Concittadini di H.P. Lovecraft

Daughters

Satan in the Wait

I Daughters sono definiti art-grind-noise-manic-epoiancora-epoiancora-rock. Ce ne sarebbero molti altri di "nick" e di trattini che li uniscono per dire che musica sia, un vero trenino, ma abbiamo pietà di voi e vi risparmiamo il rosario.

Difficile classificarli: non siamo tutti ornitologi, noi critici musicali. Spesso ci viene semplicemente la voglia di buttarci nel mare di suoni e carabattole creative di band così euforiche, ma così euforiche, da tentare percorsi originali e renitenti a qualsiasi forma di placcaggio archivistico.

Insomma, sarebbe più facile decrittare il significato del testo, altra pratica inutile, piuttosto che dirvi a parole che musica facciano. Provateli e basta e tenetevi la bellezza del titolo – qualsiasi diavolaccio di cosa possa significare – e spingetevi al largo di questo bel fiume che cresce di livello a ogni giro di basso, con gli strumenti che si aggiungono alla stessa stregua di corpi estranei che l’acqua carpisce dalla riva e conduce davanti agli occhi di Huck e Jim, stanchi, increduli ma così esperti da capire che è inutile affidarsi alla foga della corrente ed è meglio aspettare e godersi la poesia del tutto che scorre (anche lo schiavismo e le piattole al culo).

Il brano sale e sale dal cuore al cervello fino ad annegarcelo in una macedonia liturgica di alternative rock e marcia funebre a passo uno. Se credete nel potere taumaturgico della musica, allora dovete anche esser certi che ci sono canzoni capaci di infettare l’anima e intossicarla di tristezza e smog, quindi lasciate perdere i Daughters. Questa loro rassegna di luce e ombra non vi porterà a capire in quale momento della giornate stiate lasciando il mondo che non vi ha mai accettato sul serio.

Se invece pensate che una canzone di sette minuti è solo una canzone di sette minuti e non v'impedisce di sprecare la vita perché le mani sono libere e possono fare tante cose, allora ascoltate Satan.... Vedrete che guarirete dal vizio del multitasking.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Per il casting delle comparse di ‘Avatar’? Vado bene di qua?

Bonnie 'Prince' Billy

Blueberry Jam

Spero vi piacciano i mirtilli, perché altrimenti probabilmente è già troppo tardi. Nel caso, mi scuso per le conseguenze provocate.

Il che sarebbe comunque un peccato, viste le loro caratteristiche naturalmente antiossidanti, antinfiammatorie e vasodilatatorie che contrastano i radicali liberi combattendo così l’invecchiamento cellulare. È vero, hanno un costo al grammo che fa concorrenza ai prezzi da strozzino del Compro Oro sotto casa, ti lasciano la lingua colorata per giorni come le peggiori Big Babol e il loro succo ha più o meno il sapore dell’acqua sporca, ma d’altra parte si sa: se gli zuccheri, i trigliceridi e i grassi saturi fossero una manna dal cielo per la salute, da un lato vivremmo nel migliore dei mondi possibili, dall’altro dovremmo dar ragione agli Weezer.

E invece quelle piccole sfere violacee sono la soluzione "fai da te" più indicata per problemi cardiocircolatori, aumentano la velocità di rigenerazione della porpora retinea, vanno bene per coliche e cistiti e, in generale, quando tutto sembra stia andando a rotoli, aiutano a tirare su il morale.

O almeno questo è quello che si evince dal nuovo, assurdo pezzo di Will Oldham, a sentire il quale i mirtilli sono essenzialmente la cura per tutto. Di più: sono la cosa più fica sulla faccia della terra e qualunque altra roba vi possa venire in mente mai potrà essere all’altezza di una loro sana scorpacciata.

Ecco quindi spiegata l’urgenza – così, senza nemmeno un album nuovo all’orizzonte, solo un misero singolo che, se fossimo in un altro periodo storico, chiameremmo “45 giri” – di questa ode divertita e spassionata e del suo video low-budget, che vede un Bonnie 'Prince' Billy fin troppo simile a Tobias Fünke (quando in Arrested Development prende quella brutta fissa per il Blue Man Group) e la sua dolce metà decantarci le lodi del “blueberry” e dare sfoggio del suo innato talento per le rime baciate, elencando tutte le possibili assonanze che la lingua inglese offre per quella splendida parola.

Verso la fine, in un momento di crisi di fantasia (oppure in un picco di creatività, dipende dai punti di vista), tira in ballo pure sua zia Teri, la sperduta cittadina di Tucumcari nel New Mexico e uno stiracchiatissimo Fred Astaire.

C’è pure un mirtillo scontornato male che danza sulle parole guidando il karaoke: un potpourri del grottesco così agghiacciante che non ha bisogno nemmeno di un ritornello, perché solo con tre strofe in croce farà nelle vostre teste e ci rimarrà ostinato almeno per tutta l’estate.

L’unico identikit a disposizione delle autorità

Amnesia Scanner

AS A.W.O.L.

La complicata narrativa da creare attorno al “misterioso produttore” è ormai poco più che un cliché. Poteva funzionare agli albori di internet, ma oggi suona un po’ ridicolo e già visto (quando con un semplice account GMail o Facebook ti sei già fottuto l’intero il carnet di dati personali che la società di ha lasciato in dote; i tuoi e quelli di tutta la tua famiglia, per essere precisi). Nonostante questo, viene ciclicamente replicata ogni paio d’anni anche se, in termini di qualità, le statistiche dicono che il gioco non vale troppo la candela. In altri termini, per trovare un Burial tocca sorbirci almeno cento Liberato.

Gli Amnesia Scanner hanno giocato con mano pesante, in questo senso (un sito che per lungo tempo è stato niente’altro che un mix cacofonico di visual improponibili, comunicati stampa pieni di link senza nome che portavano a sospetti file su Mediafire o a homepage di archivi di molecole biologiche tridimensionali...), senza paura di scottarsi con la fiamma della già citata candela, forti di una proposta musicale a suo modo unica, capace di mettere in secondo piano tutta la retorica infantile del teatrino costruito attorno alle loro vere identità. Un’elettronica organica, claustrofobica e disorientante, estremamente densa ma mai troppo complessa, urticante e indefinibile, che va ben oltre la ridicola definizione di “neo-savage avant-EDM” senza mai oltrepassare quella soglia proibita al di là della quale diventi imballabile.

Il gioco di sui sopra è anche bello quando dura poco, così oggi abbiamo scoperto che dietro la consolle si celano Ville Haimala e Martti Kalliala, siamo capaci di geolocalizzarli con una certa precisione – diciamo finlandesi mai ormai stabilmente trapiantati a Berlino – e conosciamo il loro curriculum precedente (gli inizi come Renaissance Man, gli intrallazzi con il collettivo Janus, la collaborazione con Holly Herndon). Non molto, ma sempre meglio di niente.

Le prime uscite a nome AS (un anagramma del loro precedente moniker) sono comparse online nel 2014. Da allora: due EP, una roba che se volete potete chiamare “podcast” anche se sembra più la versione horror-tecnofuturistica di un vecchio radiodramma RAI, e un’altra cosa che è stata vagamente confinata nel recinto dei “progetti multimediali”, ma in realtà è un trip digitale senza fine (sta online – qui – e non c’è modo né di metterlo in pausa né di scorrere avanti o indietro). Nemmeno un disco intero, insomma. Eppure son riusciti lo stesso un paio di volte a finire nelle migliori classifiche degli album di fine anno.

Lo so: viviamo in un mondo incoerente.

Accontentiamoci quindi almeno del fatto che il tanto attesto full-length sta per arrivare: si chiamerà Another Life e AS A.W.O.L. ne è solo un assaggio, che altro non fa che confermare il talento visionario dei due, sempre perfettamente in bilico tra le due facce storte del concetto di “no hope”. Un rassegnato avvertimento in vista dell’apocalisse che incombe o il semplice invito ad aspettare la fine del mondo tutti sudati sui resti di un qualche dancefloor?

Entrambe le cose, ovviamente.

Dove eravamo rimasti?

Prodigy

Need Some1

Guardate qui. È un filmato che mostra il backstage del video di Firestarter. Keith Flint, il cyber-raver più riconoscibile al mondo, si contorce davanti alla telecamera mimando la parte vocale e non sa che quel video marchierà una generazione – così come quell’intero, clamoroso album, The Fat Of The Land, anno 1997. Una violenza così accattivante e innocua da conquistare pure MTV che, da quel momento, sceglierà di sposare un po' di "male", oltre al mellifluo Britpop imperante.

Oggi i Prodigy (Flint, Liam Howlett e Maxim Reality), sette album all’attivo, quasi tutti numero uno in Gran Bretagna, sono uomini di oltre quarant’ anni e fanno esattamente la stessa cosa di allora: il pandemonio. Che assume dimensioni gigantesche quando avviene su un palco.

Una band che nasce dalla cultura rave inglese e che nel tempo ha avuto addosso tutte le etichette del mondo (“dance”, “alternative”, “EDM”, “post-hardcore”, “big beat”), senza necessariamente abbracciarne una, è una band che per definizione il tempo non lo subisce, ma lo fa. Perché è riuscita a portare in scena la sua storia, farla arrivare a molti, farla fatturare senza mollare un attimo la propria formula: sintetizzatori-segheria, beat potentissimi, arte del campionamento estremo.

Ne è una dimostrazione il nuovo singolo Need Some1, il primo che anticipa un nuovo album, No Tourists, in uscita il 2 novembre. Un pezzo ricevuto tiepidamente dai fan della prima ora che lo trovano troppo essenziale, un po’ noiosetto. In realtà si tratta di un "classic Prodigy" che manca forse di un po’ di mordente alla batteria.

La voglia di onorare le proprie origini si rispecchia nella scelta di usare il campione vocale di Loleatta Holloway, maestosa voce della dance, tra le più campionate nella storia della musica, scomparsa nel 2011. Per intenderci, era la voce della stranota Right on Time dei Black Box.

Il dato più rilevante, piuttosto, è che Need Some1 non è esattamente una novità, poiché debuttava dal vivo già lo scorso anno.

Non è un problema. Liam Howlett ha ancora voglia di pestare come un fabbro.

Mauro Corona-approved

Doro Gjat

Icaro (Blu pt. 2)

Doro Gjat è un rapper orgogliosamente friulano: non si è mai trasferito nelle grandi città dell'hip hop (neanche quando raggiunse il successo con i Carnicats), e i suoi testi sono intrisi delle atmosfere montane delle Alpi Carniche.

È strano, quindi, vederlo in un video che offre ampi scorci di mare, ma il motivo è subito spiegato nella barra «E la rincorro lungo le autostrade / Che oggi per caso ci portano al mare / E a quanto pare mi sento Icaro / Se nel mio piccolo imparo a volare e mi spingo nel blu». Una donna, quindi. Come sempre.

Doro Gjat ha (di poco) anticipato tutto il filone dei rapper-cantautori che al momento sta tirando tanto, lanciandosi in una carriera solista che merita attenzione anche per la genuinità dei testi: niente pistole, niente soldi – piuttosto, montagne, tanti sogni e donne irraggiungibili da inseguire al mare, ma che ci bruceranno come Icaro, con un lieto fine non scontato.

Il beatmaker Kappah, in collaborazione con il chitarrista Giacomo "Sanchez" Santini, ha trovato una base quasi-indie che trasmetta le vibrazioni positive che permeano quasi tutti i brani di Doro.

Chiamarlo "pezzo estivo", prossimo al tormentone, è decisamente troppo. Ma per qualche minuto di relax, e per invogliarci a scoprire perché il titolo completo di questa canzone è Icaro (Blu pt. 2), basta premere "play" e poi esplorare le metriche e la cadenza di chi viene dai "confini dell'impero hip hop italiano".

Greetings from Maryland

Snail Mail

Pristine

Nel panorama cinematografico degli ultimi anni si è imposto il "coming-of-age", un sottogenere che ha proposto (tra gli altri) Boyhood, Lady Bird e Chiamami col tuo Nome. Queste pellicole hanno raccontato i cambiamenti che riguardano il tortuoso passaggio dall'adolescenza all’età adulta, attraverso storie intime e profonde arrivate dritte al cuore di milioni di spettatori e giustamente premiate con Oscar e statuette varie.

Ascoltare Snail Mail, nome dietro il quale si cela la giovanissima Lindsey Jordan, fa l’effetto di sbirciare nei pensieri di una teenager. I suoni che accompagnano questa transizione sono figli diretti di una certa generazione indie rock anni '80 e '90 (Sonic Youth, Pavement, Cat Power). La Matador Records, etichetta che ha dato alle stampe diversi album proprio di quei nomi, ci ha visto lungo e ha ben pensato d’inserire l’artista – all’epoca della firma ancora minorenne – nella propria scuderia.

Pristine, primo estratto del disco di debutto, arriva dritto al punto; tra chitarre alla Thurston Moore e testi introspettivi e mai banali («I know myself and I'll never love anyone else» è una frase che potrebbe capeggiare sui diari di mezzo mondo "giovanile"), convince in pieno sin dal primo ascolto.

Una sensibile diciannovenne che racconta con disarmante naturalezza le vite di migliaia di ragazze come lei. Non sottovalutatela.

Massimo Boldi con l'erede di Carlo Vanzina

Fabio Rovazzi

Faccio Quello che Voglio

È arrivato il Thriller dei video italiani, ed è pieno di zombie: sono le celebrities.

Coi suoi nove minuti – quasi cinque dei quali, privi di musica – il kolossal di Fabio Rovazzi, il primo dopo la cacciata dal paradiso dei fratelli maggiori Fedez & J-Ax, risulta una creatura strana e discontinua come il gracile videomaker milanese, ma ben più ambiziosa della madornale poveracciata che i due ex soci hanno venduto al Cornetto Algida. Non che l’allievo da questo punto di vista si discosti molto dai maestri: il product placement è così onnipresente da diventare ormai esplicita parte del discorso sul successo, che è l’unico discorso possibile oggi nella musica italiana, vista anche la crisi dei discorsi sul meteo portati avanti coraggiosamente da Negramaro e Modà.

Ma quando Rovazzi fa questo discorso, vi aggiunge una specie di spaurita malinconia derivante dalla certezza che altri modi di essere non esistano: la sola strada che conosce, per quanto contraddittoria possa sembrare, è svendersi il più possibile rimanendo il più innocenti possibile (e forse per questo Gianni Morandi, punto di partenza dell’intera mini-odissea, è colui che svela il segreto all’inizio di questo opus magnum).

Parlare della canzone da sola sarebbe paradossale: in realtà è meglio del video, e ha diverse intuizioni sorprendenti (su tutte, l’uso delle tre voci ospiti: Emma, Nek e Albano). Ma per quanto Danti dei Two Fingerz metta una grazia insolita e rétro in un tormentone estivo destinato a misurarsi con concorrenti orgogliosi della propria cafonaggine sonora, è il video a essere cruciale per un nonmusicista dichiarato come Rovazzi.

D’altro canto nel 2018 YouTube è la fonte di musica che vale mille volte tutte le altre messe assieme, e l’universo di Rovazzi è giustappunto quello dei YouTubosi, che anche stavolta infestano il suo video in cambio di – è il caso di dirlo – visibilità. Un miliardo degli Youtuber scelti tra i cento miliardi di Youtuber più famosi e ghignosi d’Italia portano il loro ghignoso, ironico nulla di nulla in un video che impasta meme e citazioni visuali a velocità sostenuta. A che scopo? Difficile dirlo: questa cultura, per motivi anagrafici, è l’unica che Rovazzi possieda e non ha un senso: va per tentativi finché non ne azzecca uno per caso, come ha ormai scelto di fare la cultura pop.

La gratuità assoluta delle celebrities di passaggio, da Diletta Leotta a Flavio Briatore, da Fabio Volo a Carlo Cracco, è insieme deprimente e magistrale per un brano che ruota attorno alla paura di non avere più idee. Ma se da un lato pare di vedere una fastidiosa versione 2.0 (si dice ancora?) dei cinepanettoni nella fase dei camei più effimeri (da Dylan di Beverly Hills a Megan Gale), dall’altro non si può non riconoscere che questo di Rovazzi è una specie di stato dell’arte di quanto il pubblico, specie quello più giovane, si aspetta oggi da tutto quanto: spettacolo, informazione, politica, cultura, esistenza. «Del testo non ho bisogno», perché nel continuo correre da un famoso all’altro, da una ghignata all’altra, «Aspè vado di corsa, è tutto un copia-incolla».

I muri del suono

The Minis

Il Fiato sul Collo

The Minis si chiamano come una brutta commediola americana con dei nani da basket, uscita lo scorso decennio. Magari s'ispirano proprio a quella pellicola per il nome, ma non ne siamo sicuri. Di certo possiamo dire che sono dei giovinetti con inquietanti capelli a schiaffo, capaci di infilare questo "uno-due" di semi-punk rock dall’ispirato piglio adolescenziale.

Dopo i Gazosa di Caterina Caselli e i Finley di Claudio Cecchetto, abbiamo questi pischelli di non-si-sa-chi (e non vogliamo neanche saperlo). Di buono c’è che scopriamo solamente verso la fine del video che si tratta di ragazzini. E scoprirlo non ci cambia nulla perché abbiamo altro su cui riflettere.

Il filmato, infatti, racconta con garbo e misura una storia di fuga dal mondo dei grandi che litigano, strillano e servono zuppe di verza per mandar giù insegnamenti sbagliati sull’amore. L'unica soluzione è comprare un clone e fuggire a suonare rock'n'roll nei boschi di qualche camping del nord Italia.

The Minis dovranno affrontare i cambiamenti della crescita e magari faranno la fine di Shirley Temple, ma non c'importa. Al momento rappresentano un lieto esperimento di puberal-punk capace di mettere insieme i Ramones e i Lùnapop.

(blasfemia?)

Più cool del cool

Tom Petty & The Heartbreakers

Keep a Little Soul

Neanche la morte impedisce di riportare a galla "nuovi", grandi pezzi. Ce lo dicono spesso le case discografiche e i saggi algoritmi di YouTube; qualche volta anche il nostro cuore di fan. E, tutto sommato, capita di entusiasmarsi veramente quando vengono riportati in auge alcuni nomi storici venuti a mancare da poco.

È il caso di Tom Petty e dei suoi Heartbreakers e di un outtake di Long after Dark del 1982. Keep a Little Soul è ovviamente un brano ripristinato e tirato a lucido. Naturalmente, è anche una mossa astuta o, meglio, un'"obbligatoria" manovra commerciale

Se in Italia si ricorda spesso solo il nome di Bruce Springsteen, quando si pensa ai rocker americani popolari, è pur vero che il cantautore di Gainesville, benedetto e introdotto al verbo della chitarra dal passaggio di Elvis Presley nella sua città natale in Florida (almeno così vuole la leggenda), torna con questo video a ricordarci le sue movenze e il suo spirito "proletario" al servizio di un pubblico di sognatori.

An American Treasure è il nome sintomatico che avrà il box-set di Petty in uscita a fine settembre, il cui materiale proviene proviene dagli "scatoloni" che la moglie Dana e la figlia Adria hanno aperto, sistemando le cose dopo la sua dipartita del 2017.

Un autentico tesoro americano, appunto.

Robin Wright nei panni di Claire Underwood, nell’attesa dell’ultima stagione di 'House Of Cards'

Jeanne Added

Radiate

Sarà che la storia la fanno i vincitori e i mondiali di calcio sono appena finiti come sono finiti, ma non deve essere un caso se, nemmeno il tempo di digerire i festeggiamenti sugli Champs-Élysées, e già sbucano francesi da ogni dove – tipo le lumache nei vialetti dopo uno scroscio di pioggia – a pretendere di insegnarci come fare le cose.

Nello specifico, qui c’è una “fille blonde” col ciuffo che ha deciso che il futuro prossimo suona così: un po’ art-pop sofisticato, un po’ dark-electro in slow motion, un po’ cold-wave intiepidita, un po’ sticazzi. Tocca rosicare abbastanza a confessarlo (dar ragione ai francesi, dico), ma è un modo come un altro per dire che suona parecchio, parecchio bene.

Sì, perché Jeanne Added è così francese che trovare una recensione di un suo disco in una lingua diversa da quella de La Marsigliese è un’impresa e probabilmente le sue canzoni suonano meglio su Deezer che su Spotify, eppure riesce sempre e comunque a fregarti con un sound tanto attuale quanto universale e ogni volta un passo avanti sui tempi (supplementari compresi).

Venuta alla ribalta relativamente tardi, tre anni fa ci aveva impacchettato alla grande il suo sensazionale album di esordio, dove metteva insieme tutto ciò che aveva imparato nel frattempo, tra gavetta, conservatorio, jazz-club e collaborazioni varie (Dan Levy e The Dø su tutti).

Oggi torna in pista ancora più consapevole dei propri mezzi, contemporaneamente algida e sensuale come solo le ragazze d’Oltralpe sanno essere, ben conscia di risultare una bestia rara quanto un cocktail preparato in laboratorio: qualche traccia di Peaches ma meno svitata, un po’ di La Roux ma meno paracula, abbastanza Tying Tiffany ma meno figa (e anche meno tamarra), sempre più St. Vincent ma meno patinata.

Basta poi riempire fino all’orlo lo shaker con il vero ingrediente killer – ovvero una voce di gran lunga al di sopra di quella di tutte e quattro messe insieme – per ottenere un mix quasi illegale: cattivo quanto basta per restare ancora dolce, malinconico al punto giusto per rimanere estremamente cazzuto.

Gli Angra; e Alyssa; E SANDY, eterea

Angra

Black Widow's Web

Viviamo in tempi strani, se il nuovo video dei paladini del power metal brasiliano presenta un "featuring" con una delle regine del growling.

D'altronde, i tempi sono effettivamente strani: con tutte le reunion dei Rhapsody in corso, ci si può anche essere scordati che Fabio Lione è la voce degli Angra dal 2012 (mentre il chitarrista Kiko Loureiro si è accasato anche con i Megadeth). Per non parlare di Sandy.

Chi è Sandy?

Negli Angra sembrano tutti riverirla ed essere fieri che ci sia anche lei, come seconda voce femminile. Effettivamente, ha una biografia infinita, con lunga discografia e anche filmografia. Viva Sandy, quindi, alla quale spetta l'intro del brano e il pippone moralistico di sessanta secondi a metà del video (vera e propria aggiunta solo per il videoclip, visto che nella versione su disco non è presente questa sezione parlata riguardante i pericoli di internet).

Ci sono tante cose che, sulla carta, potrebbero non funzionare in questo nuovo video. E invece, quando dall'interno della chiesa sconsacrata Lione dà fiato ai polmoni (intorno al minuto 1:20), è una vera gioia, con la doppia cassa in sottofondo e l'assolo di chitarra dietro l'angolo. Davvero, il pezzo non è male. Sarebbe piacevole sentirlo ripulito dal growl e da tutto il resto superfluo, però. Alissa White-Glutz avrebbe potuto dimostrare come, fuori dagli Arch Enemy, sappia cantare in modo pulito e melodico. Ma il suo rantolo stona ogni volta che interviene, anche se si viene distratti dalla sua sempre fotogenica silhouette.

Il disco degli Angra sul quale compare questa canzone, Ømni, è uscito a marzo, e questa è la prima volta in cui il mondo parla diffusamente di uno dei suoi brani. Significa che, growl o non growl, tira davvero più un pelo di Alissa che un carro di chitarre.

Chi sono io?

Juanita Stein

Get Back to the City

C’era una volta una band australiana di nome Howling Bells, che tra il 2006 e il 2014 sfornava dischi impregnati di gotico e neo-noir.

Un gruppo che, nonostante il consenso di esimie testate di tendenza, e nonostante le braccia tese del pubblico britannico, ha lasciato nell’alternative rock lo stesso marchio che il curling ha lasciato nella nostra memoria olimpica: nessuno.

La band non si è mai tecnicamente sciolta, ma la sua lead vocalist, Juanita Stein, ha deciso di andare da sola. Il suo primo album, Americana, percorreva la via del country-folk; il secondo, Until the Lights Fade, che esce il 31 agosto, racconta un’altra storia: quella dei Killers. Non per nulla, a produrre il primo singolo, Forgiver, è stato proprio Brandon Flowers; non per nulla, Juanita apre tutte le date europee del loro arena-tour.

(in molti l’han conosciuta per questo. Altri la conoscono perché ha aperto il tour di Brian Ferry)

Ma non di sole aperture vive Juanita; entrambi i lavori fanno trasparire due artiste distinte, e forse è proprio questo il problema. Chi è, Juanita? Solo un’altra figurante sul set delle singer songwriter ruvide, a cavallo tra PJ Harvey e Lana Del Rey, passando per Courtney Barnett? Laddove, la seconda non c'azzecca quasi mai nulla?

Il nuovo singolo, Get Back to the City, sarebbe anche discretamente accattivante (così come lo era il precedente, Easy Street). Peccato per il testo, di una banalità sconcertante, e il video, altrettanto banale, girato a Brighton (probabilmente, da Quadrophenia in poi, la location di videoclip più gettonata della storia).

Però, pensandoci bene: Australia + Brighton = Nick Cave. C’è forse un messaggio subliminale qui, Juanita?

Pure grunge! Pure noise! Pure shit!

Mudhoney

Paranoid Core

Le grandi notizie sono due. La prima è che i Mudhoney sono tornati con una nuova canzone, il primo estratto dal decimo disco in studio del gruppo che uscirà a fine settembre. La seconda è che la band più longeva di Seattle pare oggi, dopo trent’anni di onorata carriera, ancora in ottima forma.

La loro proposta musicale, se si escludono le sonorità dilatate e psichedeliche di Since We've Become Translucent, è sempre rimasta più o meno la stessa. Ascoltare un nuovo pezzo dei Mudhoney nel 2018 fa l’effetto di vedere un vecchio film di Russ Meyer. Dopo un secco riff distorto sai già che entra la sezione ritmica, sulla quale s’innesta la voce scomposta di Mark Arm – così come nei film del re dei b-movie a una scena di sesso ne seguiva una di corse in macchina. D’altronde, voi cambiereste gli ingredienti della carbonara?

Quello che invece stupisce della nuova Paranoid Core è il testo (si parla di robot e alieni drogati che rubano lavori e che stuprano le mamme, ed è solo il primo verso!), che ricorda da vicino quelli irriverenti e sarcastici di Jello Biafra dei bei tempi che furono coi Dead Kennedys. Dice il cantante: «Il mio senso dell’umorismo è sempre stato dark e questi sono tempi oscuri; quindi credo che sia diventato ancora più dark».

Curiosità: il nome della band è stato scelto nel 1988 come tributo al film Mudhoney, girato proprio da Russ Meyer nel 1965. Nessuno del gruppo, al tempo del "battesimo", lo aveva effettivamente visto.

Ariana cerca di competere col talento di Nicki

Ariana Grande feat. Nicki Minaj

The Light is Coming

Mettiamo assieme Ariana, Nicki Minaj, Pharrell Williams. Dovremmo ottenere un pezzo pop ammiccante e piacione, giusto?

Sbagliato.

Il brano sembra un foglio sul quale ognuno dei tre ha cercato di fare il proprio disegnino, con Ariana a pontificare sulla positività necessaria a uscire dai momenti bui (ma secondo gli esegeti non allude alla strage di Manchester, bensì a una propria delusione d'amore), la rappusa Nicki a usare l'ennesimo "featuring" per annoiare il mondo raccontando – oh sorpresa – di se stessa e della propria famosità e delle sue indegne nemiche (ma senza il giganteggiare di ghiandole mammarie e natiche con cui aveva conferito autorevolezza all’altra recente joint-venture delle due amiche, il video di Bed), e Pharrell a inserire ripetutamente, come collante ritmico, la frase campionata di un Uomo del Popolo che all’alba del neopopulismo aveva rivendicato il proprio diritto a parlare davanti a un senatore democratico della Pennsylvania («You wouldn't let anybody speak and instead»).

Un budino di cavoli, menta e pompelmo avrebbe avuto un sapore migliore. Il ritornello non salva la canzone – e a chi ha qualche anno in più dei fans della Grande, potrebbe ricordare parecchio Milkshake di Kelis. Come se non bastasse, il video girato dallo stesso regista di No Tears Left to Cry insiste su quella stessa idea che Arianina sia una luce di innocenza sexy in questo mondo tenebroso. Ora come ora viaggia sui venti milioni di visualizzazioni su YouTube, contro i 392 ottenuti dal precedente.

Magari la Reebok è contenta lo stesso per l'anteprima esclusiva; come annuncia il fidato Billboard, comunque, è in arrivo in tutta fretta il singolo successivo God Is a Woman a rimediare – perché la luce starà anche arrivando, ma non certo qui.

Il bardo del post-minimalismo

Max Richter

On The Nature of Daylight

Anche per i compositori più affermati in ambito di musica contemporanea post-minimalista – e permettiamoci pure di abusare del termine "classica" – è tempo di riedizioni. Alcuni di loro, dunque, si sono ben integrati in un sistema commerciale di ampio livello.

L’etichetta di musica classica Deutsche Grammophon (ora sotto Universal) decide così di rimasterizzare con contenuti aggiuntivi quello che è stato uno dei suoi album più riusciti degli anni '00. Infatti, The Blue Notebook di Max Richter, uscito nel 2004, è considerato come un tassello fondamentale per quello sviluppo d’ascolto – e anche e soprattutto di mercato – che ha contraddistinto il filone di musica contemporanea "colta" di ampio respiro e diffusione.

Classe '66, il compositore britannico – nato però a Berlino Ovest – è connesso, oltre che alla letteratura, al balletto, al teatro, al cinema e alla televisione contemporanei. Già Tilda Swinton aveva partecipato ad alcune letture di Franz Kafka e Czesław Miłosz proprio su The Blue..., nel clima di protesta contro la guerra in Iraq, e poco dopo la sua musica venne inserita nel film animato Waltz with Bashir del 2007, permettendogli di vincere l’European Film Award ("best composer").

Uno dei suoi brani più importanti e conosciuti è On The Nature of Daylight, già presente in Shutter Island, nella serie della BBC Dive, in un episodio di Luck della HBO, in Stranger than Fiction, Disconnect, Meredith - The Face of an Angel, The Innocents e nel mitico Arrival. Un pezzo di discreto successo, a quanto pare...

Il nuovo video fa risaltare una delle star del momento, Elisabeth Moss (ormai sulla cresta dell’onda con The Handmaid’s Tale), presentandola in forma fragile e misteriosa sotto la direzione di George Belfield, che ne immortala la marcia notturna. Con una potenza espressiva del genere, sia musicale che attoriale, difficile non arrivare a offrire un "prodotto" efficace, sebbene nulla di nuovo pare aggiungersi a parametri già consolidati.

Il brano risulta ancora capace di emozionare: una composizione di gusto ed espressività tali da sdoganarsi da certo sperimentalismo, restando ancorata a ciò che rende ancora una volta Richter uno dei compositori più accessibili e al tempo stesso più potenti che il post-minimalismo contemporaneo possa presentare a un pubblico non solo da Royal Opera House, ma anche da Spotify free.

I vicini dicono che era sempre stato un ragazzo un po’ strano...

Get Well Soon

Martyrs

Konstantin Gropper non ha mai amato le mezze misure, gli approcci minimalisti, i bassi profili. In altri termini, l’ormai ex-bambino prodigio tedesco è sempre stato uno che raramente avuto paura di ridurre il fin troppo abusato concetto di “less is more” a quello che – semanticamente, a tutti gli effetti – è: un controsenso.

Laureato in filosofia e figlio di un famoso insegnante di musica classica, ha iniziato nella sua cameretta. Solo che nella sua cameretta c’erano: un violoncello, un pianoforte, una tromba, tre chitarre e tutta una serie di aggeggi analogici e digitali per registrare i suoi ambiziosi cazzeggi di multistrumentista in erba in maniera egregiamente professionale.

Deve essere per questo che i Get Well Soon – la sua idea di band, ovvero sei persone che lo aiutano a suonare dal vivo le cose che lui compone in rigorosa solitudine – hanno sempre tradito, fin dai primi tempi in cui cercavano di mischiarla con un semplice indie rock, una certa magniloquenza e teatralità che, negli anni, è traboccata fuori dal vaso rivelando la sua vera essenza di musica sinfonica contemporanea finemente arrangiata in un’ottica via via sempre più cinematica e cinematografica.

Così cinematica e cinematografica che, a questo giro, per promuovere il suo nuovo disco The Horror, il nostro piccolo dandy ha deciso di produrre un vero e proprio film, diviso in quattro episodi comparsi da poco online a distanza di una settimana l’uno dall’altro.

Questo il pilot iniziale, che getta le basi della la storia allucinante e allucinata di Christine e Jean, marito e moglie in crisi occupati a tentare di esorcizzare i propri problemi e i propri incubi con una terapia di coppia che sembra piuttosto il frutto di una cena a due tra Roman Polanski e Lars Von Trier. Dopo il decimo ammazzacaffè, s’intende.

Per chi vuole sapere come va a finire, qui, qui e qui ci sono le tre parti successive. Quelli che invece non hanno tempo da perdere e sono interessati solo alle canzoni, saltino pure direttamente al minuto 5:35, dove inizia sul serio Martyrs, il primo singolo tratto dall’album – o almeno ciò che ne rimane dopo che è stato opportunamente decostruito e riadattato agli scopi del lungometraggio (i puristi troveranno comunque qua la versione originale).

Piaccia o non piaccia, rimane un fatto innegabile: in un’epoca in cui l’unico obiettivo di chi ha le mani in pasta nel music business pare essere diventato quello di sfornare tutorial su come strutturare la canzoncina perfetta che in meno di tre minuti scali le classifiche di Spotify, un progetto del genere si pone come un’inversione a “U” contromano, un atto di resistenza bellissimo e commovente che, cosparso di una perfetta inutilità quasi a rasentare il suicidio commerciale, diventa una cosa – a modo suo – estremamente romantica.

Romantica nel senso di Goethe.

The boy with the thorn in his side

Stephen Malkmus & The Jicks

Bike Lane

Lessi una volta una considerazione sull’essere borghesi. In sintesi, a parte le questioni economiche, essere borghesi significava rivolgersi all’interno e mai all’esterno, preferire l’introversione all’estroversione. E qui mi vengono in mente varie coppie opposte, come politico/privato o sociale/intimo. In musica, questa roba si tradurrebbe con un grafico in cui a un opposto ci sono i Rage Against The Machine e, all'altro, i Belle and Sebastian.

Bike Lane proviene dall’ultimo disco di Stephen Malkmus & The Jicks. Malkmus è un borghese: uno che con i Pavement ha scritto una pagina importante dell’indie rock americano degli anni '90 Uniti, ispirato dal postmodernismo nei testi e i cui suoni e le cui canzoni non parlavano mai del mondo esterno, se non come sberleffo intellettuale.

Invece questo brano certifica l’apertura di Malkmus verso l’esterno: la sua uscita dalla dimensione borghese (appunto), almeno per un attimo. Se tutto questo discorso vi sta annoiando, considerate che Bike Lane parla di un fatto politico: l’uccisione di Freddy Gray, l'afroamericano venticinquenne “morto di polizia” a Baltimora nel 2015. Una cosa del genere non l’aveva mai fatta.

E poi, soprattutto: è un pezzo meraviglioso, tra i migliori esempi di pop chitarristico possiate trovate oggi in giro, con il suo misto di melodia, Sonic Youth e derive blues psichedeliche nelle fughe sonore.

Dave Gahan con la mise per il nuovo tour nei migliori locali di burlesque inglesi

Goldfrapp

Ocean

Non esattamente una novità assoluta, ma chissà un mese fa quando era uscito questo video dove avevamo le orecchie. Recuperiamo ora.

Dei Goldfrapp avevamo parlato nel 2017, ai tempi dell'uscita dell'ultimo album (per l'esattezza qui); il pretesto per tirare Alison Goldfrapp & Will Gregory fuori dal cassetto è costituito dall'uscita della deluxe edition di Silver Eye, dove il lusso è dato non tanto dalla solita sfilza di remix di altalenante valore, quanto da un "featuring" d'eccezione: Dave Gahan.

La canzone prescelta per farsi accompagnare è Ocean. Il risultato finale è ineccepibile, ma il timbro inconfondibile di Gahan capovolge i rapporti di forza e fa sembrare il brano un parto dei Depeche Mode a cui Alison presta, in maniera nemmeno troppo convinta, la voce.

Poco male: il pezzo è ottimo, il video d'effetto e, tra i due, quello con maggiore necessità di un repertorio recente all'altezza della fama accumulata non ha i capelli rossi.

I metallari e il posizionamento delle braccia

Omnium Gatherum

Gods Go First

Fino a qualche tempo fa nel metal bisognava parlare non solo di headbangin’, ma anche di beardbangin’. Gli Omnium Gatherum – vi concedo cinque minuti per tentare di memorizzare il loro nome, ma tanto non ce la farete – si presentano con una buona scorta pilifera, ma senza eccessivi hipsterismi. Il cantante, per dire, è sbarbato e con i capelli raccolti sulla nuca; una grande dichiarazione di personalità, ma anche il resto dei musicisti hanno quasi tutti buoni e continuativi rapporti con la Gillette. Qualcosa sta cambiando!

La band è finlandese e forse l'origine etnica spiega il gusto particolare che ha nel mescolare insieme l'estremismo dei Deicide e Flashdance. Di sicuro non c’è un gruppo migliore se volete allenarvi in palestra e pensare al decadimento sociale, la putrefazione dei sentimenti e l’incomunicabilità moderna.

Gli Omnium Gahterum – vi concedo altri cinque minuti, ma tanto è inutile – sono tra le realtà più sottovalutate dell’intero panorama metal europeo. Non meriterebbero la cima delle classifiche, ma è innegabile la loro capacità di scuotere l’emotività dei più burberi topparoli in circolazione. Cosa rara e decisamente preziosa, in tempi ove la maggioranza dei gruppi si limita a "interpretare il metal" e non a crearne di nuovo.

Il video non ha grandi peculiarità. È minimalismo borchiato: il gruppo suona e suona e suona e scapoccia e scapoccia e scapoccia. C’è del fumo, parecchio, al punto che si ipotizza che il container in cui il gruppo si dimena si trovi nei pressi di una zona boschiva dove sgorga qualche buona fonte sulfurea. Il regista è Jaakko Mäntymaa (e da qui dovreste capire perché gli Omnium Gatherum credano che chiamarsi così possa restare facilmente impresso nella mente del pubblico), mentre il responsabile di tutto quel fumo è Olli Liukkonen. Potete prendervela con lui, se si finisce per non vedere quasi più nulla.

Qui ci siamo quasi tutti; manca solo Jack di 'Titanic'

Bodega

Jack in Titanic

Signore e signori, ecco a voi i Bodega, nuova post-punk band da Brooklyn. Vi vedo, mentre alzate gli occhi al cielo, sbuffando.

In questa fase di morte lenta del contraddittorio e della dialettica, in cui qualcuno riuscirebbe a buttare il termine “radical chic” anche in una conversazione sul nuovo punk newyorkese, ogni tentativo di far emergere i lati buoni di questa band – i pezzi, ad esempio – potrebbe essere vano.

Ma i Bodega, con i primi tre singoli, stanno riuscendo a regalarci uno spaccato più che mai presente; un'umanità le cui pulsioni, passioni e comportamenti sono gestiti, diretti, o condizionati dai "device". How Did this Happen, ad esempio, contiene un verso che è un po’ il metro del loro linguaggio: «La tua playlist ti conosce meglio del tuo amante / La tua playlist ti dà sempre Desert Island Disk» (pezzo dei Radiohead contenuto in A Moon Shaped Pool).

La band comunica con la cifra dell’ironia, con pezzi brevi, scalcianti e un Lo-Fi non esasperato.

Jack..., il terzo e ultimo singolo tratto dall’album di debutto Endless Scroll, elenca tutta una serie di caratteristiche e contraddizioni tipiche di questo tempo, con l’incrollabile puccettone interpretato da Leo Di Caprio a rappresentarle.

«Quando eravamo giovani mi vedevi rotolare sulle Jeep, e cadere dall’altra parte. Ora sto con la Polizia e combatto per me e te. E per Jack di Titanic»

Se conoscete i Parquet Courts, potreste ritrovare un po’ di loro, in queste canzoni (in effetti, il produttore è Austin Brown, loro voce e chitarra).