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In primo piano Cose che vale la pena leggere
La traccia del giorno Perchè ogni giorno abbia la sua O.S.T.
Per continuare a fare a cazzotti con la vita anche se quella ti ha già messo KO

Roberto Tax Farano & Paolo Spaccamonti

Young Till I Die

Young Till I Die è un vecchio "inno" di una band americana, i 7 Seconds di Kevin Seconds, così sguaiatamente punk che saresti pronto a scommettere che chi la cantava ci credeva davvero. Young Till I Die è una scelta di vita, perché il punk è una scelta di vita, almeno finché la vita stessa non sceglie di giocarti un tiro così punk che non te lo saresti mai aspettato. Young Till I Die è la voce di una speranza, perché permettersi di sperare dovrebbe essere un lusso garantito da qualunque carta dei diritti dell’uomo. Young Till I Die è una dichiarazione d’amore, lapidaria nel senso di lapide, piantata in una Spoon River privata, a metà strada da Torino e il più importante gruppo hardcore italiano di sempre.

È la negazione della resa, che dei Negazione è sempre stata la benzina, incisa sulla pietra dura da due musicisti che non credono nei miracoli, ma per natura si rifiutano di cedere alla rassegnazione. Musicalmente parlando, Young Till I Die – questa, Young Till I Die – è una cosa molto poco HC fuori ed estremamente HC dentro: dura come la scorza del suo nucleo che vorrebbe non abbandonarsi alla semplice commemorazione, appunto, eppure quasi dolce nel suo dipanarsi strumentale. Una cosa fatta con le mani di Paolo Spaccamonti e l'animo di Roberto Tax Farano, o forse viceversa, perché quando hai il cuore in mano tutto si confonde e distinguere i meriti non ha più importanza. Una cosa disegnata prevalentemente con le chitarre che, decise e screziate, procedono prendendosi il tempo che serve, con l’andatura lenta di chi sta cercando qualcosa. O qualcuno. O una via di mezzo, almeno.

Colpi di frusta dalla traiettoria aggraziata ma dall’effetto letale, su una lastra di vetro, luminosa e tagliente, che a tratti si lascia attraversare dallo sguardo di chi ascolta e a tratti riflette e abbaglia, ma non senza lasciare segni. A modo suo, indubbiamente, comunica.

Perché il bassista dei Negazione, Marco Mathieu, ormai da più di un anno e mezzo lotta prigioniero di un corpo inerte – il suo – e anche di gesti come questo ha bisogno per continuare a dirci qualcosa. Anche fosse solo per conto terzi, grazie a un abbraccio di feedback, a uno schiaffo arpeggiato, a un “buon compleanno” sussurrato fuori tempo massimo, per ribadire che lo spirito è duro a morire e che, anche se magari non potremo davvero arrivare a essere vecchi e forti, almeno c’abbiamo provato.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Casa dolce casa

The Black Keys

Lo/Hi

A distanza di cinque anni dall’ultima volta che ne avevamo sentito parlare, la macchina Black Keys si è rimessa, improvvisamente, in funzione.

Non sperate in grandi evoluzioni, però. Il gruppo dell'Ohio non ha mai variato più di tanto il proprio suono. O meglio, ha anche cercato di espandere i propri orizzonti: a volte riuscendoci, a volte meno. Vedi El Camino del 2011, disco finito ben presto in cima alle classifiche di tutto il mondo. Ci hanno riprovato con Turn Blue del 2014, tramite sonorità psichedeliche e un tantino pallose, non arrivando al pubblico generalista con la stessa "efficienza".

Archiviati progetti paralleli e strambe collaborazioni, Dan Auerbach e Patrick Carney tornano al succo della questione con Lo/Hi. La canzone, probabile ma non ancora confermato primo singolo del prossimo disco in studio, si muove tra sciabolate alla Keith Richards e un suono che deve tanto agli Stooges meno arrabbiati quanto ai Sonics meno spigolosi.

Un azzeccato blues 2.0, si potrebbe dire.

A quasi vent’anni dalla formazione, i Black Keys continuano a convincere, sebbene il profilo grezzo di lavori come Rubber Factory e Attack & Release appaia ormai come un gran bel ricordo dei loro fan più accaniti.

Giovane turista nordeuropea scottata dal sole sul Lago di Garda

M¥SS KETA

Pazzeska

Era dai tempi degli elefanti portati nella suburbia milanese da Marracash che non provavo un brivido simile, sentendo una canzone sguaiata.

La Sacerdotessa rionale di NoLo regala un video e una canzone che accompagnano nel viale dei ricordi: profumi di kebabbaro e Bigas Luna, citando Valeria Marini abbarbicata sulla mortadella, come alla fine del secolo scorso, accoccolate ad ascoltare il fax mentre avide ci scambiavamo i Paciocchini.

M¥SS KETA istrionica, cantante, scrittrice; M¥SS KETA misteriosa eppure riconoscibilissima: non l'avete ancora capito?

M¥SS KETA è Moana Pozzi, scongelata e aggiornata, è la casalinga di Voghera, la quarant'enne insoddisfatta, la nave scuola per grandi e piccini, l'unica in grado di tradurre il linguaggio della mia generazione ai ragazzini e viceversa, in un'ideale cabina telefonica della SIP dove noi entriamo con la "para" di dover chiamare MondialCasa e dire di non aspettarci, mentre i ventenni ci giudicano appiccicando gomme da masticare dentro le Pagine Gialle – categoria professionale: “pusher”.

La nostra Madre Badessa dell'Ordine delle Serve di Beata Veronica Lario ci apparecchia uno spuntino veloce ma genuino: un pizzico di Stromae prima versione, cavalcando l'onda di un arabeggiante Guè Pequeno salito sul carro dei vincitori insieme a Mahmood già da molto prima di Sanremo.

Motel Forlanini e Simone Rovellini firmano un video stranamente più essenziale, con rimandi ai krampus austriaci, al diavolo, all'Emilia Romagna e ai baffi delle tedesche con quella mascherina che, per la prima volta, rivela più del previsto, dando alla nostra Stella della Darsena un indecifrabile look alla Cecco Beppe.

Fiabeska, birbanteska, zingareska, fanciulleska, giganteska: pazzeska.

Just give me the dirt!

Mötley Crüe

The Dirt (Est. 1981)

Per la colonna sonora del film The Dirt, basato sulla propria nota autobiografia (la cui eccellente prosa narrativa andrebbe sempre riconosciuta a Neil Strauss), i Mötley Crüe hanno scritto quattro pezzi inediti. Si comincia con la titletrack, che non è certo l'inaspettato colpo di coda creativo di una band tra le più stitiche degli ultimi anni.

Il tepore sconfortante di The Dirt (est. 1981), un 4/4 bolso quanto l'attuale Vince Neil, è lo stesso dell'ultima, dimenticabile sgasata discografica: Saints of Los Angeles del 2008.

La collaborazione con Machine Gun Kelly, il rapper che nel film interpreta Tommy Lee, è quantomeno fonte di perplessità e indagini parapsichiche. Dietro il progetto c'è la sempre più onnipresente Netflix, mentre della regia si occupa Jeff Tremaine, famoso per aver diretto la "saga" di Jackassil tenore del film sarà adeguato alle sue corde artistiche, presumibilmente.

Ci si domanda che cosa vogliano raccontare in un lungometraggio di due ore, più che altro. Il libro era così denso di aneddoti e spunti che una serie televisiva poteva esserne il contenitore ideale. Farne un film e basta significa sintetizzare del materiale molto eterogeneo, e rischiare di ritrovarsi senza una vera storia che sia una.

Temiamo, cioè, che gli sceneggiatori abbiano "adeguato" la parabola dannata dei Crüe alla consueta favoletta itinerante americana dell'inferno/purgatorio/paradiso. Staremo a vedere; per ora, sbadigliamo al ritmo fiacco di questa canzone.

Man in black

Richard Hawley

Off My Mind

Vent'anni di attività solista, da noi recentemente celebrati a dovere, e la natia Sheffield che riecheggiava sempre in canzoni "colorate" dalle sue plumbee tonalità industriali. Che cosa succede, ora, caro Richard? Ti senti così invecchiato da dover dimostrare altro, all'improvviso?

Off My Mind è quanto di meno "autentico" abbia partorito il songwriter inglese, finora. E nonostante i fans digitali acclamino il suo ritorno con entusiasmo amichevole, non si può certo dire che questo pezzo introduttivo dell'ottavo album sia un antipasto sfizioso.

Further, a detta dello stesso Hawley, sarà un passo in avanti, pieno di canzoni up-tempo e dirette. «Mi sono chiesto: 'Riesci a far passare il tuo messaggio come se fosse un proiettile? Riusciresti ancora a farlo?'. Una domanda difficile».

Ma tu non sei un tipo da "proiettili". Lo sai.

E non è con un brano alla Mark Lanegan o addirittura alla Monster Magnet che si riesca nel tuo intento. Non è nemmeno con un video sostanzialmente inutile come questo che si possa fare i conti con se stesso, e col proprio futuro da compositore onesto, genuino e intrigante come sei sempre stato. Per stavolta, facciamo finta che non sia successo nulla.

Avrei preferito una decappottabile, ma hanno ascoltato qualche mio pezzo vecchio e mi hanno dato questo residuato hippie

Black Mountain

Future Shade

La ricetta dei Black Mountain ormai la conoscete tutti. In caso contrario, è presto qui riassunta: prendete gli Arcade Fire e fategli suonare qualcosa dei Black Sabbath. Dopo avergli infilato sotto la lingua qualche acido di quelli buoni, dico.

I riff pesanti di estrazione hard inglese, qualche ambizione prog (grazie a Dio tenuta senza particolari sforzi sotto controllo), un paio di cioccolatini pop mai troppo ammiccanti e quella sorta di atmosfera perennemente in bilico tra una "hippieness" consapevole e la psichedelia pura – virata oltre l’attrazione terrestre verso un moderno heavy-space’n’roll che ha permesso loro di condensare in una proposta praticamente unica tutta la serie di banalità appena elencate.

(almeno fino ad oggi)

Nei quattro album precedenti, la band canadese era riuscita a spalmare con gusto un’evidente ossessione “seventies” sulla superficie di quella che  era la sua versione amabilmente alternativa della storia del classic rock. A sentire questo nuovo singolo, invece, pare abbia fatto il famoso passo più lungo della gamba sulle scale mobili dello spazio-tempo, finendo direttamente a grattare l’uscio di certi riff cotonati che hanno reso celebri i peggiori parrucchieri degli anni ‘80.

Eppure tutto ha una spiegazione.

E qui la chiave di lettura sta in un semplice esame di guida, finalmente superato a pieni voti. Se infatti le persone normali la patente la prendono a vent’anni, Stephen McBean ha ben pensato di aspettare i cinquanta per togliersi questa soddisfazione e dare improvvisamente gas, lasciandoci attoniti e in parte spiazzati, avvolti dai fumi dei suoi tubi di scarico. Ma dopotutto si sa: con un bolide sotto il culo chiunque rincitrullisce un po’ e torna ragazzino. Senti il vento nei capelli, la puzza di benzina e di pneumatici bruciati, ti sale un po’ il tamarro dentro ed è subito Eye of the Tiger.

Così finisci per saltare a tempo con le curve disegnate dai Van Halen e a chiederti sconsolato perché – a te che volevi vivere una vita da rocker di strada dentro Out Runtutti questi benedetti, sedicenti critici continuano a infilarti imperterriti dentro le classifiche dei migliori dischi indie.

Dal baule della macchina si contrabbanda flow

Egreen x Nex Cassel

A Nessuno

In questi tempi di iperproduzioni hip hop e sperimentalismi digitali, è rinfrescante per le orecchie e per lo spirito trovare un pezzo talmente old school che, quando vengono nominati "gli sbirri", una voce fuori campo risponde «Maialiii».

Così old school che un "suca!" piazzato al momento giusto non può che strappare un sorriso per stupidità mista ad audacia. Così vecchia scuola che parte con «Ambaraba ciccì coccò», salvo poi americanizzarsi in «Eeny, meeny, miny, moe» ed essere ripresa nella seconda strofa in maniera spagnoleggiante.

L'incontro fra il LOmbardo Egreen e il VEneto Nex Cassel sta dando ottimi frutti con il disco LO VE, e Nessuno è un maestoso esempio di cosa possono tirar fuori due mostri del rap underground italiano – in giro da talmente tanto tempo da mangiarsi un beat killer di Nex stesso e sputarlo con un flow mostruoso.

La prima barra di Egreen riassume tutto: «Vi porto un bilico di flow». Il brano va ascoltato e, appena finisce, va riascoltato, e poi ancora una volta o due, per apprezzare gli incastri a più livelli («Sempre e solo rap nello stereo / ho detto / sempre e solo rap quello serio») e ricordarsi che il rap italiano è vivo e vegeto, anche lontano dalla trap e dalle classifiche.

Mistaken for strangers

The National

You Had Your Soul with You

I National ben rappresentano quello che l'indie-pop contemporaneo dovrebbe essere, idealmente. Un retaggio rock messo da parte a favore di qualcosa di diverso, per sound e attitudine, ma che conservi ancora uno spirito narrativo e compositivo il più "autentico" possibile.

Certo, il timbro baritonale di Matt Berninger è il medesimo di sempre; i pattern di batteria di Bryan Devendorf osano più di quanto venga chiesto dal genere; le chitarre riprendono le medesime melodie di ogni album post-rock degli ultimi vent'anni; il loro look è quello nella mente di ogni hipster quando passa da H&M.

Insieme a tutto ciò, però, c'è anche quella scrittura e quel carattere che rendono unica la band americana: un misto di intellettualità sorniona, surreale e romantica che fa delle narrazioni liriche la parte più interessante del loro incedere.

In questo nuovo brano, inoltre, c'è anche la voce di Gail Ann Dorsey, a lungo collaboratrice di David Bowie, perfettamente integrata nei canoni richiesti.

You Had Your Soul with You anticipa l'album I Am Easy to Find, che è anche il titolo di un breve film ispirato al disco stesso e diretto da Mike Mills. Nel complesso, si preannuncia un'altra opera dove musica, estetica, riflessioni & contaminazioni varie interagiscono in un'alchimia fruttuosa. Il regno più congeniale ai National, in altre parole.

Quattro personaggi in cerca d'autore

The Hold Steady

The Last Time She Talked to Me

... e pensare che tutto è iniziato dopo una visione del leggendario The Last Waltz, il documentario di Martin Scorsese sull’ultimo concerto della Band. La leggenda narra che il futuro cantante degli Hold Steady abbia chiesto al vecchio compagno di scorribande, il chitarrista Tad Kuble, «Amico, perché non ci sono più gruppi del genere?!».

Dal 2004 al 2006 pubblicano tre album di fila, tutti molto belli (questo, per esempio), arrivando a farsi idolatrare da Pitchfork e dintorni (solo per qualche tempo; la storia d’amore con la "critica che conta" dura ben poco, tuttavia).

Passano le stagioni, la band perde pezzi e non riesce più a centrare un disco che sia uno. Il cantante Craig Finnvoce di Bruce Springsteen nel fisico di Rivers Cuomo – pubblica alcune discrete prove da solista e se ne va in tour con un’altra promessa semi-mancata del rock "moderno", Brian Fallon dei Gaslight Anthem.

L’ultimo disco, il fiacco Teeth Dreams, è del 2014. In pratica, una vita fa. Negli ultimi mesi, però, si sono intravisti dei segnali positivi. Tipo la pubblicazione digitale di alcuni nuovi singoli. L’ultimo, in ordine di tempo, è questa ballata arricchita di fiati e interpretata con convinzione.

(che non sia ancora arrivata la fine degli Hold Steady, dopo tutto?)

Se sei felice e tu lo sai batti le... no, niente

Tim Bowness

It's the World

La primavera è nell'aria: siamo a pochi giorni dalla nuova stagione e già si sente profumo di sole, panini al prosciutto e antistaminici.

Ed è esattamente questo il momento di tirar giù le tapparelle e chiudersi al buio in cameretta – mentale o fisica, ha importanza? – ad ascoltare il nuovo, tribolato progetto solista dell'inglesissimo Tim Bowness (No-Man insieme all'amico Steven Wilson, presente anche in questa traccia).

Il romanticismo cupo di questo pezzo compiacerà tutti gli estimatori della nebbia e dei Tool: in alcuni punti, sostituendo la voce di Bowness con quella di Maynard Keenan, si faticherebbe persino a stabilirne la genuina paternità.

Ma i rimandi possibili non finiscono qui; a tutti gli orfani di David Bowie viene offerta una sonorità familiare e mai scontata – oltre che del tutto autentica, provenendo da un artista agli antipodi dei millennial.

Il messaggio è quello di un uomo disincantato che fa i conti con tutto; una parabola dell'irrequietudine che si sprigiona nella mente degli "over" (decidete voi quanto) incastrati in un'infanzia rediviva, nonché colma d'interrogazioni genitoriali e senso di disfatta generico.

La risposta è ferma, tuttavia: è il mondo ad essere ingiusto, noi non c'entriamo. Ed così che veniamo assolti nel continuare a cantare le nostre nenie e sentirci inadeguati con gli anfibi ad agosto, nella nostra comfort zone.

Segnaliamo infine un confronto tra il minuto 2'45'' di It's the World col minuto 5'54'' di Thru the Eyes Of Ruby degli Smashing Pumpkins di Mellon Collie and the Infinite Sadness (1995).

(lo sento solo io?)

Genova: profezia della caduta

Varego

I, Prophetic

Dalle zone d'ombra lascive omaggiate da Fabrizio De André al crollo del Ponte Morandi (che diventa la metafora fragorosa ma inascoltata del declino nazionale), Genova si erige suo malgrado come simbolo di un malessere, umano e geografico, mai sopito.

Figli legittimi di questa città "predestinata", i Varego sanno condensare abilmente tali anfratti oscuri. Le reminiscenze madide dello sludge metal, tipico delle band della Georgia e della Louisiana, s'impennano qui in riff che sorreggono robustamente la catartica interpretazione vocale di Davide Marcenaro.

Si sentono, anche se in lontananza, gli echi degli Alice In Chains più malati. Come dire: il disagio non è tanto un posto fisico, ma un luogo dell'anima.

Che si percepiscano anche gli echi ammorbati degli Electric Wizard o l'asincronia temporale dei Voivod, inoltre, poco importa. La profezia di I, Prophetic – primo estratto dall'album omonimo – definisce una realtà sonora nostrana che ha poco spazio commerciale, ma che esiste e delinea in modo veritiero il male oscuro dell'Italia di oggi.

Gentiluomini renani

The Picturebooks

Electric Nights

La solita storia: c'è chi dice che il classic rock sia roba da vecchiardi e c'è chi continua a ostentare i vecchi ricordi come uno stile di vita (anche quando sono ricordi di altri che ti hanno preceduto anagraficamente).

I Picturebooks fanno senza dubbio parte della seconda "famiglia". Il duo tedesco continua imperterrito a suonare con in testa ZZ Top, Led Zeppelin e certi Clash, fregandosene di risultare obsoleti, di presentarsi come dei biker all'americana fuori tempo massimo e di agitarsi sul palco come dei forsennati in preda all'acido lisergico.

Electric Nights – anticipatore di The Hands Of Time, in uscita per la connazionale etichetta metallara Century Media – suona come ogni tradizionale inno r'n'r anni '70 dovrebbe: pattern di batteria basico, riffone di chitarra che va avanti per sempre, titolo che risuona in tutto il suo groove lungo il pezzo.

Cuore e anima diventano l'orchestrazione necessaria per uscire dall'anonimato e trasmettere una sana scarica di sentimento. Un'ulteriore mescolata di veracità, per Fynn Claus Grabke e Philipp Mirtschink, e siamo pronti a servire il blues rock di una volta. E di oggi, pure.

Dualismi pericolosi

Salmo

Lunedì

Pubblicare un disco come Playlist, che si posiziona in vetta alle classifiche di vendita per tre mesi, nonché effettuare tour di gran successo nei palazzetti di tutta Italia, porta a un musicista la moneta più preziosa: la libertà artistica.

Libertà – anche "economica" – di girare un breve film, con scenari apocalittici, location diverse, trucco, combattimenti e sangue. Finalmente Salmo può dar vita a tutto ciò che, fino a oggi, ci aveva solo descritto a parole e parzialmente mostrato (dopotutto, i video di Space Invaders, Don Medellin o S.A.L.M.O. erano già delle chicche d'avanguardia hip hop tricolore, ben lontani da quelli "street" realizzati con due soldi).

Il filmato parte citando visualmente Fight Club, mentre nel testo si richiamano, tra gli altri, Stephen King, Christopher Nolan e Fabrizio De André, allineandosi poi con i tempi moderni grazie alla frase «Se cerchi risposte in questione c'è il link sulla bio» – il "consiglio" più gettonato nell'era di Instagram.

Il testo è il più crudo e personale di sempre, in cui Salmo racconta di come nemmeno il successo e i soldi possano evitare di cadere nel baratro della depressione, se ci si sporge troppo.

Maurizio Pisciottu sembra aver esorcizzato il tutto con questa canzone. Noi possiamo evitare che "la gente come lui muoia da sola", accorrendo ai concerti e facendo sentire la nostra voce. Meglio ancora, forse, dovremmo provare a notare se, fra le nostre conoscenze, c'è qualcuno che sembri sentirsi sempre solo, isolato in mezzo agli altri. Insomma: se il testo di Lunedì ci colpisce, guardiamoci intorno.

Fingersi morte

L7

Burn Baby Burn

Come state, ora che gli anni ’90 sono morti?

Come state, ora che i braccialetti fluo dei vostri migliori rave e i vostri poster anneriti dei Nirvana sono stati triturati nel cassonetto mediatico del lutto?

(per giunta, insieme al "bbono" di Beverly Hills 90210)

Che irresistibile tentazione, decretare la fine di qualcosa. Eppure presto uscirà un nuovo album delle L7. Avete presente? Quelle che lanciavano Tampax usati sulla folla del Reading Festival; quelle che lottavano per la libertà riproduttiva della femmina. Quelle che dicevano che infiltrare le masse attraverso MTV era un’azione sovversiva: solo così si poteva entrare nelle stanze dei ragazzini di periferia.

Le ragazzacce abbandonarono le scene agli albori degli anni '00, dopo aver alzato, e di molto, l'asticella del concetto di "divertirsi in tour". Poi, quattordici anni dopo, Donita Sparks chiamò le tre socie storiche e disse loro: «Non dovete decidere ORA: ma considerate l’idea di tornare a suonare insieme».

Scrollata di dosso un po' di ruggine e dopo vari concerti (uno anche in Italia), un documentario finanziato con una campagna su Kickstarter (L7: Pretend We're Dead), due singoli seminati qua e , arriva ora il singolo Burn Baby Burn, che anticipa il nuovo album Scatter The Rats – in uscita a maggio con la Blackheart Records, l'etichetta di Joan Jett.

È Il primo disco dopo vent'anni. Lo sberleffo alla morte di una punk band californiana passata d’ufficio nel registro del grunge. Contesto in cui stava benissimo, peraltro: c’era la sfrontatezza, c’erano i riff, c’erano i pezzi.

La pensavano così anche i Prodigy, che una di quelle canzoni se la presero e ne fecero una cover in The Fat of the Land. Era Fuel My Fire. Strano, vero, ricordarlo ora?

Ora che i 90's, ancora una volta, si fingono morti.

Il lupo ometto

Andy Black

Westwood Road

Andy Black è il frontman dei Black Veil Brides, sorta di teen-metal band che, una decina d'anni fa, era stata parecchio "sponsorizzata" da Nikki Sixx dei Mötley Crüe.

Nonostante una discreta fortuna commerciale, oggi i Brides sembrano vagabondare inerti, senza crescere né crepare (pur avendo evidenziato una sufficiente ragione d'essere artistica con Vale dello scorso anno).

Peccato che il loro leader abbia velleità inappagate e desideri esternarle in una serie di inconcludenti lavori solisti. Questo singolo provoca reazioni imbarazzate a livelli orticariali, infatti, cavillandosi sulla sottile linea che separa i Backstreet Boys da un cimitero gay – con il giovane figo delle tenebre che si lascia andare a una serie di pose e mossette autolesionistiche come non accadeva dai tempi di Billy Squier.

Diciamo che Westwood Road è un po' la superflua appendice autoreferenziale del ragazzo: quella che ci ritroviamo un po' tutti a voler sfogare quando siamo certi di essere soli nel raggio di tre chilometri, davanti a uno specchio.

Niente di nuovo, ma abboccherete anche questa volta

Modeselektor

Who

La simbiosi tra Sascha Ring, Gernot Bronsert e Sebastian Szary è ormai arrivata a quel punto di non ritorno per cui devono far uscire i rispettivi dischi in contemporanea anche quando non si tratta di un album dei Moderat. Subito dopo Apparat, infatti, tocca a Who Else: l'ultima fatica a firma Modeselektor, arrivata giusto in questi giorni, sul filo di lana, dopo due anni spesi a procrastinare senza un criterio, seguiti da sei mesi di panico puro e ansia da prestazione e, infine, registrato in sole quattro settimane con il pepe al culo.

Impreziosito dalla partecipazione di Tommy Cash, nuovo fenomeno del rap estone, questo è il primo singolo estratto dal cilindro, in cui il ragazzo baltico mostra le sue doti di virtuoso delle parole, danzando scomposto sopra un testo all’insegna del dubbio atavico destinato a sfociare inevitabilmente nel disimpegno totale – che parte da una serie di domande retoriche senza risposta e, non a caso, finisce per trovare l’unica soluzione nell’assenza totale di contenuto di un “bla bla bla”.

Piccolo capolavoro di delirio (dis)organizzato diretto dal regista tedesco di origini libanesi Chehad Abdallah, il video ci va giù pesante con accostamenti surreali e compone un potpourri di immagini potenti e allegoriche, senza risparmiarsi un pizzico di malizia né citazioni e riferimenti rischiosi come Gesù Cristo, Caravaggio, i freakshow del primo ‘900 e tutta un’estetica meta-rinascimentale. Si passa dagli inconvenienti che comporta lo scegliere la lametta sbagliata per una rasatura total body, a soluzioni naturali per staccarsi i denti (non più) da latte; dal giocare a Twister su un tappeto di trappole per topi, a sessioni di air guitar con una motosega; da relazioni saffiche imposte con svariati giri di nastro adesivo, ai dolori di un giovane toy boy quando la macchinina telecomandata con cui sta giocando gli va a sbattere sui gioielli di famiglia.

Riassumendo per la fashion-victim che è in voi: una roba che sembra una campagna di Gucci pensata da uno stylist sotto chetamina. Ovvero, proprio quello che rappresentano i Modeselektor nella scena attuale: techno-IDM di lusso accolta a suon di inviti esclusivi nei salotti buoni dell’elettronica mondiale, che mai però può permettersi di abbandonare certe allusioni a un non detto un po’ tamarro che li obbliga a presentarsi, sempre e comunque, alle cinque di mattina per un set chimicamente illegale dentro un capannone abbandonato.

Pistole & Rose, ma anche tanto amore

Duff McKagan

Tenderness

Nel 1991 Duff Mckagan andava in giro indossando magliette dei Ramones o degli U.K. Subs, quando il punk rock era ancora lontano da vendere milioni di dischi con Green Day e Offspring. Da giovanissimo, aveva fatto parte dei Fartz e dei Fastbacks – piccole glorie locali della Seattle punk dei primi anni '80. Il bassista proveniva da "quel" mondo underground e DIY, dunque, mentre ora folleggiava col gruppo rock più ricco e famoso del momento.

Non tutto gli è sempre andato bene, tuttavia. Nel 1994 ha sfiorato la morte, quando il suo pancreas smise di funzionare. Cinque anni dopo, l’uscita del suo secondo disco solista venne bloccata per una disputa legale fra case discografiche; tuttora, quel lavoro accumula polvere in un qualche cassetto volutamente dimenticato (esiste la possibilità concreta che non fosse un capolavoro, va detto).

Nel corso degli anni, poi, Duff si è ripulito e ha rivelato un profilo personale molto brillante. È diventato papà, ha smesso di bere ecc., ha curato rubriche giornalistiche per le versioni digitali di Seattle Weekly, Playboy ed ESPN (persino in veste di consulente finanziario), ha scritto un paio di autobiografie e, ovviamente, ha racimolato qualche bel soldino con la reunion dei Guns N’ Roses.

Col tempo ha anche perso completamente la sua ispirazione musicale, quantomeno a giudicare da Tenderness. Il primo singolo estratto dal suo secondo solo-album in uscita il 31 maggio, infatti, è una soporifera ballata AOR nella quale si fa persino fatica a riconoscere la sua voce.

Va bene la maturazione personale, ma il Duff selvaggio e iconoclasta che scorrazzava sui palchi di tutto il mondo ... pare essere davvero uno sbiadito ricordo del passato, almeno qui.

Circondato dal suo elemento preferito

Danko Jones

Dance Dance Dance

A Danko Jones piacciono tre cose, nella vita: il rock'n'roll, la verbosità e la figa.

L'interesse di mezzo lo si nota solo durante i concerti (a volte, sul palco, il cantante canadese tiene piccoli comizi in salsa cabaret), ma per quel che riguarda la prima e la terza passione... praticamente, ogni brano della sua ventennale carriera è dedicato alla celebrazione della musica e delle donne.

Questa nuova canzone sembra essere stata scritta con l'intento di finire nelle playlist di spogliarelliste, pole dancers e ballerine di tutto il mondo (a questo punto, ce ne rendiamo conto, la "celebrazione delle donne" di cui sopra diventa ampiamente discutibile).

Ci aveva già provato nel 2003, con Dance, ma i tempi forse non erano maturi. Oggi, invece, il sequel spirituale – "scrivo 'dance' tre volte, così sottolineo meglio il concetto" – funziona molto bene, prende fin dall'inizio e, quando si arriva al ritornello, si è pronti a far muovere il sedere.

Spoiler: nel video non ci sono colpi di scena, non ci sono sviluppi di trama, non si vede nemmeno la band suonare dal vivo. Sono lontani i tempi in cui Danko girava un mini-film con Lemmy ed Elijah Wood o chiamava Frodo Baggins. Questioni di budget? Chi se ne frega, se hai tre belle tipe che ballano, ballano, ballano su una buona base dondola-e-rotola.

Lacrime E coccodrillo

I Hate My Village

Fare un Fuoco

Riuscite a immaginare un mondo in cui James Brown ha una relazione extra-musicale con Tullio De Piscopo, e insieme fanno delle telefonate notturne a Michael Jackson per sbertucciarlo e poi attaccare? Fabio Rondanini l'ha fatto. E ha trovato anche fior fior di musicisti a dargli man forte nella realizzazione della sua visione.

All'appello: Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion con cui, si narra, si sprigionò la primordiale scintilla), Alberto Ferrari (Verdena) e Marco Fasolo (Jennifer Gentle) – tutti vicini di banco e seduti in fondo, perché loro la lezione è da un po' di anni che non la seguono ma la danno.

Ed è proprio quest'insubordinazione che ci regala un suono apolide ma inequivocabilmente tribale, nordafricano di Padova ma anche milanese di Bari Vecchia (e idealmente incorniciato da una bella copertina "zen", opera di Alessandro Scarful Maida).

Per tutto il disco, utilizzo smodato di wah wah e campanaccio e magistrali incalzate berbere che ricalcano l'andamento dei cammelli nel deserto (e innescano la voglia di slanciare l'anca su e giù, su e giù, incuranti della carenza di vitamina D).

Sull'ipotetica mensola li mettiamo sopra Zu, Fratelli Calafuria e Los Coronas, perché in mezzo non ci stanno – ma vicini sì.

Nota di colore: unico caso al mondo di band italiana il cui cantante si spiega meglio in inglese.

(sorvolo subito/se è porno, tolgo)

L'abito non fa il monaco

Filthy Friends

Last Chance Country

Di tanti supergruppi che si formano ogni giorno, ben pochi riescono a sfornare roba interessante e non derivativa. I Filthy Friends sono l’eccezione, appunto.

Formatisi nel 2012 dall’unione tra Corin Tucker delle Sleater-Kinney e Peter Buck dei R.E.M., insieme a vari musicisti del giro Minus 5, quando le cose si sono fatte serie (leggi: quando Donald Trump è stato eletto come Presidente americano), loro hanno risposto altrettanto seriamente con Invitation – sottovalutato gioiello indie rock.

Ora tornano con Last Chance Country, tratta dall’imminente Emerald Valley (fuori a maggio via-Kill Rock Stars), che rafforza quanto di buono lasciava intuire il debutto di due anni fa.

«Parla di un'adolescente che viaggia in autobus attraverso una deprimente città del Nord Ovest negli anni '80», ha dichiarato la Tucker a Rolling Stone. «Usando l'autobus per andare al lavoro, ho visto persone che lottavano per sbarcare il lunario e dare un senso alle loro vite. È scoraggiante e frustrante constatare che, trent’anni dopo, la lotta per i diritti dei lavoratori sia ancora più accesa di quella di allora».

Tale frustrazione risalta tutta nella voce, in grado di catapultarci direttamente ai tempi del movimento Riot grrrl. La chitarra punk di Peter Buck, forse mai così travolgente, fa da giusto contrappunto alla collera della cantante dell'Oregon.

Allacciate le cinture: questo è solo l’inizio.