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UNKLE

The Other Side

James Lavelle è un po’ l’Elizabeth Taylor del trip-hop: mai da solo, ma sempre felicemente un passo avanti sul partner di turno, al punto di ritrovarsi praticamente a vivere fisso sulla soglia di casa, con delle ipotetiche valige in mano, nell'attesa soltanto di gettarsi tra le braccia del successivo (chiedere al compagno di liceo Tim Goldsworthy, prima, e ai colleghi della Mo’ Wax, DJ Shadow, Richard File e Pablo Clements, poi).

I più possessivi le chiamerebbero corna; quelli comprensivi, necessità di scappare dalla routine; gli evoluzionisti, spirito di sopravvivenza. Fatto sta che ogni volta, stagione dopo stagione, la sua creatura UNKLE si è reincarnata in qualcosa di diverso, anche se mai a caso e costantemente al passo con i tempi – trasformando così un potenziale punto debole in tratto caratteristico e diventando uno degli esempi di riferimento per quelle occasioni in cui ci piace tirare in ballo il concetto di “progetto collaborativo” (o, come fa più fico dire, “collettivo musicale”).

Concetto, questo, che ci sta come il cacio sui maccheroni quando si parla di band legate (geograficamente o musicalmente) a un certo Bristol-sound. Dalle ospitate ormai anarco-populiste e mainstream dei Massive Attack a progetti più radical chic ed elitariamente prog, come quello degli Archive; dalla semplice innocua domanda "a chi la facciamo cantare questa?" a idee di composizione a più mani e ai limiti dell'open source culturale, una chiara tendenza al collaborazionismo spinto ha da sempre caratterizzato la scena, ancor prima (e forse ancor più) dell'abuso di campionamenti dub, funk e soul d'altri tempi o di droghe leggere o pesanti che fossero.

In questo senso, la raffinatezza degli UNKLE è sempre stata proprio nel modo, nella perfezione e nella naturalezza con cui ogni pezzo risulta "vero" se associato al relativo guest, ma allo stesso tempo sempre palesemente attorcigliato attorno allo scheletro di un ben preciso e riconoscibile “UNKLE mood”. Ovvero nel lavoro di orchestrazione e rifinitura sartoriale che Lavelle stesso riesce a fare, non si sa bene in quale ordine: sceglie l’artista e gli cuce addosso il vestito oppure compone il brano e poi ne trova il perfetto interprete?

Qui la parte del figurino tocca a Tom Smith degli Editors e, visto come l'abito fatto su misura gli calza a pennello, diremmo che la risposta può passare in secondo piano.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Calamita per la tua f@#a

Tre Allegri Ragazzi Morti

Calamita

Terzo singolare assaggio di Sindacato dei Sogni, il nuovo album dei tre-giovinastri-che-se-la-spassano-sebbene-siano-deceduti (meglio noti come ecc.).

Calamita è arrivata dopo Caramella e Bengala, nomi dei gatti presenti sulla copertina del disco. Il videoclip è al massimo risparmio, qui. Una ballerina con dei pantaloni orrendi agita la pelvi in un'improvvisata danza sulle note del pezzo, che sembra un ritorno ai bei vecchi tempi della band.

La canzone è dedicata espressamente a Pordenone, "polis" d'origine dei cadaveri serotoninici, e presenta sempre quello stile che si potrebbe definire di schiettezza ermetica del paroliere inquietissimo Davide Toffolo. Sequenze descrittive a random si alternano a un dialogo d'amore pazienziano – nel senso di Andrea Pazienza – che, però, è dedicato sempre alla città («Sono sopravvissuto alle calamita. E solo calamita per la tua fica»).

Calamita è un bagarozzo sonoro di tre minuti e venti, una piccola diligenza sgraziata e orizzontata che vi conduce attraverso la storia della cittadina friulana e della band stessa («Nella città di carta, più piccola del mondo, dove la notte è fredda e siamo in giro in tre / Dove c'erano i punk meglio vestiti al mondo, e dove c'è di sfondo il Fujiyama»). Non vi cambierà la vita, no, ma vi riscalderà le arterie del collo e vi aumenterà la salivazione.

Maghi lucertola

King Gizzard & The Lizard Wizard

Cyboogie

Chi si era imbattuto in questa band solamente per il nome bizzarro, qualche tempo fa, aveva avuto una gran bella fortuna. Un'entità di nicchia che, pian piano, si trasformava in uno dei più interessanti fenomeni della neopsichedelia.

Tornano dopo un paio d'anni di inattività discografica (per il loro stacanovismo, un lasso temporale lunghissimo), i King Gizzard & The Lizard Wizard – accompagnati sempre dalle trame visive dell'amico Jason Galea, vero e proprio componente aggiuntivo del già numeroso gruppo australiano.

Dal 2010 a oggi, una massiccia produzione di canzoni, album e uscite varie – la maggior parte delle quali "passate" in free download – li ha portati sul podio delle migliori scoperte del filone. E le cose continuano a farsi sempre più interessanti.

Questa nuova Cyboogie è un inno alla psichedelia godereccia che rimastica il garage e persino la disco degli anni '80; un tripudio di saturazioni, pitch, tastiere ed effetti colorati che manco i Flaming Lips... In altre parole, l'estro dei ragazzi di Melbourne si coniuga benissimo con una sbalorditiva e variopinta vocazione da jam band.

Immaginate un blend di Daft Punk, Frank Zappa e Pavement, ideale per venire proposto dal vivo a un grosso festival – mirabile l'esibizione al Primavera Sound del 2017, a Barcellona – e addirittura quasi perfetta per la diffusione in un moderno locale rock "illuminato" (ne esistono?). Fidatevi: il nuovo album Fishing For Fishies è da inquadrare nel mirino.

Ricordati di me, questa sera che non hai da fare

Bob Mould

Lost Faith

Ti ricordi gli Hüsker Dü?

In poco meno di dieci anni di attività, la celebre – ma mai sufficientemente lodata – band di Minneapolis sovrappose l’hardcore al noise e alla psichedelia, arrivando a incidere epocali doppi album e spostando i temi dei loro testi dal nichilismo iniziale a concetti ben più intimisti. Una "svolta" che influenzò parecchio la generazione alternative rock che s'affacciò sulla scena mainstream negli anni '90 (con un successo commerciale a loro precluso).

Dopo lo scioglimento del gruppo e alcune discrete uscite con gli Sugar, il cantante e chitarrista Bob Mould ha poi inaugurato una felice carriera solista che sta continuando, a scadenza regolare, da ormai trent’anni. Lost Faith è uno dei singoli che hanno anticipato l’uscita del suo tredicesimo lavoro in solista, Sunshine Rock.

Solo che, quantomeno in questo episodio, c’è qualcosina che non va. Sia chiaro, gli elementi che hanno da sempre contraddistinto il suo sound ci sono tutti: una buona melodia, incisive linee di chitarra, la voce sempre bella e personale. In Lost Faith, però, sembra che il mestiere abbia preso il sopravvento sulla passione.

(che anche l'ispirazione di Mould, a quasi sessant’anni, si stia avviando verso il prosciugamento?)

Una strana idea in testa

Billie Eilish

Bury a Friend

Per comprendere Billie Eilish dovete far così: prendete Lana Del Rey, traslatela in una versione più "emo", più spaventata, meno gatta morta e senza video girati con la Super 8. Poi sovrapponetela a Likke Li e aggiungete personalità: risultato garantito.

Billie, sedicenne losangelina, è la sintesi horror delle cantautrici visionarie e tristi californiane (anche d'adozione). Se non perisce nelle fobie che un'adolescente sarebbe meglio non avesse, è senz’altro destinata a fare grandi cose.

Già le sta già facendo, a dire il vero: grazie a canzoni come Ocean Eyes e When the Party Is Over, è l’artista più giovane ad aver fatto breccia nella "top 10" della classifica di vendite statunitense Billboard.

Il nuovo singolo Bury a Friend la fa conoscere meglio anche al pubblico italiano – previsto un concerto a Milano, il 21 febbraio – e anticipa l’album di debutto, When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, in uscita a fine marzo. Un pezzo giocato sul minimalismo industrial e un intreccio di voci che, se non fosse per l'età dell'artista che rende improbabile la similitudine, ricorderebbe quasi le sperimentazioni di Laurie Anderson.

Qui si racconta la paralisi del sonno e la classica sindrome del mostro sotto il letto: le paure ataviche che non riusciamo ad affrontare. Specie quando il mostro sotto il letto siamo noi stessi.

Odontoiatria DIY

La Dispute

Footsteps at the Pond

Panorama, il nuovo album de La Dispute, millanta ampie vedute nel suo ottimistico titolo, ma lascia qualche perplessità nel retrogusto – soprattutto considerando il fatto che arriva quasi nello stesso momento della ristampa preparata in occasione del decennale del loro logorroico (ma interessante) debutto Somewhere at the Bottom of the River Between Vega and Altair.

Coincidenza che dà adito a qualche giustificato sospetto, al punto che Amazon, influenzato dal suo evolutissimo motore di ricerca interno, sostiene sia una mera operazione di marketing; infatti, non esita a proporci l’acquisto dei due in una combo leggermente scontata.

Qua, in primo grado, siamo favorevoli alla presunzione d’innocenza (almeno fino a che non verranno messe agli atti prove più schiaccianti). Ci limitiamo ad analizzare i fatti, quindi, che dicono che ne è sì passata di acqua sotto i ponti, ma ci deve essere stata una perdita da qualche parte, visto che del fiume di partenza è rimasta giusto la pozzanghera di cui si parla in questo ultimo singolo e dove, ormai, alla band statunitense non resta che pucciare i piedi per darsi quantomeno una rinfrescata (sperando che quei passi avanti che sembra incapace di fare non ci rimangano impantanati per sempre).

A poco serve il tentativo visuale di mascherare il tutto con una rivisitazione della mitologia greca, in cui Arianna regala a Teseo, invece che il classico filo, uno di quegli aggeggi elastici fluorescenti che gli ambulanti fanno volare la sera nei cieli delle nostre piazze – e lui fraintende in toto il suo compito, finendo per liberare il Minotauro invece che farlo fuori. Perché, purtroppo, il resto conferma che sempre lì siamo: più dalle parti degli At The Drive-In che dei Refused, ma senza la “garra” né l’esuberanza sfacciatamente prog che permetterebbe a Jordan Dreyer e compagni almeno di andare a solleticare le suole dei maestri.

Nel senso, continuiamo pure a chiamarlo “post-hardcore”, ma il motore di ricerca interno di PornHub – quello sì ancor più evoluto e, per sua natura, maliziosissimo – lo ghettizzerebbe più volentieri nella categoria un po’ ammosciata di un pudico “post-softcore” (se proprio di “post” si deve parlare).

Nuotatori di piscine deserte

Massimo Volume

Il Nuotatore

Sembra essere uscito in sordina, il nuovo lavoro dei Massimo Volume: senza grandi paroloni, senza videoclip di presentazione, senza singolo in prima linea. Eppure, dal 1 Febbraio, Il Nuotatore ha visto finalmente la luce, a sei anni di distanza da Aspettando i Barbari.

Il settimo album della formazione di Emidio Clementi, Egle Sommacal e Vittoria Burattini è un fulmine a ciel sereno in un certo panorama musicale italiano odierno, dominato dal calderone stilizzato che è diventato l'indie rock.

Nessun "paroliberismo" da poco; nessuna posa e nessuna strizzatina d'occhio a certi standard e stilemi che, ormai, si sentono dappertutto. I Massimo Volume restano come ce li ricordavamo: narrazioni importanti, tanto personali quanto universali, le medesime chitarre post-rock di sempre, le immagini di una band e un suono che devono fare i conti con gli anni trascorsi.

La meravigliosa istantanea delle piscine vuote, dell'attraversamento dei cortili, e del ritrovamento della propria casa distrutta, sono parti di un "raccontare" davvero difficile da rinvenire, oggi, nel cantautorato tricolore.

Se le giovani generazioni recuperassero la verve, la poesia e – diciamolo – i cojones per comunicare con la sensibilità che si avverte qui, parleremmo di un'autentica scena qualitativa. Intanto, canzoni come questa restano ad appannaggio di pochi, veri parolieri.

La seduzione della seduzione

Priests

The Seduction of Kansas

Il titolo è magnifico, ma sembra più in tono con il video che con il pezzo in sé. La decadenza delle due ragazze, che si annoiano sui divanetti freudiani e si strusciano disperate addosso ai busti di George Washington e qualche altro padre fondatore, sintetizzano il concetto di seduzione dello stato più sudato e agricolo d'America; il physique du rôle del comprimario maschile, vestito da grasso cowboy del salotto petrolifero, conclude l'installazione del Kansas come concetto.

Qualcuno ha definito i Priests, con saggia audacia, come i Pixies di oggi in versione femminile. In realtà, potrebbero essere molto di più e molto di meno. Difficile dirlo, basandoci solo su questo simpatico e un po' civettuolo clip; neanche il disco precedente del 2017, in aggiunta, è sufficiente a definirli davvero (in teoria, passano per essere un gruppo post-punk).

A scanso di equivoci, il brano è anch'esso un'installazione usa-e-getta di pop stagionale, con giusto una scorza di limone da sfregare sulle piaghe da decubito della stasi consumistica che avvince tutti noi, scimmie prensili in piena odissea spaziale.

(scusate, mi sparo tra poco)

Ex gruppo rock trasgressivo

Buckcherry

Warpaint

Nella primavera del 1999, i Buckcherry irrompevano sulla scena rock'n'roll con una canzone incredibile, intrisa di sesso e droga come un ideale incrocio fra Guns N' Roses e Mötley Crüe al top della propria ispirazione stradaiola: Lit Up.

Qualsiasi altro brano prodotto da Joshua Todd e soci sarebbe sempre stato paragonato a quella singola canzone, quel mix perfetto creato da una band feroce che vuole sfondare a tutti i costi col primo singolo. Il secondo disco – Time Bomb del 2001 – presentava almeno un altro pezzo all'altezza, con il semplice trucco di sostituire l'alcool agli stupefacenti e ottenere un altro inno al vizio (Whiskey in the Morning), ma poi la band si sciolse, si riformò col valido ma già più levigato 15 del 2005 e il cantante seguì anche dei progetti di hip hop "bianco"; oggi, infine, si arriva un po' stancamente all'ottavo disco: Warpaint.

Ciò che più colpisce, di questa titletrack, è la pessima qualità della produzione. Volumi bassi, piatti, che non trasudano alcuna forma di "trasgressione" e, purtroppo, nemmeno di rock verace. La voce di Josh è riconoscibile solo a tratti, e quando splende è davvero una gioia, ma il ritornello è troppo incolore e gli assoli di chitarra sono quanto di più standard si possa immaginare. Lo si può definire "un pezzo carino", nella migliore delle ipotesi.

Ma forse è ciò che il mondo dell'hard rock contemporaneo si merita, se nessuno ha più il coraggio di urlare in un microfono «I love the cocaine / I love the cocaine» (un coraggio piccolo borghese, ormai, ma pur sempre ad effetto).

Raimondo & Sandra fotografati sul set di una puntata inedita di 'Casa Vianello'

Better Oblivion Community Center

Dylan Thomas

Si dice che Robert Allen Zimmerman si ispirò a Dylan Thomas, quando nel 1961 adottò il nome d'arte Bob Dylan (fatto negato più volte dal menestrello di Duluth, ma tant’è). Nel 2004, quando Conor Oberst con i suoi Bright Eyes iniziò a vendere un sacco di dischi e arrivò persino a fare da spalla dal vivo a Bruce Springsteen, tutti parlavano del giovane cantautore di Omaha proprio come del nuovo Bob Dylan.

Ora, però, il ragazzo è cresciuto. Arrivato alla soglia dei quaranta, e dopo alcune (insipide) uscite in solista e vari progetti paralleli, ha formato una nuova band insieme alla bionda Phoebe Bridgers, artista indie più vicina ai venti che ai trenta.

I due, dopo vari indizi disseminati sui social, un ispirato duetto sul debutto della ragazza e qualche oscuro concerto, hanno inciso un disco che è stato distribuito a sorpresa sulle varie piattaforme streaming negli scorsi giorni (per il "fisico" bisognerà attendere fine febbraio, invece).

Dylan Thomas (!) è il primo estratto dal loro azzeccato album d’esordio. Un classico pop rock elettroacustico in cui, curiosamente, la voce della Bridgers la fa da padrone e dove Oberst si fa da parte quanto basta per non risultare invadente. Un ottimo inizio, sperando che il progetto non si fermi qui: tra i solchi di un lavoro dalla durata di poco meno di quaranta minuti, cioè, che ha l’indubbio merito d’intrigare sin dal primo ascolto.

Solo gli amanti sopravvivono

Jim Jarmush & Jozef Van Wissem

The Two Paths

«Per me ascoltare la musica di Jozef Van Wissem e Jim Jarmusch è un viaggio introspettivo fatto di luce e oscurità. Un'esplorazione allucinatoria generata dalla natura eterea del liuto di Jozef e dalle trame e dal feedback di Jim, che ci guidano nei reami oscuri della nostra psiche». Questo afferma il regista Jules Guerin, a proposito del lavoro per il nuovo singolo – che parolone! – della coppia d'eroi avanguardia.

An Attempt to Draw Aside the Veil è il nuovo album nato dalla collaborazione fra il regista americano e il musicista olandese: entrambi personaggi che godono di un personale status di culto. Se un tempo i compagni di viaggio preferiti di Jarmusch erano Tom Waits, Neil Young, Iggy Pop e Roberto Benigni, fra gli altri, è ormai da qualche anno che Van Wissem ha affiancato stabilmente l'autore di Dead Man a livello artistico.

E non è un caso che il fortunato film Solo gli Amanti Sopravvivono del 2013 avesse mostrato la perfetta possibilità di integrazione tra le loro due visioni musicali: una più acustica e una più rumoristica. Due modi differenti di intendere "il suono", tanto distanti quanto in grado di fondersi perfettamente anche in questo trip allucinato e desertico.

I panorami visuali di Guerin fanno da contrappunto ai rintocchi di liuto di Van Wissem, che si stagliano sui pad atmosferici di Jarmush intrisi di sporcizia sonora, feedback e rumore. Un simposio che avviene tra sabbie del deserto ed edifici distrutti. Forse non proprio la colonna sonora di tutti i giorni, ma un momento di riflessione ed estasi sospeso tra "fattanza" e desolazione.

Stiff little fingers

Ryan Adams

Fuck the Rain

Celebrare la grandezza di Ryan Adams richiederebbe troppo tempo.

(inutile definire il genio di chi, per sublimare un matrimonio andato male, ha coverizzato un intero album di Taylor Swift1989: secondo la scrivente, disco strepitoso. Inutile indugiare in descrizioni per uno ha passato metà della sua ventennale carriera a sentirsi gridare: "Oh, dai, facci ‘Summer of '69")

Da quando ha mollato i Whiskeytown, nei primi anni '00, lo scarmigliato cantautore di Jacksonville ha raccolto intorno a sé una marea di hater. Questioni che, per un attimo, hanno dato troppo spazio al Liam Gallagher che c'è in lui, facendo passare in secondo piano i suoi (quasi sempre) grandi lavori. Che, comunque, sono arrivati, puntuali come orologi svizzeri.

Lo scorso gennaio, Ryan twittava: «Ricordate di quella volta in cui ho pubblicato tre album in un anno? Rifacciamolo!». Si riferiva al 2005, anno in cui sfornò Cold Roses, Jacksonville e City Nights. Poi ci ha fatto prendere un bello spavento, però: il primo capitolo della nuova trilogia era quasi pronto; undici brani fatti e finiti. E niente: tutti cestinati. Gli era morto un fratello, e sentiva il bisogno di scrivere "altra" musica.

E poi sono arrivati Manchester, Doylestown Girl e quest'ultimo, Fuck the Rain. Anticipano Big Colors, in uscita ad aprile per la Pax-Am Records. Un "very classic Ryan Adams", con una chitarra che ricorda molto quella di John Meyer.

(in effetti, è di John Meyer)

Dressed for success

Stephen Malkmus

Viktor Borgia

«Mi son sentito come le mie figlie quando giocano con l’iPhone, smanettando su quelle app con cui si creano avatar ipotetici scegliendo taglio di capelli, colore degli occhi, stile dei vestiti, con rapidi gesti di drag&drop buoni per vedere l’effetto che fa ed eventualmente buttare tutto nel secchio e riprovare da capo».

Sta parlando del lavorare comodamente seduto a una scrivania, davanti a un software di editing audio, trascinando in giro forme d’onda e applicando loro effetti virtuali o algoritmi di warping e – messa così – non è che sia un bello spot per la musica elettronica, apparentemente degradata a una superficiale versione 2.0 di Gira la Moda applicata alla composizione con le sette note.

E invece, a quanto pare, si è divertito da matti. Tutto sommato, dopo trent’anni passati a chiedersi semplicemente se fosse meglio usare una Fender o un Gibson, ritrovarsi a leggere la lista degli infiniti VST disponibili dietro la scatola di Ableton Live deve essere stato come l’impatto iniziale di un bambino nepalese con il cesto delle palle colorate all’IKEA o il trionfale esordio di un cucciolo di cane antidroga alla sua prima serata reggae: così emozionante da non sapere da che parte cominciare.

Viceversa, chissà, ha riso meno la casa discografica, che ha provato a uscire dall’impasse proponendo un compromesso del tipo: "ok, mettiamo questa cosa un attimo da parte e intanto pubblichiamo un disco figo come quelli tuoi soliti".

Immagino che, nella mente di quelli della Matador Records, fosse un tentativo in extremis, tipico della gente presa in contropiede e incapace di fare niente di meglio – se non attaccarsi alla classica strategia che, in genere, si adotta di fronte agli scleri dei matti o dei vecchi dementi: prendere tempo, sperando che nel frattempo l’interlocutore si dimentichi della sua stessa idea bislacca.

Stephen Malkmus non ha fatto una piega, ha atteso giusto il tempo di vedere l'album in questione far bella mostra di sé in tutte le classifiche di fine anno e poi è tornato alla carica, a batter cassa con la faccia come il culo che si ritrova. Così, a metà marzo, la sua prima opera solista interamente creata al computer vedrà ufficialmente la luce.

L’ha intitolata Groove Denied: un po’ per polemica, un po’ per scaramanzia, ma soprattutto perché l’(auto)ironia e il sarcasmo di fondo che da sempre lo contraddistinguono sono rimasti piacevolmente intatti (chitarre o non chitarre).

L'aspetto di un trentenne, la rabbia di un ventenne: in Svezia si invecchia bene

Millencolin

Nothing

Nei loro ventisei anni di carriera, i Millencolin hanno probabilmente composto circa centocinquanta canzoni, circa, di cui alcune sono diventate dei piccoli, grandi inni adolescenziali per almeno un paio di generazioni di seguaci dello skate punk (declinato alla scandinava).

Statisticamente, aggiungendo anche l'età media dei membri del gruppo (quaranta e fischia...), dovrebbero aver esaurito o quasi le probabilità di tirar fuori dei nuovi pezzi all'altezza della propria fama. Eppure, Nothing è già di diritto un loro classico.

Non c'è niente di inedito sotto il pallido sole di Örebro, per carità: ritmo serrato dall'inizio alla fine, strofa-ritornello-strofa, tre minuti di punk melodico con un testo che parla di sogni infranti. Il ritornello si pianta immediatamente in testa, tuttavia, al punto che sembra di conoscerlo da una vita. E il tono del tutto richiama i Bad Religion dei tempi d'oro, a cavallo fra la fine degli anni '80 e l'inizio dei 90s.

A differenza dei maestri californiani, qui non ci sono particolari finezze o sottigliezze a livello lirico. Non resta che premere il tasto "play" e godersi l'adrenalinica traccia del giorno – caricandosi per l'uscita di SOS, il nuovo disco di questi sempre affidabili professionisti del punk svedese.

Get up, stand up!

Durand Jones & The Indications

Morning in America

Con l'elezione alla presidenza di Donald Trump, i conflitti mai sopiti all'interno del tessuto sociale americano sono diventati una vasta e ancor più infetta "eruzione cutanea". Non basta, come cura, l'attivismo di chi crede che la bandiera a stelle e strisce implichi il sincretismo tra culture diverse, né la spesso troppo breve memoria della Carta dei Diritti (sancita all'interno della Costituzione del 1787).

Da sempre, tuttavia, la musica si eleva al di sopra delle miserie umane e, soprattutto all'interno della comunità afroamericana, diventa anche una forma di protesta e riscatto: è così che sono nati il blues, il jazz, l'R&B e l'hip hop.

Durand Jones – cresciuto sulle rive del Missisipi, in Lousiana – e i suoi Indications propongono un singolo che è un monito: Morning America, tratto dall'imminente album American Love Call, è un pezzo soul tradizionale che evoca alcuni dei migliori episodi della Motown Records e possiede la forza propulsiva della chiamata al risveglio.

Insomma: che le coscienze vedano una nuova alba, così come accadde ai padri e ai nonni negli anni '60, quando l'R&B e il funky furono l'idioma della battaglia per i diritti civili da parte della comunità di colore. Per una volta la chiamata alle armi è gentile e raffinata e chiede alla musica di rivestire nuovamente uno dei suoi ruoli primari: quella di veicolare la speranza del cambiamento.

Stavo bene prima che arrivassi tu

Gomma

Tamburo

I Gomma sono quattro ragazzi alternativamente arrabbiati che, forse, mettono assieme i Tre Allegri Ragazzi Morti con gli ultimi Meganoidi (quelli lungi dalle trombette ska), con in testa una certa lezione "emo".

Tamburo è il terzo singolo estratto dal nuovo album Sacrosanto (il secondo della loro carriera): due minuti e mezzo per cantare la morte, la perdita nella metabolizzazione rabbiosa e contorta tipica di un adolescente disagiato – come può apparire la cantante Ilaria nel video. Lei corre (male) lungo percorsi selvaggi e civilizzati; mentre sfida la vita, si avvicina alla meta con un pallone dello sport sbagliato.

I Gomma hanno stile da sussidiario ermetico e talento nei motivetti orecchiabili. In realtà sono abbastanza innocui, ma piacevoli. Non si può negare che questo sia un pezzo complesso il giusto, compresso il giusto, espresso il giusto; una pillola post-punkettara così breve e intensa che viene spontaneo metterla ancora e ancora sotto la lingua, mandarla giù e ritrovarsela di nuovo tra le labbra, in una circolarità stregata da social-loop.

Lo stile del testo ricorda molto Pierpaolo Capovilla: diciamo che qui siamo nell'aula magna del liceo degli orrori, più che al teatro. Musica ragazzina per ragazzini problematici ed è giusto così: anche loro ne hanno bisogno. Non si capisce il finale alla Shining del clip, con la panoramica sul lago, ma va bene anche questo (qualcuno di Rollingstone.it glielo chiederà).

Krol me baby!

Mike Krol

What's the Rhythm

Torna Mike Krol, e ti viene voglia di scrivere una mini-recensione e poi passarci sopra la carta vetrata col sorriso. Tutto questo perché il singolo del suo nuovo album, Power Chords, possiede il perfetto senso di sporca allegria di certo garage rock misto a power pop.

Voce filtrata; solo chitarre, basso e batteria; durata breve (l’intero lavoro è composto da undici pezzi per trentatré minuti: fate voi la media).

Per permetterti di "agire" così, oggi, c'è solamente un alibi: la bravura compositiva. E il musicista (e art designer) americano è proprio abile, in tal senso.

Oltretutto Krol è conscio della povertà della sua formula (riferimenti di massima: il primo Ty Segall e Bass Drum of Death), ma sembra fregarsene, richiudendosi compiaciuto in un mondo in cui l’indie non è una bestemmia cantautorale e gli amplificatori sfrigolano minacciosi.

LUI non invecchia – o sì?

Keith Richards

My Babe

La saggezza popolare suggerisce che, dopo una vita di eccessi, i rocker amino spesso sperimentare con il blues, una volta raggiunti tutti i loro obiettivi nel campo della musica più o meno "dura".

Quasi naturale, quindi, che Keith Richards produca una canzone così, con un'intrigante base di tastiere e un testo che parla di donne. A settantacinque anni, il chitarrista dei Rolling Stones vuole far sentire la sua voce e i suoi gusti.

C'è solo un piccolo dettaglio: questo brano è un inedito di trent'anni fa, scritto e registrato per Talk Is Cheap, il suo primo disco solista. Dobbiamo quindi venire a patti con il concetto che, già all'epoca, Keith volesse esplorare il mondo al di fuori dal r'n'r (ammesso che non l'avesse già fatto prima con gli stessi Stones, in vari frangenti). Insomma: che fosse già "un musicista di mezza età", con ancora qualcosa da dire.

Non a caso, si sente una gioia di vivere e di sperimentare che rende My Babe tuttora fresca e accattivante, nonostante sia stata recuperata dagli archivi e venga presentata come bonus-track inedita per la nuova edizione di Talk....

Se non schioccate le dita per tenere il tempo, non amate le radici – nere, ovviamente – della musica rock.

Roma capoccia

Beck

Tarantula

Roma è il (palloso) capolavoro formale di Alfonso Cuarón, il regista che ha fatto gravitare Sandra Bullock nello spazio e volare Daniel Radcliffe su un manico di scopa. A questo giro, racconta dei rapporti tra famiglie e domestici negli anni '70 a Città del Messico: facile ipotizzare che farà incetta di premi ai prossimi Oscar (per i quali la pellicola è già stata candidata nelle categorie più importanti).

Anche Beck è familiare con le statuette, avendone vinte diverse nel corso degli anni (tra Grammy Awards e simili). Ed è proprio il cantautore americano ad avere probabilmente inciso la migliore canzone tra quelle presenti in Music Inspired by the Film Roma, raccolta alla quale alcuni artisti – da Patti Smith a T Bone Burnett – hanno "prestato" varie tracce ispirate dalla visione di questo drammatico quadretto domestico.

Si tratta di una cover di Tarantula, "lato b" di un vecchio singolo dei Colourbox, registrata insieme a un’orchestra di ben ventiquattro elementi condotta dal papà David Campbell.

Il risultato è eccezionale: il poliedrico artista losangelino ha ben pensato di spogliare l'originale di tutti gli orpelli inutili e, andando direttamente al nocciolo della questione, incidere un’eterea ballata che ben si sposa ai tempi dilatati della pellicola.

E a ‘sto giro vien quasi da dire: meglio Beck che Cuarón.

1969: Charles Manson ritratto dal fotografo della prigione di San Quintino, California, dopo i noti fatti di cronaca nera

Apparat

Dawan

Il golden boy dell’elettronica radical chic europea – colui che ha contribuito forse più di tutti a contaminarla con i germi del mainstream e a elevarla a qualcosa di diverso da una sega mentale per elettrotecnici usciti dalla scuola d’arte ed evangelisti di Ableton Live – è di nuovo tra noi nella sua veste primordiale.

Non che Sascha Ring sia stato con le mani in mano, durante questi ultimi anni: oltre alla usuale marea di serate tra festival all’aperto, capannoni industriali e club esclusivi, l’artista più amato dalle passerelle di moda ha trovato il tempo di intrattenersi non poco con i compagni Modeselktor (insieme ai quali ha prodotto due album a nome Moderat) e di musicare un dramma teatrale tedesco (con cui, in termini appunto di elettronica radical chic, ha probabilmente raggiunto vette inarrivabili).

Per trovare un vero e proprio album firmato Apparat, quindi, dobbiamo invece risalire al 2011. Deve essere per questo che il suo creatore ne parla in terza persona, come fosse un vecchio amico più che un semplice alter-ego: «Il successo commerciale del progetto Moderat ha fatto sì che potessi concentrare lì tutti i miei sforzi per raggiungere il grande pubblico. Adesso, finalmente, posso alleviare Apparat da questo peso, lasciandolo libero di immergersi nella cosa che ama di più, che poi sono i dettagli e le strutture sonore».

Tradotto dall’apparatese, significa che LP5 continuerà il percorso di sperimentazione tanto caro a Ring, ovvero quello di partire da due estremi opposti – da un lato, capire come vestire di pop un certo di tipo di elettronica intellettualoide senza farle perdere un grammo di quella sana spocchia che la rende tale; dall’altro, portare il pop stesso a debita distanza dallo status di caciara, senza ammazzarlo con dosi improbabili di complicazione cerebrale – per andare a scoprire che cosa s'incontri a metà strada.

La risposta la sappiamo già: si chiama IDM e il nuovo Apparat si conferma ancora il miglior bignamino sul mercato per spiegarci una volta di più, lettera per lettera, il significato dell’acronimo: musica cervellotica quanto basta per non farti smettere di muovere il culo, ma mai abbastanza in mala fede da non stimolarti più le sinapsi.