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L'oscuro bacio dell'indie folk

Adrianne Lenker

Abyss Kiss

Il nuovo disco della cantautrice americana – uscito lo scorso 5 Ottobre per la Saddle Creek Records – è sorprendentemente fresco e genuino, capace di riportare nuova luce in un panorama acustico su cui molto spesso ci si adagia con troppa facilità (o furbizia).

«Il primo album solista che ho scritto è stato Hours Were the Birds. Avevo appena compiuto ventun anni e mi ero spostata a New York; dormivo in un capannone, lavoravo in un ristorante e fotografavo piccioni».

Ad anni di distanza da quel momento, la penna della Lenker sembra giunta a uno dei suoi momenti più significativi e autentici. Niente grandi promozioni, niente grandi suoni, niente orpelli, "featuring" e filtri Instagram ridondanti.

La titletrack rappresenta al meglio ciò che l'intera opera comunica più o meno sottilmente: panorami deserti dove riecheggiano amori e sconfitte, perdite e conquiste, piccole cose e grandi sentimenti diroccati – il tutto tenuto in piedi da parole semplici e "sentite", frutto di vita vissuta più che di canzoni immaginate.

Il tono oscuro e a tratti quasi lo-fi della chitarra acustica di Adrianne, pizzicata dal suo fingerpicking, accentua sempre di più l'intimità della sua musica e delle sue parole. Niente esercizi di stile gratuito; solo un feeling sincero ed emozionante, dotato di quel fattore x che dona al tutto quell'aura di spontaneità che si richiede a lavori di questo tipo.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Dettagli di classe: la chitarra è in tinta con il colore dei capelli

Nita Strauss

Our Most Desperate Hour

Nita Strauss è una gran lavoratrice, prima ancora che una gran chitarrista. Come ha spiegato mesi fa in una lunga intervista con Chris Jericho, la sua filosofia di vita è: «Se sei in anticipo, sei puntuale. Se sei puntuale, sei in ritardo. Se sei in ritardo, sei licenziata».

Non si capisce, però, quali siano le tempistiche del suo solo-album (totalmente indipendente) annunciato da qualche tempo. Un disco solista vecchia scuola, come nemmeno Slash ha mai avuto il coraggio di fare: unicamente assoli di chitarra, con gli altri strumenti come accompagnamento e senza parti vocali. Niente amici famosi a prestare la loro ugola, niente Alice Cooper – il suo principale "datore di lavoro" – a sbucare da qualche parte.

Il problema principale di questo pezzo è il mix audio totalmente sballato: ci si aspetta che la sei-corde sia protagonista e, invece, sembra che la batteria abbia spesso il sopravvento, arrivando anche a distrarre l'attenzione quando, al minuto 2:40, parte un rullante che forse vuole essere un omaggio a One dei Metallica, ma che puzza di "furto" fin troppo spudorato.

Peccato, perché la canzone non è male, ha delle accelerazioni potenti e dei cambi di tono notevoli. Ma, mixata in questo modo, sembra semplicemente attendere l'arrivo di qualcuno che ci canti su qualcosa, spiegando perché dovrebbe fare da colonna sonora alla "nostra ora più disperata".

Vedo la gente morta, proprio come il piccolo Cole

Against Me!

People Who Died

Teddy sniffava la colla ed era appena dodicenne quando si buttò dal tetto di casa. Bobby aveva la leucemia e quando morì, nonostante avesse solamente quattodici anni, ne dimostrava il quadruplo. Judy invece si lanciò sotto un treno in corsa. Teddy, Bobby e Judy erano amici di Jim Carroll, alcuni dei protagonisti di una delle sue canzoni più amate, People Who Died.

Jim Carroll è stato stato uno dei migliori scrittori della sua generazione (Jack Kerouac disse di lui: «A soli tredici anni, scrive meglio dell’89% dei romanzieri di oggi»), un punk rocker, un promettente giocatore di basket e un noto eroinomane.

La sua figura, in Italia, è principalmente conosciuta per il film Ritorno dal Nulla con Leonardo DiCaprio, tratto dal suo romanzo più noto, The Basketball Diaries (da noi, Jim Entra nel Campo di Basket). Ed è un peccato che sia così poco famoso come musicista.

Prova è il suo debutto con la Jim Carroll Band: Catholic Boy del 1980, un album che tutti gli amanti del punk e della new wave dovrebbero conoscere e custodire gelosamente. Proprio da esso è tratta People Who Died, fedelmente riletta dagli Against Me! per la raccolta Songs that Saved My Life che uscirà per Sub Pop il prossimo 9 novembre. Tutti gli introiti del disco saranno devoluti a organizzazioni che si occupano di chi soffre di disturbi mentali e per prevenire il suicido.

«Mi è sembrato perfetto rileggere una canzone che parla di morte per una compilation dedicata all’idea che la musica possa salvarti la vita», ha detto Laura Jane Grace, la cantante del gruppo floridiano.

Ben fatto, Against Me!: Carroll, scomparso nel 2009, sarebbe stato fiero di questa iniziativa.

Beat collectors

Run The Jewels

Let's Go (The Royal We)

«Quando ho fondato i Run The Jewels non ho fatto progetti. Mi son detto: ‘Divertiti, fai due soldi e poi scappa’».

Parole di El-P, abbreviazione di El Producto, nome d’arte del rapper Jaime Meline, nonché forza trainante dell’hip hop alternativo da circa vent’anni.

Non è andata esattamente così per lui e il suo socio, Killer Mike. I Run The Jewels non sono un progetto laterale di due rapper con un interesse comune (l’esuberanza lirica); sono piuttosto una realtà a sé fatta di basi industrial e testi che non risparmiano politica, sesso, armi, umorismo viscerale – spesso concentrati nello stesso verso.

L’efficace Let’s Go (The Royal We) fa parte della colonna sonora di Venom, adattamento cinematografico dell'omonimo fumetto della Marvel che ha come protagonista Tom Hardy (a secco di fondamentali sulla band? Date un ascoltino anche a Legend Has It, già nella colonna sonora di Black Panther).

Il lavoro dei Run The Jewels racchiude tutto il meglio dell'hip hop contemporaneo. Questa canzone, qualcuno noterà, ricorda in più di un caso This Is America di Childish Gambino.

(ma è solo ... un caso)

Gli anni d’oro del soft porn italiano

Desire

Tears from Heaven

Pur di trovare una scusa per ritardare l’uscita del nuovo disco dei Chromatics, Johnny Jewel è disposto a qualunque cosa: rischiare di morire alle Hawaii, distruggere tutte le copie fisiche dell’album e registrarlo di nuovo da capo, partecipare alla colonna sonora del nuovo Twin Peaks, dedicarsi a una raccolta solista di temi per la TV, perder tempo a cercare di imbucarsi nel backstage della Paris Fashion Week.

(l’ultima vi mancava? Eppure è successo sul serio)

Per farlo ha addirittura riesumato i suoi Desire (che in fin dei conti sono lui, Nat Walker e Megan Louise, ovvero i Chromatics con alla voce una tipa diversa da Ruth Radelet, ma altrettanto carina – quindi, per il momento, accontentiamoci) e fatto uscire un singolo nuovo di zecca che ha visto la sua première durante la sfilata parigina di Chanel.

Messa così non suona nemmeno malaccio, anche se forse ci siamo fatti prendere un po’ troppo dall’entusiasmo. “Nuovo di zecca” si fa per dire, infatti, visto che Tears from Heavenche no, non è un remake che fa piovere giù dal paradiso tutte le antiche lacrime di Eric Clapton – era già uscita nel 2013 come parte della compilation che faceva da colonna sonora per After Dark 2.

La nuova versione è la chirurgia plastica patinata dell’originale, perfetta appunto per il sogno glitterato di una passerella primavera/estate e impreziosita da un’ammucchiata molto sexy di quei synth retrò che ormai sono un marchio di fabbrica Italians Do It Better™, l’etichetta che il produttore americano ha creato per potersi definitivamente isolare dentro il suo “sogno italiano”: un passato futuristico “italo dream-pop” (più surreale che reale), in cui Moroder sarebbe stato presidente della Repubblica, Milano capitale da bere e Discoring l’unica fonte di (fake) news attendibile.

Un mondo ottimista e disinibito dove Carol Alt aveva ancora meno di quarant’anni, Marina Ripa di Meana era sempre viva e i nostri connazionali, non si sa bene cosa, ma la facevano sul serio meglio di tutti gli altri.

Per ora disponibile solo in versione digitale, tutti ci chiediamo se questa possa essere l’anticipazione di un imminente secondo lavoro della band. Domanda tanto inutile quanto retorica, visto che, come sempre quando si tratta di Johnny Jewel, la risposta è una sola: vai a sapere.

Dove sta Greta?

Greta Van Fleet

Anthem

Greta Van Fleet non è una giovane hippie dalla voce che sembra un incrocio tra Kate Bush e Robert Plant. Si tratta di un (relativamente) giovane quartetto americano, fondato nel 2012 dai fratelli Kiszka – Josh, Sam e Jacob – e Kyle Hauck alla batteria. Dopo un anno, quest'ultimo se n'è andato ed è stato rimpiazzato da Daniel Wagner.

Il gruppo da lì ha realizzato un paio di EP e ora esordisce con il primo album che s'intitola, in puro stile flower gunner power, Anthems of Peaceful Army: un concentrato di hard rock spigoloso in cui il gruppo americano guarda all'arcadia del Grande Rock, ma prova anche a percorrere una strada personale (se e per quanto possibile...).

Chi pensa che siano solo l'ennesima cover band "mascherata" dei Led Zeppelin, si sbaglia (sebbene l'impressione iniziale sia proprio quella, eh). Basta ascoltare Anthem: puzza un po' di hashish e space folk, ma possiede un tocco molto discreto, delicato e suadente. Una canzone che invita a perdere lo sguardo nel bivacco solare e dimenticare le strade fredde e sudicie che dobbiamo affrontare ogni giorno per andare al lavoro, senza però condurci di nascosto davanti al portone di Aleister Crowley (come capitava a volte con Jimmy Page).

Anthem scorre felice, in barba a tutto: via, verso orizzonti lontani, prendendoci la mano e ignorando le nostre blande proteste, mentre la notte scende e un'oasi di giovani si riunisce in un coro dove non c'è nessuna Coca-Cola cui appellarsi (e nemmeno Charles Manson). Solo tanta voglia di guardare le stelle e abbandonarsi per un momento ai ricordi di vecchi Natali.

Due netturbini londinesi in pausa pranzo - 15 settembre 2004

R.E.M. & Thom Yorke

E-Bow the Letter

I R.E.M. hanno fatto la scelta migliore, fra le band della loro generazione. Prima di sembrare completamente bolliti, ben prima di incidere dischi imbarazzanti, nel settembre del 2011 hanno comunicato al mondo intero di aver terminato la propria corsa.

Da quel momento i componenti del gruppo hanno preso strade diverse.

Michael Stipe si è fatto crescere una barba da far impallidire quella di Rick Rubin, è diventato un assiduo frequentatore di mostre fotografiche e ha attaccato in ogni modo Donald Trump su Instagram (salvo poi cancellare il suo account mentre si radeva la folta barba).

Mike Mills è apparso qua e là in giro per il globo e una volta mi ha pure scritto su Twitter (tradotto: non ha fatto nulla di rilevante).

Peter Buck è quello che ha dato più soddisfazioni ai fan orfani della band, prima con gli ampiamente sottovalutati Filthy Friends, poi con il recente disco inciso insieme a Joseph Arthur. Ha poi pubblicato tre album solisti – lavori molto interessanti che, però, sono stati ascoltati solamente da una manciata di persone (fra cui Mills).

Dal 2011, a nome R.E.M., hanno invaso i pochi negozi di dischi rimasti con una marea di edizioni celebrative dei loro titoli più conosciuti (e non). L'ultimo in ordine di tempo, che sarà pubblicato il 19 ottobre, è una raccolta delle esibizioni alla BBC. Tra le decine di canzoni presenti, una è stata scelta come singolo rappresentativo: E-Bow The Letter, incisa originariamente con Patti Smith e inclusa in una delle opere più sottovalutate del gruppo, New Adventures in Hi-Fi.

La versione inclusa nel nuovo box-set, invece, è tratta da un concerto riservato ai membri del fan club, registrato dalla BBC ai tempi della promozione di Around the Sun – il peggiore album della discografia dei nostri – e tenutosi in un luogo davvero suggestivo: la Chiesa di St James di Londra.

Al posto della Smith c’è Thom Yorke dei Radiohead, da sempre spirito affine a Stipe, che impreziosisce una delle più oscure ballate del gruppo di Athens e che riesce a non far rimpiangere l’assenza della sacerdotessa maudit del rock.

(un’impresa non da poco)

Jersey Girls don't look back anymore

Sharon Van Etten

Comeback Kid

Classe 1981, vera e propria "Jersey Girl", Sharon Van Etten è una di quelle cantautrici capaci di riaccendere la fiamma del folk rock di stampo americano, ringiovanendolo e portandolo al cospetto di un nuovo e più ampio pubblico.

Comeback Kid è il singolo anticipatore di Remind Me Tomorrow, in uscita a gennaio 2019 sempre su Jagjaguwar Records: qui il passaggio dal cantautorato folk a nuovi lidi appare proprio netto. La Van Etten rispolvera quella tinta "electro" così cara a tutto il filone del pop d'avanguardia e sembra abbandonare quasi totalmente i colori tiepidi della provincia americana, da sempre elementi chiave del suo progetto musicale.

Il timbro diventa quello di una Patty Smith – o di una Siouxsie Sioux – maggiormente vicina ai drappeggi sonori di una PJ Harvey, e sempre più in grado di determinare tutto da sé.

E che cosa si cela dietro la figura di questa "comeback kid", di questa fuggitiva che non vuole quasi più guardarsi indietro, proseguendo imperterrita sulla propria strada?

Sarà interessante osservare se questo scorcio di futuro lascerà esterrefatti i fan o se, ancora una volta, ci si ritroverà al cospetto di un altro lavoro di alto lignaggio artistico (vedi Epic e Are We There).

Ciò che le band cristiane non sono riuscite mai a fare

Bloodywood (ft. Raoul Kerr)

Jee Veerey

Direttamente nel cuore delle foreste di Nonno Sandokan, rinasce l'heavy metal nella sua essenza corroborante e socialmente utile (?). Merito del duo Bloodywood (aiutati da Raoul Kerr), che sembrano i P.O.D. passati in padella da un regista legionario di Bollywood (appunto).

Il messaggio positivo si trova alla fine del video. L’iniziativa Indian Folk Metal – ma può anche essere Indian Street Metal: a seconda della location cambia la formula ma non lo stile trascendente – è collegata a un servizio di aiuto per chi soffre di depressione o ha pensieri suicidi: Hope Therapy. Questo se la canzone non dovesse bastare, ovvio (ma già da sola offre una bella spinta cardiaca).

Il metal è energia, rabbia, voglia di tornare a lottare ed emergere dalle tenebre verso la luce. Qui non ci sono atteggiamenti nichilisti sbugiardati dalle telecamere a circuito chiuso di qualche autogrill; questi sono "solo" bravi ragazzi indiani (polistrumentisti) che rispettano la natura e sognano un mondo migliore.

Potremmo definirlo metal spirituale "sporcato" di hip hop ed echi alla Linkin Park. In ogni caso sarebbe stato bello se nel video fosse apparsa all'improvviso una maestosa tigre – tanto per rispondere ai lupi behemothiani – e questi giovani tormentati, al cospetto della regina della foresta, avessero addolcita la sua minacciosa postura con la bombastica potenza del ritornello orientaleggiante.

Il nuovo testimonial della Garnier per il balsamo UltraDolce (districante istantaneo) al’olio di argan e camelia

Kurt Vile

One Trick Ponies

Se una certa idea di “folk americano” è riuscita a mettere la testa fuori da specifici pub dell’Arizona e a far breccia nel vago recinto dell’indie-rock (risultando in qualche modo attuale anche dopo la morte di Woody Guthrie e il Nobel a Bob Dylan), una buona parte del merito va sicuramente a Kurt Vile.

L’ex War On Drugs, infatti, ha un fiuto da cane da tartufo per quei riff semplici e puliti che sono capaci di non annoiarti per qualche giro di lancetta (dei secondi) – e così riescono, da soli, a fare una canzone.

D’altra parte, se madre natura è stata così didascalica da darti, oltre che la "nappa" di Gérard Depardieu, anche una voce a dir poco nasale, è giusto che tu possa sfruttare la cosa a tuo vantaggio in altri modi.

E pensare che l’imminente Bottle It In era stato annunciato da un primo singolo come Bassackwards, e dai suoi quasi dieci minuti di logorrea che avevano subito provato a mandare in vacca tutta la traballante teoria di cui sopra. Fortuna che, subito a seguire, arriva One Trick Ponies, una menestrellata elettrica che porta invece quella stessa teoria alle sue estreme conseguenze.

Qui il riff in questione è semplicissimo e pulitissimo e, soprattutto, da solo, fa davvero tutta la canzone, che incredibilmente riesce a mantenere la prova d’ascolto nei limiti della soglia di attenzione – pur essendo, di fatto, costituita da un’unica, infinita strofa che fa della monotonia esasperata la sua carta vincente.

O forse si tratta di un unico (infinito) ritornello?

La risposta è strettamente soggettiva e dipende in sostanza dallo stato d’animo con cui si entra nel loop dopo quell’«Oh, shit!» iniziale (tanto sbracato da risultare semplicemente delizioso).

Rimane la certezza che quando – mentre ascolti un pezzo e ti fermi un attimo a far mente locale – non sei capace di distinguere in quale parte della classica “forma-canzone” ti trovi, delle due l’una: o chi l’ha scritta ha sbagliato mestiere, oppure lo sta facendo fin troppo bene.

"La mia chitarra la puoi solo vedere in foto"

Tom Morello

Every Step that I Take (ft. Portugal. The Man & Whethan)

Tom Morello è (era?) il chitarrista dei Rage Against The Machine. Il riff portante su cui si basa Killing in the Name è uscito dalla sua testa e dalle sue dita. Se chiudete gli occhi, lo potete sentire ancora oggi – distorto e cattivo. Basta quel "giro" per aprire a Tom la porta del club dei chitarristi più influenti di sempre.

Passiamo a oggi. La collaborazione con un rapper non dovrebbe più far scalpore (i RATM non suonavano "rap metal", dopotutto?), e Portugal.The Man ha un buon nome per attirare Morello verso un progetto meritevole: un brano per SAVE, un'azienda no-profit che ha l'obiettivo di prevenire i casi di suicidio.

Al netto del vostro eventuale apprezzamento per il rap, la domanda è: ma Tom, esattamente, dov'è? Come ha partecipato al brano? Ha suonato qualcosa? Ha prodotto la base? Ha messo solo il suo nome per una buona causa? Qui, di chitarre (taglienti o meno), non sembra esserci l'ombra.

Ascoltatelo due-tre volte, così forse troverete il suo fantasma e i vostri click al video faranno guadagnare qualche centesimo di centesimo all'ente benefico. Fatelo almeno per questo motivo, perché la canzone non è un granché e getta pure delle ombre sull'imminente progetto The Atlas Underground (disco che unirà la chitarra di Morello a suggestioni EDM e hip hop).

Cose buone, niente ciance, voglio ben riempir le guance, chi non paga presto piange

John Carpenter

The Shape Returns

A quarant’anni esatti dal primo, inimitabile Halloween – film horror "low budget" che col tempo è diventato un vero classico – si ritorna a Haddonfield per celebrare la figura del leggendario Michael Myers.

Questa volta dietro la macchina da presa non c'è John Carpenter; al suo posto, i più giovani David Gordon Green (il regista di Strafumati) e Danny McBride (che forse ricorderete come attore nelle pellicole più spassose di Judd Apatow).

Il Maestro dell’Orrore è comunque ben presente nell’atteso sequel perché, onestamente, che Halloween sarebbe se le gesta di Myers non fossero commentate da quelle famose note musicali? È proprio questo il compito che gli è stato affidato, infatti: scrivere, o meglio riscrivere, il tema portante del film e la colonna sonora tutta.

A giudicare da The Shape Returns, la rilettura del famoso tema che se la gioca a livello di "strizza" con l’originale, si può affermare che Carpenter – calcando maggiormente la mano sulla cupezza – si porti egregiamente a casa la pagnotta.

D’altronde, ci sono in giro tanti pischelli che non hanno ancora visto la pellicola originale; ragion per cui era davvero ora, forse, di rinfrescare l’intera "confezione", tirare a lustro la maschera di Myers e andare a terrorizzare nuove legioni di futuri fan. Con un tappeto sonoro che farà (ancora una volta) tremare le gambe a molti.

Cappuccetto Rosso postmoderno

Julia Holter

I Shall Love 2

Julia Holter è un personaggio di indiscusso talento. Spesso in sordina, l'artista "tuttofare" americana – nata in Winsonsin ma presto divenuta losangelina – è sempre stata autrice di lavori che possono considerarsi veri capisaldi dell'avant-pop contemporaneo. Loud City Songs del 2013 su tutti.

I Shall Love 2 è il singolo apripista del nuovo album Aviary, in uscita sempre per la Domino Records il prossimo 26 Ottobre. A metà tra gli scorci più stravaganti e psichedelici di certi Cocteau Twins, Talking Heads e Talk Talk, questo pop barocco e colorato resta sempre impalpabilmente sornione, si costruisce piano su un pattern di batteria elettronica e di voce soffusa e si riempie man mano di avvincente estasi sonora.

Interessante sottolineare un certo abbandono sentimentale («I'm in love / what can I do?»). Il rosso saturo e lo scuro di fondo s'integrano bene e, oltre all'amore, sembra esserci qualcos'altro – nascosto nella penombra.

Difficile, in questo periodo, risultare ancora efficaci senza grandi scossoni ed estetiche dissacranti, in un territorio come quello del pop colto. La Holter sciorina con disinvoltura la propria classe, invece. Un'artista sincera, che, giustamente, gode dell'appoggio di una discreta schiera di fan che ne conosce molto bene i pregi.

A postcard from Massachussets

J Mascis

Everything She Said

J Mascis incarna da sempre l’ala cartoonesca del rock.

Barbuto, occhialuto, pare sveglio da due minuti, parla di rado e solo quando c’è da dire cose di un certo peso.

Nella realtà, in effetti, è più probabile riuscire a costruire con lui uno straccio di conversazione su pedali, riverberi e skate che sperare di estrapolare parole di circostanza.

Il motivo è semplice: quel che ha da dire lo mette nelle canzoni. Lo fanno in tanti, certo. Ma, da qualche anno, quest'ovvietà è ancor più evidente. Da quando, cioè, da leader di una band il cui ruolo primario era, ed è, produrre rumore ordinatamente distorto (Dinosaur Jr.), J si è trasformato in singer songwriter "mellow-yellow".

Il 9 novembre esce su Sub Pop il suo terzo album solista, Elastic Days, anticipato da due teneri singoli, See You at the Movies e il nuovo Everything She Said. Un lavoro inciso per intero nel suo studio Bisquiteen di Amherst, Massachussets, e in cui ha suonato gran parte degli strumenti, avvalendosi però di alcuni ospiti – tra cui Pall Jenkins dei Black Heart Procession.

L’essenzialità di J, nonché il suo palese disinteresse a sperimentare qualsiasi cosa vada oltre l’onorato formato chitarra-basso-batteria, è un marchio di fabbrica che, in pezzi come questo, non ti fanno desiderare altro.

E no che non m'annoio!

GRAFI

Stratokumuli

Dobbiamo fare una premessa. In teoria un rapper tedesco che inserisce elementi black metal nella sua proposta è da elogiare a prescindere, in un'ottica "progressista" – anche se poi i risultati artistici sono quelli che sono.

Sulla carta, infatti, verrebbe da dire che il lato più sperimentale di certo hip hop e/o della trap, oggi, possa condividere la smania intransigente e spacca-schemi del metal estremo.

Un quesito, però: di quale black metal si sta parlando, esattamente, nel caso di GRAFI (tutto maiuscolo; @grafiversace per gli amici social)? L'ascolto di Stratokumuli non chiarisce il dubbio a sufficienza.

Parlando del video, poi, alcune pose del ragazzo non è che sprigionino tutta questa verve iconoclasta, a dire il vero. A un certo punto sembra che si stia spremendo un'idea dalla testa, ma il sospetto è che si tratti solamente di un foruncolo.

Foto vintage del 2000 (già in bianco e nero)

Shandon

Egostasi

La canzone è di diciotto anni fa. Il video è uscito il 20 settembre 2018. Se cercate una definizione di "nostalgia musicale", con Egostasi degli Shandon ci andrete vicini.

Il concetto sta funzionando bene per molti gruppi, d'altronde. Gli Shandon, poi, un posto nella nostalgia collettiva di chi era adolescente all'inizio del nuovo millennio se lo sono meritati, essendo stati la punta di diamante di una scena ska-punk all'epoca fervida e capace di competere con le band internazionali.

Dopo lo scioglimento e la reunion, hanno deciso di ringraziare tutti i fan che li hanno seguiti per anni – chiedendo proprio al pubblico di registrare un video che ricordasse il periodo di Fetish, all'epoca considerato quello della "maturità".

Sulla piacevole base in levare, mentre scorre il testo vagamente nichilista, si vedono quindi persone vicino ai quarant'anni che cantano con passione, alternate a bambini altrettanto appassionati: segno di che cosa possano produrre i buoni gusti musicali di chi nel frattempo è diventato genitore.

Se nel 2000 fa vivevate sotto una roccia e non sapevate dell'esplosione ska-punk in Italia, o se semplicemente non eravate ancora neanche nati, Egostasi è un buon modo per comprendere perché gli Shandon abbiano lasciato un segno nella scena rock nostrana.

Montagne gemelle

Thought Gang (David Lynch & Angelo Badalamenti)

Woodcutters from Fiery Ships

Il progetto Thought Gang risale alla produzione del film Fuoco Cammina con Me (1993), attraverso la collaborazione fra i due mastermind sonori della serie televisiva I Segreti di Twin Peaks. Solo due canzoni, però, furono effettivamente inserite nella pellicola.

Venticinque anni dopo Lynch e Badalamenti decidono di rispolverare la Gang del Pensiero e rievocare le coltri fumose del confine canadese dello stato di Washington in salsa esoteric-jazz.

Woodcutters from Fiery Ships è una miscela di quello che viene definito acid-soaked free-jazz, infatti: un pattern di batteria jazz su cui si appoggiano spoken word e "noisescapes" diffusi. Sangue, surrealismo e colori saturati attraverso la voce spettrale del compositore di origine siciliana.

Il brano è un po’ come la serie TV, in estrema sintesi: gode del nome e del genio dei suoi autori e resta fermamente ancorato a quel tipo di poetica. Roba ostica, visionaria, persino "senza senso" secondo alcuni, ma inesorabilmente unica.

L’Axl Rose de noantri

Riccardo Sinigallia

Ciao Cuore

Riccardo Sinigallia, visto da fuori, è sempre sembrato uno colto da una strana maledizione, una piccola, frustrante legge di Murphy allo specchio che ha finito per fargli seminare tanto per veder raccogliere, in termini di notorietà spicciola, quasi esclusivamente i suoi vicini, il campo dei quali è sempre più verde.

Riccardo Sinigallia è infatti colui che – in mezzo a tutto il resto – ha contribuito a rendere ciò che sono gente come Niccolò Fabi e Max Gazzé, quello che ha regalato ritornelli epici a Frankie HI-NRG, fatto toccare ai Tiromancino vette di notorietà mai più nemmeno sfiorate e (giusto per rimanere in tempi recenti) portato Francesco Motta fuori da Pisa, dai Criminal Jokers e soprattutto dai vent’anni.

Insomma, una carriera di produttore di successo che ha fatto quasi dimenticare a molti che il cantautore romano è innanzitutto, appunto, un cantautore. Il problema è che, per un certo periodo, se ne era dimenticato pure lui: dopo tre album per niente banali, con una famiglia, due bambini e una certa indifferenza generale nei confronti delle sue composizioni, la possibilità di credere nella sua attività personale iniziava a scomparire all’orizzonte. Poi è andata che lo hanno chiamato a Sanremo e da lì si è innescato – nonostante la squalifica – una specie di circolo virtuoso (il passaggio alla Sugar, l’incontro con Caterina Caselli e tutta una serie di nuovi stimoli e gratificazioni).

La vita è strana: per dire, mai avremmo scommesso di dover dire grazie a Fabio Fazio.

Così, a quasi un lustro di distanza dal precedente Per Tutti, arriva Ciao Cuore: una piacevole, valida sorpresa, perfettamente riassunta nella sua titletrack e nel relativo video pieno, come al solito, di parenti (la moglie Laura Arzilli, i figli Manuel e Lori) e amici di sempre (su tutti un Valerio Mastandrea che – con quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così che ormai lo caratterizzano – riesce lo stesso a strapparti un sorriso, nonostante un pezzo dal testo tanto minimale quanto profondo).

Ecco.

Questo sarebbe il momento in cui rammaricarsi per il fatto che – probabilmente, quest'anno ancora – per trovare il miglior disco cantato in italiano dovremo andare a raschiare sul fondo del barile in cui abbiamo richiuso a lavorare onestamente gente che va per la cinquantina e che, teoricamente, dovrebbe (se non proprio aver fatto il suo tempo) almeno continuare a fare “la sua cosa”, conscia che la ribalta è pronta per nuove leve di qualità.

O forse no.

Meglio continuare a godersela, finché dura. Perché a un certo punto arriverà per forza il momento in cui saremo costretti a rassegnarci, anche in questo senso, ad «ammettere di essere soli».

E allora… "ciao core" proprio.

Ma come si fa a vivere a Goon Docks? La odio questa casa, non vedo l'ora di andarmene via

Chris Cornell

When Bad Does Good

Pensate a Jeff Buckley. Un solo album e un EP pubblicati quando ancora era in vita; dieci pubblicazioni edite – tra live, box-set e "best of" vari – dopo la sua scomparsa, sotto la supervisione e per volere della madre Mary Guibert.

Con Chris Cornell, superare il numero di album pubblicati da vivo rispetto a quelli che usciranno dopo la sua prematura scomparsa – il primo, intitolato Chris Cornell, evviva la fantasia, uscirà a metà novembre – sarà difficile, dato che nella sua carriera ha dato alle stampe più di venti dischi tra lavori solisti e in compagnia di Soundgarden, Audioslave e Temple of the Dog.

Con uno dei cantanti più noti degli anni '90 si parte alla grande, però, e la versione estesa della prima pubblicazione postuma consta di ben quattro CD, sette vinili e un DVD. Tuttavia, il grosso e grasso malloppo contiene una sola canzone inedita scovata dall’attore Josh Brolin – sì, proprio lui, l'ex Goonie – tra le molte registrazioni inedite. Nessuna informazione è nota sull'anno di registrazione, invece.

Il brano in questione, preceduto da una campagna pubblicitaria "sottovoce" a colpi di grossi poster affissi nelle più note città del mondo, si chiama When Bad Does Good e nulla aggiunge a quanto conosciamo e amiamo della voce più inconfondibile uscita da Seattle.

Il primo inedito di Cornell dopo la sua tragica scomparsa, se si esclude l’intro voce/organo, pare una delle canzoni meno riuscite di Carry On, il suo secondo lavoro solista (2007). Il testo potrebbe trarre in inganno a chi è meno avvezzo alla sua produzione in proprio e che probabilmente, con il volto rigato dalle lacrime, starà già gridando al capolavoro: metafore sulla vita e la morte, oscuri scenari... niente che non sia già stato ben esplorato dall'artista quando era ancora in vita.

«A volte il male può avere qualcosa di buono», canta(va). Quello che è sicuro è che la sua famiglia ricaverà dal male (quindi dalla morte di Chris) qualcosa di molto buono (una fracassata di soldi).

Così vanno le cose e ce ne faremo una ragione; avrebbero potuto scegliere un pezzo migliore, quantomeno.

In fondo è solo un pezzo di un videogioco, no?

Avenged Sevenfold

Mad Hatter

Il nuovo brano degli Avenged Sevenfold non è l'anticipazione di un disco in uscita, per quanto ne sappiamo. S'intitola Mad Hatter e andrà a far parte della colonna sonora di Call of Duty: Black Ops 4.

Non è che sia così esaltante, in linea con tutta la produzione da Hail To The King in poi. Sono cinque anni, appunto, che il gruppo californiano non riesce più a esaltare chi aveva creduto in loro ai tempi di City of Evil e dell'omonimo del 2007. Viceversa, M. Shadows e soci continuano a offrire le chiappe alla miriade di hater in espansione continua.

Negli ultimi tempi gli Avenged Sevenfold insistono in questo giochetto citazionistico in cui in un brano sembrano i Pantera, in uno i Metallica e in un altro ancora i Nirvana. Non parliamo di influenze, ma veri e propri sberleffi ai limiti della provocazione impunita.

Qui il toto-plagio inizia subito con l'intro, che pare Aerials dei System Of A Down, e prosegue col ritornello, rielaborato su un qualsiasi brano dei Soundgarden da Superunknown in poi.

Peccato: gli Avenged Sevenfold avrebbero un proprio stile riconoscibile e che fa a pugni con queste escursioni mimetiche nei panni di qualcun altro.