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Mudhoney

Paranoid Core

Le grandi notizie sono due. La prima è che i Mudhoney sono tornati con una nuova canzone, il primo estratto dal decimo disco in studio del gruppo che uscirà a fine settembre. La seconda è che la band più longeva di Seattle pare oggi, dopo trent’anni di onorata carriera, ancora in ottima forma.

La loro proposta musicale, se si escludono le sonorità dilatate e psichedeliche di Since We've Become Translucent, è sempre rimasta più o meno la stessa. Ascoltare un nuovo pezzo dei Mudhoney nel 2018 fa l’effetto di vedere un vecchio film di Russ Meyer. Dopo un secco riff distorto sai già che entra la sezione ritmica, sulla quale s’innesta la voce scomposta di Mark Arm – così come nei film del re dei b-movie a una scena di sesso ne seguiva una di corse in macchina. D’altronde, voi cambiereste gli ingredienti della carbonara?

Quello che invece stupisce della nuova Paranoid Core è il testo (si parla di robot e alieni drogati che rubano lavori e che stuprano le mamme, ed è solo il primo verso!), che ricorda da vicino quelli irriverenti e sarcastici di Jello Biafra dei bei tempi che furono coi Dead Kennedys. Dice il cantante: «Il mio senso dell’umorismo è sempre stato dark e questi sono tempi oscuri; quindi credo che sia diventato ancora più dark».

Curiosità: il nome della band è stato scelto nel 1988 come tributo al film Mudhoney, girato proprio da Russ Meyer nel 1965. Nessuno del gruppo, al tempo del "battesimo", lo aveva effettivamente visto.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Ariana cerca di competere col talento di Nicki

Ariana Grande feat. Nicki Minaj

The Light is Coming

Mettiamo assieme Ariana, Nicki Minaj, Pharrell Williams. Dovremmo ottenere un pezzo pop ammiccante e piacione, giusto?

Sbagliato.

Il brano sembra un foglio sul quale ognuno dei tre ha cercato di fare il proprio disegnino, con Ariana a pontificare sulla positività necessaria a uscire dai momenti bui (ma secondo gli esegeti non allude alla strage di Manchester, bensì a una propria delusione d'amore), la rappusa Nicki a usare l'ennesimo "featuring" per annoiare il mondo raccontando – oh sorpresa – di se stessa e della propria famosità e delle sue indegne nemiche (ma senza il giganteggiare di ghiandole mammarie e natiche con cui aveva conferito autorevolezza all’altra recente joint-venture delle due amiche, il video di Bed), e Pharrell a inserire ripetutamente, come collante ritmico, la frase campionata di un Uomo del Popolo che all’alba del neopopulismo aveva rivendicato il proprio diritto a parlare davanti a un senatore democratico della Pennsylvania («You wouldn't let anybody speak and instead»).

Un budino di cavoli, menta e pompelmo avrebbe avuto un sapore migliore. Il ritornello non salva la canzone – e a chi ha qualche anno in più dei fans della Grande, potrebbe ricordare parecchio Milkshake di Kelis. Come se non bastasse, il video girato dallo stesso regista di No Tears Left to Cry insiste su quella stessa idea che Arianina sia una luce di innocenza sexy in questo mondo tenebroso. Ora come ora viaggia sui venti milioni di visualizzazioni su YouTube, contro i 392 ottenuti dal precedente.

Magari la Reebok è contenta lo stesso per l'anteprima esclusiva; come annuncia il fidato Billboard, comunque, è in arrivo in tutta fretta il singolo successivo God Is a Woman a rimediare – perché la luce starà anche arrivando, ma non certo qui.

Il bardo del post-minimalismo

Max Richter

On The Nature of Daylight

Anche per i compositori più affermati in ambito di musica contemporanea post-minimalista – e permettiamoci pure di abusare del termine "classica" – è tempo di riedizioni. Alcuni di loro, dunque, si sono ben integrati in un sistema commerciale di ampio livello.

L’etichetta di musica classica Deutsche Grammophon (ora sotto Universal) decide così di rimasterizzare con contenuti aggiuntivi quello che è stato uno dei suoi album più riusciti degli anni '00. Infatti, The Blue Notebook di Max Richter, uscito nel 2004, è considerato come un tassello fondamentale per quello sviluppo d’ascolto – e anche e soprattutto di mercato – che ha contraddistinto il filone di musica contemporanea "colta" di ampio respiro e diffusione.

Classe '66, il compositore britannico – nato però a Berlino Ovest – è connesso, oltre che alla letteratura, al balletto, al teatro, al cinema e alla televisione contemporanei. Già Tilda Swinton aveva partecipato ad alcune letture di Franz Kafka e Czesław Miłosz proprio su The Blue..., nel clima di protesta contro la guerra in Iraq, e poco dopo la sua musica venne inserita nel film animato Waltz with Bashir del 2007, permettendogli di vincere l’European Film Award ("best composer").

Uno dei suoi brani più importanti e conosciuti è On The Nature of Daylight, già presente in Shutter Island, nella serie della BBC Dive, in un episodio di Luck della HBO, in Stranger than Fiction, Disconnect, Meredith - The Face of an Angel, The Innocents e nel mitico Arrival. Un pezzo di discreto successo, a quanto pare...

Il nuovo video fa risaltare una delle star del momento, Elisabeth Moss (ormai sulla cresta dell’onda con The Handmaid’s Tale), presentandola in forma fragile e misteriosa sotto la direzione di George Belfield, che ne immortala la marcia notturna. Con una potenza espressiva del genere, sia musicale che attoriale, difficile non arrivare a offrire un "prodotto" efficace, sebbene nulla di nuovo pare aggiungersi a parametri già consolidati.

Il brano risulta ancora capace di emozionare: una composizione di gusto ed espressività tali da sdoganarsi da certo sperimentalismo, restando ancorata a ciò che rende ancora una volta Richter uno dei compositori più accessibili e al tempo stesso più potenti che il post-minimalismo contemporaneo possa presentare a un pubblico non solo da Royal Opera House, ma anche da Spotify free.

I vicini dicono che era sempre stato un ragazzo un po’ strano...

Get Well Soon

Martyrs

Konstantin Gropper non ha mai amato le mezze misure, gli approcci minimalisti, i bassi profili. In altri termini, l’ormai ex-bambino prodigio tedesco è sempre stato uno che raramente avuto paura di ridurre il fin troppo abusato concetto di “less is more” a quello che – semanticamente, a tutti gli effetti – è: un controsenso.

Laureato in filosofia e figlio di un famoso insegnante di musica classica, ha iniziato nella sua cameretta. Solo che nella sua cameretta c’erano: un violoncello, un pianoforte, una tromba, tre chitarre e tutta una serie di aggeggi analogici e digitali per registrare i suoi ambiziosi cazzeggi di multistrumentista in erba in maniera egregiamente professionale.

Deve essere per questo che i Get Well Soon – la sua idea di band, ovvero sei persone che lo aiutano a suonare dal vivo le cose che lui compone in rigorosa solitudine – hanno sempre tradito, fin dai primi tempi in cui cercavano di mischiarla con un semplice indie rock, una certa magniloquenza e teatralità che, negli anni, è traboccata fuori dal vaso rivelando la sua vera essenza di musica sinfonica contemporanea finemente arrangiata in un’ottica via via sempre più cinematica e cinematografica.

Così cinematica e cinematografica che, a questo giro, per promuovere il suo nuovo disco The Horror, il nostro piccolo dandy ha deciso di produrre un vero e proprio film, diviso in quattro episodi comparsi da poco online a distanza di una settimana l’uno dall’altro.

Questo il pilot iniziale, che getta le basi della la storia allucinante e allucinata di Christine e Jean, marito e moglie in crisi occupati a tentare di esorcizzare i propri problemi e i propri incubi con una terapia di coppia che sembra piuttosto il frutto di una cena a due tra Roman Polanski e Lars Von Trier. Dopo il decimo ammazzacaffè, s’intende.

Per chi vuole sapere come va a finire, qui, qui e qui ci sono le tre parti successive. Quelli che invece non hanno tempo da perdere e sono interessati solo alle canzoni, saltino pure direttamente al minuto 5:35, dove inizia sul serio Martyrs, il primo singolo tratto dall’album – o almeno ciò che ne rimane dopo che è stato opportunamente decostruito e riadattato agli scopi del lungometraggio (i puristi troveranno comunque qua la versione originale).

Piaccia o non piaccia, rimane un fatto innegabile: in un’epoca in cui l’unico obiettivo di chi ha le mani in pasta nel music business pare essere diventato quello di sfornare tutorial su come strutturare la canzoncina perfetta che in meno di tre minuti scali le classifiche di Spotify, un progetto del genere si pone come un’inversione a “U” contromano, un atto di resistenza bellissimo e commovente che, cosparso di una perfetta inutilità quasi a rasentare il suicidio commerciale, diventa una cosa – a modo suo – estremamente romantica.

Romantica nel senso di Goethe.

The boy with the thorn in his side

Stephen Malkmus & The Jicks

Bike Lane

Lessi una volta una considerazione sull’essere borghesi. In sintesi, a parte le questioni economiche, essere borghesi significava rivolgersi all’interno e mai all’esterno, preferire l’introversione all’estroversione. E qui mi vengono in mente varie coppie opposte, come politico/privato o sociale/intimo. In musica, questa roba si tradurrebbe con un grafico in cui a un opposto ci sono i Rage Against The Machine e, all'altro, i Belle and Sebastian.

Bike Lane proviene dall’ultimo disco di Stephen Malkmus & The Jicks. Malkmus è un borghese: uno che con i Pavement ha scritto una pagina importante dell’indie rock americano degli anni '90 Uniti, ispirato dal postmodernismo nei testi e i cui suoni e le cui canzoni non parlavano mai del mondo esterno, se non come sberleffo intellettuale.

Invece questo brano certifica l’apertura di Malkmus verso l’esterno: la sua uscita dalla dimensione borghese (appunto), almeno per un attimo. Se tutto questo discorso vi sta annoiando, considerate che Bike Lane parla di un fatto politico: l’uccisione di Freddy Gray, l'afroamericano venticinquenne “morto di polizia” a Baltimora nel 2015. Una cosa del genere non l’aveva mai fatta.

E poi, soprattutto: è un pezzo meraviglioso, tra i migliori esempi di pop chitarristico possiate trovate oggi in giro, con il suo misto di melodia, Sonic Youth e derive blues psichedeliche nelle fughe sonore.

Dave Gahan con la mise per il nuovo tour nei migliori locali di burlesque inglesi

Goldfrapp

Ocean

Non esattamente una novità assoluta, ma chissà un mese fa quando era uscito questo video dove avevamo le orecchie. Recuperiamo ora.

Dei Goldfrapp avevamo parlato nel 2017, ai tempi dell'uscita dell'ultimo album (per l'esattezza qui); il pretesto per tirare Alison Goldfrapp & Will Gregory fuori dal cassetto è costituito dall'uscita della deluxe edition di Silver Eye, dove il lusso è dato non tanto dalla solita sfilza di remix di altalenante valore, quanto da un "featuring" d'eccezione: Dave Gahan.

La canzone prescelta per farsi accompagnare è Ocean. Il risultato finale è ineccepibile, ma il timbro inconfondibile di Gahan capovolge i rapporti di forza e fa sembrare il brano un parto dei Depeche Mode a cui Alison presta, in maniera nemmeno troppo convinta, la voce.

Poco male: il pezzo è ottimo, il video d'effetto e, tra i due, quello con maggiore necessità di un repertorio recente all'altezza della fama accumulata non ha i capelli rossi.

I metallari e il posizionamento delle braccia

Omnium Gatherum

Gods Go First

Fino a qualche tempo fa nel metal bisognava parlare non solo di headbangin’, ma anche di beardbangin’. Gli Omnium Gatherum – vi concedo cinque minuti per tentare di memorizzare il loro nome, ma tanto non ce la farete – si presentano con una buona scorta pilifera, ma senza eccessivi hipsterismi. Il cantante, per dire, è sbarbato e con i capelli raccolti sulla nuca; una grande dichiarazione di personalità, ma anche il resto dei musicisti hanno quasi tutti buoni e continuativi rapporti con la Gillette. Qualcosa sta cambiando!

La band è finlandese e forse l'origine etnica spiega il gusto particolare che ha nel mescolare insieme l'estremismo dei Deicide e Flashdance. Di sicuro non c’è un gruppo migliore se volete allenarvi in palestra e pensare al decadimento sociale, la putrefazione dei sentimenti e l’incomunicabilità moderna.

Gli Omnium Gahterum – vi concedo altri cinque minuti, ma tanto è inutile – sono tra le realtà più sottovalutate dell’intero panorama metal europeo. Non meriterebbero la cima delle classifiche, ma è innegabile la loro capacità di scuotere l’emotività dei più burberi topparoli in circolazione. Cosa rara e decisamente preziosa, in tempi ove la maggioranza dei gruppi si limita a "interpretare il metal" e non a crearne di nuovo.

Il video non ha grandi peculiarità. È minimalismo borchiato: il gruppo suona e suona e suona e scapoccia e scapoccia e scapoccia. C’è del fumo, parecchio, al punto che si ipotizza che il container in cui il gruppo si dimena si trovi nei pressi di una zona boschiva dove sgorga qualche buona fonte sulfurea. Il regista è Jaakko Mäntymaa (e da qui dovreste capire perché gli Omnium Gatherum credano che chiamarsi così possa restare facilmente impresso nella mente del pubblico), mentre il responsabile di tutto quel fumo è Olli Liukkonen. Potete prendervela con lui, se si finisce per non vedere quasi più nulla.

Qui ci siamo quasi tutti; manca solo Jack di 'Titanic'

Bodega

Jack in Titanic

Signore e signori, ecco a voi i Bodega, nuova post-punk band da Brooklyn. Vi vedo, mentre alzate gli occhi al cielo, sbuffando.

In questa fase di morte lenta del contraddittorio e della dialettica, in cui qualcuno riuscirebbe a buttare il termine “radical chic” anche in una conversazione sul nuovo punk newyorkese, ogni tentativo di far emergere i lati buoni di questa band – i pezzi, ad esempio – potrebbe essere vano.

Ma i Bodega, con i primi tre singoli, stanno riuscendo a regalarci uno spaccato più che mai presente; un'umanità le cui pulsioni, passioni e comportamenti sono gestiti, diretti, o condizionati dai "device". How Did this Happen, ad esempio, contiene un verso che è un po’ il metro del loro linguaggio: «La tua playlist ti conosce meglio del tuo amante / La tua playlist ti dà sempre Desert Island Disk» (pezzo dei Radiohead contenuto in A Moon Shaped Pool).

La band comunica con la cifra dell’ironia, con pezzi brevi, scalcianti e un Lo-Fi non esasperato.

Jack..., il terzo e ultimo singolo tratto dall’album di debutto Endless Scroll, elenca tutta una serie di caratteristiche e contraddizioni tipiche di questo tempo, con l’incrollabile puccettone interpretato da Leo Di Caprio a rappresentarle.

«Quando eravamo giovani mi vedevi rotolare sulle Jeep, e cadere dall’altra parte. Ora sto con la Polizia e combatto per me e te. E per Jack di Titanic»

Se conoscete i Parquet Courts, potreste ritrovare un po’ di loro, in queste canzoni (in effetti, il produttore è Austin Brown, loro voce e chitarra).

Make America rage again

Prophets of Rage

Hearts Afire

La ricetta che sta alla base del supergruppo Prophets of Rage ha poco di segreto.

Il suono riconoscibile della chitarra di Tom Morello (colui che ha più innovato il proprio strumento negli ultimi venticinque anni, forse); la muscolare sezione ritmica degli ex Rage Against the Machine; il flow aggressivo di Chuck D dei Public Enemy e di B-Real dei Cypress Hill; lo scratching di DJ Lord. Tutti uniti contro l'attuale presidente americano. In realtà Morello, qualche giorno fa, ha dichiarato che i Profeti della Rabbia non esistono perché esiste Donald Trump, ma perché ci sono e ci saranno sempre ingiustizie nel mondo. Tanto per essere precisi.

A distanza di un solo anno dal debutto, arriva la nuova Hearts Afire che preannuncia il secondo album, disponibile a breve. Non è una canzone diretta come le migliori presenti sul disco omonimo. Non ha la potenza di Unfuck the World, la forza di Radical Eyes, la contagiosità di Legalize Me.

Intendiamoci: non è che i Prophets tutto d’un tratto abbiano iniziato a suonare polka. Piuttosto, il singolo ha un piglio più oscuro e viscerale dove sembrano più cupi e incazzati che mai.

La miglior cover band dei Rage Against the Machine, ancora una volta?

Tre giovani australiani al casting della serie TV ‘Vikings’

Phantastic Ferniture

Fuckin 'n' Rollin

È vero, la felicità è puttana e quasi mai rilascia regolare fattura, ma anche fare della fedeltà alla malinconia un mestiere alla lunga stanca e finisce che ci devi pure pagare i contributi.

Lo spiega meglio Julia Jacklin: «Mi sono buttata subito sul folk, quindi le uniche esperienze che fino a oggi ho avuto su un palco sono riconducibili al cliché "ragazza sola con chitarra che suona musica triste". Deve essere per questo che a un certo punto ho pensato: chissà come ci si deve sentire a riuscire a far star bene le gente che ti ascolta, a farla ballare addirittura...».

Nel senso, quando hai venticinque anni ed esordisci con un debutto che riscuote un immediato successo tra gli irriducibili del genere, al punto da ritrovarti sommersa dagli applausi di gente che potrebbe essere tuo nonno durante la tua prima apparizione in venerate (e venerabili) rassegne come il Newport Folk Festival, due domande – prima di morire acustica – magari te le fai.

Poi, da lì a ricontattare due vecchi amici di infanzia e chieder loro di formare una band un po’ scazzona da chiamare con due parole che non esistono in nessun vocabolario di inglese, è un attimo.

Nati quasi per scherzo, tra i tavoli del Frankie’s Pizza di Sidney, come un “drunken agreement” tra la giovane australiana, Elizabeth Hughes e Ryan K Brennan, i Phantastic Ferniture in poco più di un anno sono diventati – pur rimanendo coerenti con l’iniziale patto di disimpegno: «Don’t overthink it!» – qualcosa di decisamente più serio, così serio che a fine Luglio è prevista l’uscita del loro omonimo primo album.

Il singolo che lo anticipa mantiene esattamente quello che promette, ovvero un indie rock giocoso che se volete potete definire “garage pop”, ma non rende l’idea. Fortuna che, quando siamo a corto di parole, ci vengono in aiuto le immagini; nello specifico, il video girato da Nick Mckk, verosimilmente seguendo uno script all’altezza della situazione: “Vagabondate per il quartiere facendo i cretini, l’importante è che sembriate contenti e spensierati, anche a costo di risultare ridicoli”.

Ne esce una specie di parodia scanzonata del video di The Suburbs degli Arcade Fire, interpretato però dai figli degli Hanson, vestiti con i costumi dei padri. La notizia è che funziona alla grande, perché – nonostante le giustificatissime perplessità di partenza – nemmeno te ne accorgi, eppure all’attacco del primo ritornello sei già lì con loro, a scorrazzare sui marciapiedi della periferia della vita, senza troppe menate in testa né una destinazione precisa in mente, ma solo un unico, ben confuso programma per la serata: fuckin‘n’rollin.

Ragazza d'oro

Doro

Lift Me Up

Una delle leggi non scritte ma appurate del rock, e dell’heavy metal in particolare, è che non bisogna mai mollare. Cosa serve sciogliersi e attendere di essere “riscoperti” vent’anni più tardi, quando le energie per rimettersi in moto in modo professionale sono irrimediabilmente compromesse (salvo raro eccezioni)? Meglio stringere i denti e tirare avanti, sempre.

Doro Pesch è qui per testimoniarlo. Si è data vinta quando è finita la corsa del suo primo gruppo, i Warlock? No; d'altronde era ancora così giovane e in ascesa da aspirare a una bella carriera solista. Si è arresa quando pure la sua band personale ha perso colpi, complice il declino del metal classico fra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del nuovo millennio? No, ha tenuto duro (forte anche dell’appoggio del “suo” mercato di riferimento, quello tedesco, e di un aspetto fisico sempre piacevole).

Tanti anni dopo, la cantante di Düsseldorf ha raggiunto uno status invidiabile all’interno della scena europea (ma è rispettata anche nel resto del mondo): è la regina del metal. Un certo tipo di metallone, s’intende: quello tradizionale e tradizionalista, di matrice ovviamente teutonica, immune allo scorrere del tempo e all’avvicendarsi delle mode. Tant’è: lei regna con professionalità, carisma e anche una certa sensualità, in barba alle primavere accumulate.

Certo: canzoni come questo nuovo singolo o il precedente All for Metal – che preludono all’album Forever Warriors, Forever United – vanno davvero poco oltre il mero “mestiere”. Ma quando vi trovate a cantare sotto il palco del Wacken Open Air o simili, corna al cielo e birrozza nell’altra mano, conta altrettanto poco.

Skate or die

Descendents

Pavlov’s Cat

I leggendari Descendents, per me, hanno sempre significato una sola cosa: skateboard. Ogni qualvolta, da teenager, mettevo una loro musicassetta nel walkman, tutto ciò che mi veniva voglia di fare era salire sulla tavola e andare in giro per la città.

Correva l’anno 1996 o giù di lì e tutti ascoltavano gli Offspring, i NOFX, i Pennywise e compagnia bella. L'hardcore melodico che aveva preso in prestito le idee migliori dei Bad Religion e dei Descendents e, opportunamente limate le impurità (a.k.a. rendendo più accessibile questo sottogenere), era riuscito a salire nei piani alti delle classifiche di mezzo mondo. Smash, Punk in Drublic e About Time vendevano migliaia di copie, milioni in certi casi: Everything Sucks – al pari di quel piccolo capolavoro di The Quickening dei Vandals – lo ascoltavamo in quattro persone, invece.

A due anni di stanza dal discreto Hypercaffium Spazzinate, i Descendents sono tornati con un nuovo pezzo che non morde e non graffia come quelli del passato. Insomma, non ho avvertito quel riflesso condizionato studiato da Pavlov che avrebbe dovuto farmi salire sullo in skate.

Il cantante (e biochimico) Milo Aukerman oggi ha cinquantacinque anni; io rimango una schiappa sulla tavola e forse anche la parabola artistica dei Descendents, come quella di molte altre grandi HC punk band dei bei tempi che furono, si avvia verso la conclusione.

Gli ultimi vagiti della coppia che fu

Liars

Liquorice

Una pista da ballo malata e piena di glitter, ma senza gente a popolarla. Almeno, non gente normale. È il teatro che nasce dall’immaginazione di chi scrive ascoltando Liquorice, brano dei Liars uscito da poco. Un pezzo che fa parte della colonna sonora di 1/1, debutto alla regia di Jeremy Philips. Si tratta di composizioni messe assieme dopo l’album Mess del 2014, quando ancora i Liars erano un duo: oltre all’ormai solo titolare Angus Andrew, unico superstite della formazione storica, anche Aaron Hemphill, ai tempi ancora dentro alla "cosa".

In Liquorice, infatti, si sente la stessa possanza grossolana e industriale di quel disco: i bassi muscolari, la saturazione quasi techno dei suoni, la ritmica dance malevola. Industriale ma allo stesso tempo quasi-kitsch, thrilling come una colonna sonora alternativa per il Terminator originario, se uscisse oggi – film che, non a caso, ragionava molto sul corpo: qualcuno ha detto EBM?

Non c’è il canto, qui, a rendere il tutto forse ancora più distaccato. Ma oggi l’elettronica più radicale è ormai virata su intelligenza artificiale, algoritmo & politica. Quella dei Liars, invece, è ancora legata al rito del ballo, come dei Prodigy più illuminati (e ugualmente maligni).

Musica malsana, cattiva, tignosa. Ma in qualche modo umana.

Blanka al sax tenore

Kamasi Washington

Street Fighter Mas

Heaven and Earth è già candidato come uno dei dischi più interessanti del 2018. Niente di così strano, data l'evoluzione artistica di uno dei sassofonisti più eclettici e stravaganti degli ultimi anni (non solo per come si agghinda).

Naturalmente si sta parlando di un percorso e di un "prodotto" che viene fagocitato da consumatori altrettanto eclettici. Dopotutto, Washington esce per Young Turks, etichetta britannica che vede come compagni XX, FKA twigs e Sampha (solo per citarne alcuni). Quindi, in un certo senso, l'ascolto di John Coltrane, Thelonius Monk o Miles Davis non è obbligatorio per ascoltare e comprendere il musicista losangelino, classe 1981.

La nuova Street Fighter Mas ha dalla sua un immaginario sonoro e visivo che confluisce verso le attuali tendenze hipster, a vari livelli. Le immagini di Ryu, Blanka e Ken (eroi digitali di una generazione di ex ragazzini), un edificio che riprende le oniriche rappresentazioni televisive di Leftovers o addirittura degli ultimi Soprano, l'attitudine da divo jazz di Kamasi... "Strutture" gagliarde e accattivanti di sicuro appeal e piacevole fruizione, pur senza quel sperimentalismo che ruotava quasi sempre attorno Washington e che qui sembra defilarsi a favore di qualcosa più diretto e immediato.

E se il sax tenore si setta su pattern electro-pop di sicuro effetto radiofonico, non si può che affermare che il melting pot generale tra musica, pubblico, marketing e gusto compositivo sia qui tra i suoi punti più riusciti. Piaccia o no, il buon Kamasi e la sua "compagnia" ci sanno proprio fare in questo ambiente. E vincono facilmente il round.

Low

Double Negative Triptych

Non importa essere Vittorio Sgarbi per sapere che, con il termine “trittico”, in genere ci si riferisce a un’opera divisa in tre parti, che tipicamente nasce come decorazione d’altare richiudibile. Esistono trittici dei più svariati materiali: dipinti su tavola, scolpiti direttamente nel legno, oppure in marmo, terracotta, ceramica, avorio e un po’ tutti i materiali preziosi che vi vengono in mente.

Un trittico di video musicali, invece, dovevamo ancora vederlo. Eppure sì, quello presentato dalla Sub Pop (con un’operazione promozionale abbastanza inusuale, che va quasi a strizzare l’occhio all’ormai testata consuetudine di Netflix di far uscire l’intero set di episodi di una stagione nello stesso momento) è a tutti gli effetti una cosa del genere. Nonostante siano opera di registi e direttori della fotografia diversi i tre video, infatti, sono visivamente (e tematicamente) interconnessi. Cuciti trasversalmente da un “fil rouge” (ehm) bianco e nero, i collage allucinati di Quorum e Fly (tra split screen, interferenze e messa a fuoco ballerina) incorniciano simmetricamente il pannello centrale rappresentato da Dancing And Blood che, girato in maniera più pulita, riesce quasi a strapparti un sorriso, nel suo tentativo di portare la lap dance nel magico territorio della terza età.

Aiuta invece molto — essere Vittorio Sgarbi, dico, uno che spesso ne avrebbe un gran bisogno — per sapere che “trittico” è anche il nome volgare che si dà al Trazodone Cloridato, una sostanza psicoattiva della classe della piperazina e delle triazolopiridine, comunemente commercializzata sotto forma di un medicinale ad azione tranquillizzante, ansiolitica e antidepressiva.

Azione che, un tempo, avremmo potuto associare anche alla musica dei Low, pionieri e maestri (vogliamo dire inventori?) del cosiddetto “slow-core”: ballate rallentate, cupe e minimali ma sempre sull’orlo della ninna-nanna, per quanto funerea. Double Negative invece, in arrivo a Settembre, (forse perché di nuovo prodotto da BJ Burton, noto per i suoi lavori nel campo dell’elettronica e dell’hip-hop — Bon Iver, Kanye West, James Blake) ancor più del precedente Ones And Sixes, sembra andare a spaziare in maniera premeditata fuori dalla loro (dis)comfort zone, in territori claustrofobici, inquieti (e inquietanti) dove una paranoia rarefatta fatica a farti dormire sonni tranquilli.

È come se Mimi Parker, Alan Sparhawk e Steve Garrington volessero, per l’ennesima volta, alzare l’asticella e ridefinire il proprio ruolo fino ad arrivare a essere, allo stesso tempo, la patologia e la cura.

Provare per credere, a vostro rischio e pericolo: qui ci sono tre compresse a rilascio prolungato e un foglietto illustrativo di quasi 15 minuti da consultare con attenzione.

Martyn se l'è vista brutta, ma ora sta bene.

Martyn

Manchester

Qualcosa di lontano, incerto, minaccioso. E poi subito centrato nel ritmo, infilato da tastiere metafisiche, da rugiade tecnologiche. È questo pezzo del producer Martyn, che torna in pista con il suo nuovo album Voids. Manchester è pura UK elettronica, deep house rinforzata e imbastardita dalla dubstep, screziata nel garage.

L'olandese Martijn Deykers ha composto questo disco, séguito del precedente The air between the words, nel periodo di ricovero per infarto. Una situazione che segna il suono che viene fuori: uggioso, oscuro, ma mai depresso, sempre energico (verrebbe da dire speranzoso, in relazione alla situazione sanitaria del protagonista, ma non ci spingiamo a tanto). È un suono che sta tra l'osseo, il cerebrale e l'emotivo, con i ritmi quasi ballabili che vivono dentro anfratti della memoria, in cui la parte più importante la fanno i timbri. In cui ci si muove dentro, meno fuori.

Manchester è un bel biglietto da visita di un album che conferma la statura di Martyn, qualora ce ne fosse bisogno. E che ci restituisce un producer che abbiamo rischiato di perdere. In questo, un attestato di salute da accogliere con gioia.

Tutti non ci stiamo

Dirty Projectors

Break Thru

I Dirty Projectors sono materia complessa. Dave Longstreth, perno creativo e fondatore della band, è un compositore moderno, più che un “singer songwriter”. La sua voce è una delle meno confondibili del panorama indie americano, ma in compenso la sua band è una delle meno accessibili del panorama indie americano. David Byrne, con cui pure hanno lavorato, è forse ciò che più si avvicina al loro ricco e pizzettato art-pop. Ultimamente, tuttavia, il sestetto newyorkese sembra aver scalato la marcia, sfornando dischi in cui l’elaborato intreccio di elementi non compromette l’immediatezza.

Lo zenith della carriera è arrivato con quel bel gioiellino che era l'album Bitte Orca, del 2009. Adesso, ecco l’album numero nove, Lamp Lit Prose, in uscita il 13 luglio su Domino. Break Through è il primo singolo che lo anticipa; un adorabile e pimpantissimo orpello (accompagnato da un video irresistibile), che mantiene intatta la formula classica dei DP: fondere il caos con la quiete, attraverso una fusione sapiente di sezione ritmica e melodica, e con la distorsione cattivona che si insinua proprio là, dove meno te la aspetteresti. Nella quiete.

In fin dei conti, parliamo pur sempre di una band che ha fatto un album di cover dei Black Flag. Ah, è appena uscito il singolo nuovo. That’s a Lifestyle. Ma a noi piaceva di più questo.

Durante il breve periodo come bassista dei Joy Division.

Paul McCartney

I don’t know

In questi giorni, la parte di mondo cui la musica piace (una parte che si riduce a vista d'occhio, e non è colpa di nessuno) si sorprende in ginocchio davanti a Paul McCartney e al suo ultimo Magical Mystery Tour in compagnia di James Corden. Sono tanti gli ingredienti che hanno suscitato così tanto entusiasmo (e tanta commozione, anche in gente che è nata dopo i Beatles) ma è possibile che quello decisivo sia la assoluta semplicità quasi buddhista da lui esibita nei 20 minuti di show.

In un'epoca in cui una quantità considerevole di poverini se la tirano da genio immortale con l'approvazione di fan e critici in analogo delirio mistico, ecco uno dei veri giganti assoluti della musica popolare (uno che gioca nel campionato di Beethoven e Duke Ellington - anche e a maggior ragione per essersi impiastricciato con Obladi oblada e Yellow submarine come gli rinfacciano i puri-e-duri) che usa l'arma segreta della propria ordinarissima umanità. McCartney è diventato una leggenda del rock senza mai fare la rockstar, lasciando volentieri la parte al fratello maggiore John Lennon, che ne aveva il carisma e il tormento.

Tuttavia, proprio tale aspetto ha nascosto molti lati crepuscolari della sua produzione artistica. Nascosti nel posto migliore: dove tutti potevano vederli. In Yesterday, in Helter skelter, nel No one was saved dell'ultima messa per Eleanor Rigby. Ma anche nella produzione solista, specialmente dopo la morte della moglie Linda Eastman. Ed è interessante che oltre a ricordare il mood intensamente malinconico di alcuni brani di questo secolo (How kind of you, Riding to Vanity Fair, Road, Scared), questo "singolo" rievochi nel testo le ansie nascoste, quel senso di smarrimento che già trapelavano ai tempi del suo esordio da solista (Maybe I'm amazed): "What am I doing wrong? I don't know. Now what's the matter with me? I don't know, I don't know".

Questo non è il McCartney che abbiamo voluto vedere nel dopo-Beatles, quello sorridente a fianco di Michael Jackson o benedicente a cantare Hey Jude alle Olimpiadi, il "sir Paul" nostalgico di Once upon a long ago o il "Macca" apertamente delizioso di Dance tonight, quello che giocherella con il suo ruolo di mito esibendosi con gli ex Nirvana o con gli U2, o che cerca in punta di piedi un altro Lennon in Elvis Costello o in Youth o Kanye West. No, questo è un McCartney che ha "corvi alla finestra e cani alla porta", prodotto da Greg Kurstin (che coi malinconici si trova bene, da Adele a Sia) che cerca di assecondare un brano stranamente inafferrabile - e completamente fuori posto in quest'epoca.

Questo è il McCartney che non è morto ma che da tutta una vita, da quando rimase orfano, fa i conti con certi fantasmi, forse anche il suo. E forse anche quello di un'idea di musica che non capiamo più. No one was saved.

My generation

Bad Religion

The Kids Are Alt-Right

È raro che i Bad Religion passino inosservati, quando decidono di fare una canzone esplicitamente “politica” (pare che stiano lavorando a un nuovo album, ma non è detto che si tratti di uno dei relativi singoli).

A parte la citazione degli Who nel titolo (spiritosa o telefonata?), in sé il pezzo non è né particolarmente bello, né scandalosamente brutto. Certo: per gli standard della migliore hardcore punk band della propria generazione, c’è poco da esaltarsi. D’altra parte siamo tra quelli, forse in minoranza, che non si strappano affatto i capelli per tutti i loro lavori degli anni ’00.

In estrema sintesi, il testo è un sarcastico e diretto attacco ai giovani conservatori statunitensi che, dal punto di vista di Greg Graffin e soci, non sarebbero poi così giovanili nel pensiero e nell’azione. Nel caso, vi rimandiamo all'amica Super Wiki per approfondire il concetto di “alt-right”.

Consentiteci un azzardo, con le debite proporzioni: un po’ come se Francesco Guccini o Francesco De Gregori incidessero un brano “contro” i giovini italiani salviniani. Al netto di qualsiasi idea o ideologia, roba da brividi freddi.

Nel dubbio, e nonostante tutto, stiamo pur sempre dalla parte dei Bad Religion. Soprattutto quelli che andavano a duecento all’ora con melodie stratosferichecosa che dal vivo riesce loro ancora abbastanza bene, nonostante l’età avanzata.

Touch me I'm sick

Shovel

Ooze Ooze

Un video pubblicato quasi tre mesi fa che, finora, ha raggiunto appena cinquecento visualizzazioni scarse. Siamo alle soglie del segreto underground: parlare degli Shovel non è uno scoop assoluto, ma nemmeno un’usanza particolarmente diffusa (la stessa pagina Facebook della band non va oltre le mille “preferenze”).

Numeri freddi e comunque poco significativi, a fronte di un singolo scarno, scoppiettante e ruffiano come questo. Il duo dell’Arizona vive con disinvoltura nella propria bolla spazio-temporale dove, evidentemente, i gruppi più fighi del mondo sono i Mudhoney e le L7 (ridotti ai minimi termini sonori).

Il resto del mondo non si trova più nel 1989, ma una bella canzone rimane pur sempre una bella canzone – come abbiamo sempre detto.

Per approfondire il discorso, l’intero disco di debutto It’s Fun to Be a Nothing regge abbastanza bene la “lunga” – virgolette obbligatorie – distanza.

Siamo molto lontani dal capolavoro; tuttavia, ce n’è abbastanza per divertirsi nelle calde serate estive mentre mangiate l’anguria a fine pasto.

(non troppo fredda, mi raccomando)