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Il songwriter della porta accanto

Jeff Tweedy

I Know What It's Like

"I know what it's like": Jeff Tweedy lo sa, eccome. Uno dei pochi rocker – ebbene sì – che abbia saputo ottenere la fedeltà di una "fanbase" tra le più affiatate del panorama indie pop mondiale (attraverso la figura del songwriter della porta accanto).

I Wilco, infatti, sono uno di quei fenomeni da cui difficilmente si può prescindere quando si parla del rock "adulto" degli ultimi vent'anni. Il musicista dell'Illinois, però, è tante altre cose: vedi i lavori con gli Uncle Tupelo e con Billy Bragg o l'intrigante "memoir" Let’s Go....

Oggi abbiamo anche Warm: il suo primo, vero e proprio album solista, uscito lo scorso novembre. I Know... ne è uno degli emblemi: accordi semplici da tradizione americana, liriche personali eppure universali e uno spirito imbevuto di spontaneità ed empatia.

Niente di sopra le righe, niente pose, niente che non sia già visibile nello sguardo semplicemente umano del suo portavoce. Non una canzone che farà la storia, così come l'album intero, ma un altro tassello che suggella lo status di Jeff come uno dei cantautori più significativi della musica rock del ventunesimo secolo.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Un noto musicista rock americano dopo una rissa in un bar di Palm Springs

Josh Homme

Silent Night

Un singolo natalizio non è esattamente la prima cosa che viene in mente, pensando a Josh Homme – uno dei migliori musicisti rock degli ultimi trent’anni, nonché una delle più grandi teste di cazzo del mondo del music business.

Parliamo dello stesso tipo che ha aggredito cantanti di altre band (quello dei Dwarves: accadde nel 2004), insultato i Muse, malmenato un fan che aveva insistentemente chiesto un autografo e dato un calcio a una fotografa durante un recente concerto della sua band più nota, i Queens of the Stone Age.

Forse anche per distanziarsi dai certi suoi atteggiamenti, o forse no, Homme ha deciso di pubblicare un doppio singolo, uhm, natalizio. Il lato A contiene una rilettura – scialba e pallosa – della classica Silent Night, incisa insieme al cantautore australiano C.W. Stoneking.

Il lato B è riservato alla lettura della poesia di Clement Clarke Moore Twas the Night Before Christmas , registrata insieme alla moglie Brody Dalle – la ricordate come leader dei Distillers? – e ai figli della coppia. Se il primo lato è di una piattezza sconcertante, il secondo provoca solamente una grande sonnolenza.

Salviamo almeno una cosa di questo progetto: il ricavato sarà completamente devoluto alla Sweet Stuff Foundation, organizzazione che aiuta musicisti con problemi mentali e malattie degenerative. Per tutto il resto, Josh ci continua a piacere così come lo conosciamo, perso tra un riffone desertico e una rissa in un bar.

(e ora andiamo tutti insieme a festeggiare il Natale)

Quando una donna cambia taglio di capelli...

Ex:Re

Romance

Se escludiamo i sociopatici totali e le persone sfacciatamente fortunate, chiunque ha sperimentato quel momento dilaniante che corrisponde alla fine di una relazione.

Ognuno reagisce in modo diverso: c’è chi si chiude in casa e piange un fiume inarrestabile di lacrime amare, chi chiede aiuto alla scienza e affronta la cosa dal lato chimico (imbottendosi di pillole per appannare il cervello e cancellare i ricordi), chi posta foto di dubbio gusto su Instagram (accompagnandole con improbabili citazioni di Gio Evan).

Se poi di mestiere fai il musicista... beh, la storia del pop e del rock è a dir poco infarcita di cosiddetti “breakup album”: dal buon Bob Dylan di Blood on the Tracks alla povera Amy Winehouse di Back to Black, fino allo straziato Bon Iver di For Emma, Forever Ago.

Questo è il turno di Elena Tonra, che si prende una pausa dai suoi Daughter per uscire con il nuovo progetto solista Ex:Re, figlio appunto di quel che (non) resta di un rapporto sentimentale e di un amaro gioco di parole che mischia una dedica malinconica (“Regarding Ex”) alla necessità di superarla con un profondo processo di auto-analisi che parta dal guardarsi dentro prima che indietro (“X-Ray”) e arrivi a una completa rivalutazione e consapevolezza di sé.

È naturale, quindi, che le originarie, intime atmosfere della band “madre” virino verso un trip hop più inquieto e nebbioso, a cavallo del quale quella che è forse la più bella voce dell’indie attuale mai si incrina, nonostante debba gestire il poco equilibrio di un cuore spezzato, ribadendo la sua essenza di timbro difficilmente imitabile (ma ancora accogliente e caldo come un biscotto appena uscito dal forno).

La lametta che ti trovi a inghiottire, appena la pastafrolla che la circonda ti si è sbriciolata in bocca, ha il sapore metallico di un effetto collaterale potenzialmente innocuo. Di quelli che ti vien da dire: che vuoi che sia, a parte Jacopo Ortis e tutta una serie di suoi emuli emo, per un po’ d’amore in meno non è mai morto nessuno.

Almeno finché non tocca a te.

Materiale organico infiammabile

Timmy's Organism

Guzzle Gasoline

Guardi la copertina del loro nuovo discoSurvival of the Fiendish – e pensi: Troma!".

Cominci ad ascoltare, ma in realtà sai già cosa aspettarti. Chitarre cattive, lerciume, fuzz che sfrigolano: sonorità altamente "arretrate" e cultura white trash a stelle e strisce. Ok.

Non si può non voler bene a gruppi come i Timmy’s Organism (guidati dall’ex frontman degli Human Eye, Tim Vulgar): gente di Detroit che suona garage punk e si lascia influenzare anche dall'hard rock pionieristico dei Blue Cheer. Proprio come in questo pezzo, opportunamente accompagnato da un video che più b-movie di così non si potrebbe.

Non si può non voler bene loro perché hanno scelto (?) di suonare "qualcosa" che non sfonderà mai. E che, speriamo, non sparisca mai.

Il rap è casa loro: attenzione a non defecare sullo zerbino

Noyz Narcos ft. Luchè & Capo Plaza

Casa Mia

Enemy, l'ultimo disco di Noyz Narcos, è uscito ad aprile e Casa Mia è uno dei suoi pezzi più forti. Chi ascolta rap in Italia non può non aver adorato questo brano; per tutti gli altri, vale la pena segnalarlo pur a qualche mese di distanza dalla pubblicazione, grazie al fresco video di grande impatto che ne amplifica ulteriormente la potenza delle parole.

Se volete comprendere lo stato della scena rap italiana nel 2018, questo potrebbe un ottimo riassunto: un colosso della "old school" come Noyz invita per una strofa un suo "pari", Luchè, ma apre anche le porte a una promettente nuova leva della nuova scuola dedita all'autotune, Capo Plaza.

Per i puristi, non c'è da preoccuparsi: il "vero" featuring del brano è quello di Luchè, che entra con irruenza dicendo che «Vengo da lì / Dove litigano» e "distende" poi un flow mostruoso, mentre Capo Plaza ha in mano il ritornello. Cioè una ventina di parole che, comunque, rimangono impresse subito in testa, grazie anche all'autotune ben calibrato e una cadenza dal retrogusto malato. A tenere unito il tutto sono i beat di un sempre ottimo Night Skinny.

Per quel che riguarda Noyz, si preoccupa ancora di dare "barre cattive" per aiutare chi lo ascolta ad andare più veloce sul Grande Raccordo Anulare. Segno che va tutto bene.

Con queste indicazioni, anche se siete neofiti del genere, provate a schiacciare "play" e ascoltare una delle migliori produzioni italiane dell'anno in ambito hip hop.

In crust we trust

Funeral Chic

Jump

Non ci sono dubbi a proposito della seconda – o terza o quarta... – vita che una certa scena hardcore stia vivendo in questi ultimi anni. Nuove linfe, nuove contaminazioni, nuovo status di "cool", un pubblico sempre più diversificato. Sullo sfondo, la certezza urlata di vivere in un mondo marcio e degradato.

Una posizione di vero e proprio culto la occupano, in questo senso, i Funeral Chic di Charlotte, North Carolina, usciti da poco con il secondo album Superstition.

Jump è un pezzo da un minuto e mezzo che, va da sé, dice quello che deve dire nel modo più immediato possibile. C'è un bianco e nero saturato, sputacchiate di bourbon, sbraitate di sana ignoranza e un riff crust come se ne sono sentiti a milioni (ma sempre vincente). Le carte in regola per tramandare lo spirito e la forma HC, oggi.

La canzone parla di come ci si arrabatta nel mattatoio della nostra società. Lavorare fino alla morte per le briciole, convivendo con la disperazione. Annegare nella merda autodistruttiva per dimenticare la verità che già conosci: la sopravvivenza è un'altra forma di suicidio.

Se è vero che l'hardcore non morirà mai, non si può dire lo stesso di noi: parola dei Funeral Chic.

Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?

Le Butcherettes

father/ELOHIM

Il vero problema delle Butcherettes è sempre e solo uno: le quattro pareti dello studio di registrazione.

La maggior parte delle formazioni rock attuali incidono dischi impeccabili che però, alla prova dal vivo, non reggono altrettanto bene. Questo NON è di sicuro il caso della band messicana, attiva da undici anni e guidata dalla istrionica Teri Gender Bender (se non l’avete mai sentita nominare, prendete Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, spogliatela dei suoi eccessi più "artsy" e provate a immaginarla come se fosse cresciuta a pane, pejote e punk rock...).

Il confronto fra quello che il suo gruppo è finora riuscito a incidere in studio (roba tosta, comunque, che ti frana addosso con una bella potenza), rispetto alla propria dimensione live, è semplicemente impressionante.

Sul palco, infatti, le Butcherettes coniugano la potenza degli Stooges e degli MC5 con la presenza scenica dei Siouxsie and the Banshees. Teri si sporca di sangue (finto, forse), abbraccia il proprio pubblico, si dimena tra le gambe dei suoi fan. Chiaramente, tutto ciò non può entrare tra i solchi di un disco o tra le note di una canzone incisa in studio.

Detto questo, la nuova father/ELOHIM – tratta dal loro quarto disco in studio bi/MENTAL, in uscita a febbraio – arriva dritta al punto. In attesa di poterle ammirare ancora dal vivo: ci sarà da divertirsi, poco ma sicuro.

E nun fa er vago!

Il Muro del Canto

Reggime er gioco

Reggae de core per un cocktail di romanticismo sbilenco e sorniona amarezza. Dichiarazione d'amore, sì, ma dando del "tu" a un'entità che può essere micragnosa mendicante, zingara imbrogliona e famelica principessa nera, a seconda dello scapicollarsi di una giornata. Roma tutto e niente, che tanto promette e nulla mantiene, al misero prezzo dell'anima tua.

Una canzone che pesa sul cuore come un sampietrino e conduce l'ascoltatore lungo le arterie coronariche di una città fatata e indifferente come le metropoli a nord, ma anche fetente e inefficace quanto il pancreas stesso della bolgia partenopea. Tanti hanno provato a descriverla, e i suoi figli spesso sono riusciti a "tradurla" per chi non la conosce e di certo non la capisce. Ma è difficile riuscire a entrarci dentro, senza farlo davvero, a Roma.

Il pezzo de Il Muro del Canto infila il muro torto della retorica e si arrampica come un gattaccio da vicolo sul traliccio della speranza – Roma che ha una coccola per tutti, sempre, ma non riempie mai il piatto a nessuno.

Nel video, Vinicio Marchioni è uno "scopino" ambulante che si aggrappa con le unghie alla giornata: da Re della Magliana a servo della gleba tiburtina, il doppio passo artistico è rapido e fulminante.

Shibuya's finest

Mono

Breathe

Da capisaldi del post-rock strumentale, i Mono inaugurano il nuovo disco – Nowhere Now Here, in uscita a fine gennaio – con un singolo in cui la docile Tamaki si dà alla voce e ai synth (e abbandona il basso). Il pezzo si chiama Breathe ed è cantato in inglese: crolla un mito, diranno alcuni.

Rinchiusosi nella cantina di un bar di Shibuya (noto e suggestivo quartiere di Tokyo), il trio nipponico ha sciorinato un pezzo-summa del canone post-rock attuale, incarnando esplicitamente ciò che di buono c'è stato negli anni passati e passando al livello successivo.

Impossibile non notare le familiarità con certi visuals e certe attitudini musicali di David Lynch, che ben accompagnano il panorama della "Tokyo by night" (quella romantica e dal retrogusto di Blade Runner).

Il tutto rimane naturalmente orchestrale, come da tradizione, ed evocativo, dolce e suadente. Nonché, ancora una volta, in linea con un percorso che fa del sentimento la sua bandiera. La parola ai fan più fedeli, ora.

Un chitarrista non si nasconde mai solo dietro un dito

Cesare Malfatti

Avrei

Cesare Malfatti ha sempre avuto un rapporto strettissimo con il passato, proprio nel senso archeologico del termine: inizialmente gettando in prima persona le fondamenta di quella che è stata l’età dell’oro del rock in italiano. Poi – nei panni di direttore degli scavi, una volta che il tetto era venuto giù rovinosamente e senza preavviso – a cercare di setacciare reperti e cercare di tirar via la polvere, riportando alla luce inaspettate rarità.

È stato un “fil rouge” che si è dipanato calmo negli anni, fin dai tempi in cui seminava i germi di un primo nucleo di Afterhours, passando per l’apice della sua carriera in cui musicava testi come questo a firma del compagno Mauro Ermanno Giovanardi. Oppure faceva man bassa di premi Ciampi e targhe Tenco, accompagnando un’idea tutta sua di cantautorato con dei campionamenti degli Einstürzende Neubauten. Per arrivare alla sua ultima fatica solista, risalente all’anno scorso, dove ripescava canzoni perse solo per il gusto che non passassero inascoltate.

Oggi, con il nuovo La Storia È Adesso, l’ex La Crus porta questa sua tendenza all’estremo – approcciando le proprie ossessioni con uno spirito a metà tra l’archivista nerd e l’allestitore di un museo che non ha paura di scendere negli scantinati – e va a rovistare nel passato del suo avo Valeriano Malfatti, podestà di Rovereto per quarant’anni (dal 1880 al 1920), nonché deputato trentino al parlamento dell’Impero Asburgico a Vienna.

Per farlo, usa come suo solito il modo meno ortodosso, ovvero registrare e rimescolare i suoni delle Macchine Intonarumori inventate nel 1903 dal futurista Luigi Russolo (pioniere del “noise” nel vero senso della parola), per poi cantarci sopra testi sparsi di autori vari – tra cui Dimartino, Giulio Casale e Alessandro Grazian.

Avrei è una canzone in prima persona condizionale presente, con tutti pro e contro del caso, principalmente riassumibili nella sua essenza di promessa non mantenuta, tragicamente messa di fronte allo specchio – nel quale guardare con attenzione tutti i tic dei nostri esaurimenti nervosi – da quell’inesorabile “ma poi”.

Perché ammesso che sia sul serio adesso, la storia, è cosa nota che sia pure cinica, bara e soprattutto ciclica. E allora, gira e rigira, inevitabilmente sempre si finisce a rimanere – stanchi, indispettiti e alla costante ricerca di un colpevole diverso da noi stessi – fermi qui.

Stile, più che hit

Jon Spencer

I Got the Hits

Riff. Mi viene voglia di ripetere questa parola fino al termine dell’articolo. Riff: alla fine è questo lo scheletro che sorregge tutta la musica di Jon Spencer (in libera uscita dalla non-si-sa-se-defunta-o-meno Blues Explosion).

I Got the Hits – singolo del suo esordio solista Jon Spencer Sings the Hits – è la sintesi tascabile di un’intera carriera: quel suono che prende il blues delle origini e lo riempie di accenti punk, voce filtrata, stile da film horror di bassa lega (come nel video che accompagna il brano).

Questo dunque si può dire di lui, oggi: che è il creatore di una musica ormai fuori dal tempo, sempre praticamente uguale, che fa del riff di chitarra giusto la propria spina dorsale.

E che nel contrasto tra il suo essere perennemente identica, e al contempo perennemente godibile, trae forza e fascino.

Assoldato per la somiglianza a Babbo Natale, più che altro

William Shatner feat. Billy Gibbons

Rudolph the Red-Nosed Reindeer

Si avvicina il periodo natalizio e, automaticamente, si scatena la gara a chi pubblica la cover di Natale più pazza, più simpatica, più condivisibile via-social.

Difficile, a questo punto, battere chi parte in anticipo e con nomi blasonati come William Shatner (noto al mondo come "Capitano Kirk di Star Trek degli anni '70) che ospita Billy Gibbons (noto agli ignoranti come "cantante e chitarrista degli ZZ Top"), con una canzone amatissima in America ma che in Italia non ha mai ricevuto un adattamento in lingua.

Il pezzo si divide in due parti: nella prima, Shatner recita il testo della storia della renna con il naso rosso; essendo un attore, l'effetto è dignitoso. Poi il tutto si trasporta su un piano musicale, e accade il disastro.

William non sa cantare a ritmo, infatti, e continua a recitare in maniera bizzarra, seguendo la base di una batteria che sembra registrata per un altro brano. Non solo fa schifo come ritmica, ma è anche mixata più alta della chitarra di Gibbons... Insomma, hai il chitarrista degli ZZ Top che si presta per una puttanata simile e lo utilizzi più per il look che per il sound!

(certo, la cosa ha un senso perverso, poiché Billy ora ha una barba bianca che lo fa assomigliare in maniera naturale a Babbo Natale)

Eppure, se volete fare i brillanti, condividete questo video su Facebook: assisterete a un florilegio di "ma perchééééé", "che cosa ho appena visto" e simili. Ne vale proprio la pena?

«Diventa un posto brutto anche le Hawaii senza di noi»

ClaVdio

Cuore

Il cantautorato indie italiano, si sa, ha preso una strana piega.

Tra paracetamolo dosato a cazzo e questo sole da New York, si rischia di mettere sullo stesso piano prodotti apprezzabili e lavori sopravvalutati che sintetizzano il vecchio cantautorato tricolore, e che si tende a percepire erroneamente come “innovativi” (tra l’altro, ditemi voi se un testo come «Sarà un altro giorno passato nel letto / Con la bottiglia dell'acqua a fianco / Il telefono stretto» non poteva essere degli Zero Assoluto. Li avevamo, ce li siamo giocati. Vabbè).

Ma ecco che, quando tutto sembra perduto, improvvisamente arriva ClaVdio. Con la V. Operaio di mestiere, cantautore per passione, romano.

La prima cosa che salta all’occhio del suo singolo d’esordio, Cuore, è il videoclip. È uguale a quello che James Blunt fece per il suo singolo Same Mistake (2007). Ma poi è una citazione, mica uno scopiazzamento.

La voce di ClaVdio è corposa; il cantato è imperfetto, ma non finto-teen annoiato come va tanto di moda ultimamente. Il testo è demenziale, con passaggi memorabili che fanno sbiancare l’affaire Dolce & Gabbana vs. Cina («Un cinese mi ha detto che sono un glande / Io mi sento più un coglione onestamente»).

L’intro ricorda molto quello di Someone Like You di Adele. Anche in questo caso: copiare sì, ma senza paura. E poi subentra un apprezzabile binomio synth/pianoforte che culmina con un’inedita modalità di ritornello: strofa centrale "su bianco", con tanto di pausa, che farebbe paura ai programmatori radiofonici. Ma, evidentemente, non a tutti.

Di ClaVdio non si sa ancora molto, senonché è stato partorito da Bomba Dischi (la stessa etichetta di Calcutta, Carl Brave x Franco 126, Giorgio Poi, ovvero gran parte del cantautorato indie nostrano fin qui denigrato).

Una cosa è certa: neanche il datore di lavoro di ClaVdio sa che è un cantante.

Ma presto lo sapranno tutti.

Made in Taiwan

Chthonic

Flames Upon the Weeping Winds

I Chthonic sono taiwanesi e fanno heavy metal. Ascoltandoli superficialmente, sembrano una versione impanata dei Cradle Of Filth, ma va loro riconosciuto un "tiro" e una convinzione che gli originali inglesi non hanno più da quel dì. Tuttavia, non è facile prenderli al 100% sul serio.

Insomma: essendo troppo lontani culturalmente, ci è quasi impossibile non sorridere osservandone le pose scattose – per non parlare di questo video in computer grafica stile fantasy-porno interattivo, con tanto di bambolotto malvagio.

Il cosiddetto global metal, concettualizzato dai registi Sam Dunn e Scot McFadyen nell'omonimo documentario del 2007, è ormai un dato di fatto. Etnia a parte, quindi, in teoria bisognerebbe badare alla sola proposta musicale e giudicarla come se ci trovassimo davanti a un qualsiasi gruppo europeo o americano.

Di sicuro i Chthonic sono dei birboni intriganti e sanno il fatto loro... ma, appunto, è "loro" e a noi sembra non riguardare più di tanto. Si lasciano ascoltare, certo; a quasi vent'anni dall'esordio e ormai giunti al nono disco, però, qualche dubbio sull'effettiva capacità di lasciare un segno nella scena metal estrema che conta è lecito averlo.

Tutti vivono in un mondo materialista

Martina Attili

Cherofobia

I talent show musicali sono quei lugubri luoghi dove le sette note vengono fagocitate per creare un "semplice" prodotto (televisivo) adatto alle orecchie di tutti. Gli artisti che ne prendono parte non sono altro che future vittime sacrificali, e sacrificabili, della fabbrica dell'intrattenimento.

Un po' apocalittico, ok, ma questo è più o meno il mio pensiero riguardo a una florida "industria" che, negli ultimi tempi, pare essersi un po’ appannata.

Poi capita d’imbattermi in una diretta di X-Factor dove rimango senza parole, proprio come Manuel Agnelli, ascoltando una giovane ragazza che si chiama Martina Attili. La sedicenne romana canta una pregevole ballata al piano che non parla di cazzate, come fanno i suoi coetanei trapper, ma di fobie: cherofobia, la paura di essere felici.

Pensate alle sonorità più intimiste di Soap&Skin, oppure ai pezzi più cupi di Lorde, e aggiungete un pizzico di quella tristezza che permeava le canzoni della prima produzione di Cat Power. Martina, forse inconsapevolmente, si avvicina proprio a tutto questo. Non solo: la Attili, verso la fine della canzone, ci butta pure dentro una metrica simil-hip hop che spiazza e convince sulla caratura di quest’artista.

Anni fa Bono definì Jeff Buckley come "una goccia pura in un oceano di rumore". Riascoltando Cherofobia, vien da pensare che Martina Attili possa davvero essere – o diventare – quello stesso tipo di goccia.

Siete già commossi?

Jason Becker

Hold on to Love

Jason Becker scese dal trottolone del rock'n'roll nel 1991, subito dopo aver registrato A Little Ain't Enough di David Lee Roth, terzo disco solista dell'allora ex Van Halen. Poi si mise a letto e attese la fine perché gli era stata diagnosticata la SLA e non è che ci fosse altro da fare. Perse l'uso del suo intero corpo e della voce. Addio chitarra, addio vita.

Anzi, no.

Con la testa Jason ci stava ancora, alla grande. E questo era il dramma all'interno del dramma, forse. Più in là Gary Becker – il padre, eroe assoluto di questa storia, come ogni bravo papà dovrebbe sempre tentare di essere – codificò un sistema di comunicazione, partendo dal movimento degli occhi del figlio. E un amico produttore, altro eroe, Mike Bemesderfer, ideò un programma informatico che, nel tempo, ha permesso a Jason di comporre ancora la sua musica.

Arriviamo a oggi. Non è questo, intitolato giustamente Triumphant Hearts, il primo album che Jason ha inciso nelle condizioni di cui sopra. Ma è il primo che arriva dopo una pausa di dieci anni. C'è una sfilza di ospiti – Steve Vai, Jeff Loomis e un pullman pieno così di altri chitarristi più o meno virtuosi – ed è stato realizzato con l'aiuto del produttore Dan Alvarez e del cantante Codany Holiday.

Il primo "singolo", Hold on to My Heart, si basa su un dialogo possibile tra Jason e se stesso e tra Jason e i suoi amici. Le domande sono quelle che ci rivolgiamo anche noi, che non abbiamo una perenne condizione di impotenza generalizzata. Becker accompagna il brano con questa dichiarazione magnanima: «È la mia storia e, in un certo senso, quella di tutti».

Un par de ciufoli, Jas: la tua storia non è come la nostra. E ti siamo molto grati per avere tuttora il desiderio e la forza di raccontarcela.

L'alba di un nuovo giorno

Mineral

Aurora

Ben prima che arrivasse Chris Carrabba (scalando le classifiche con un look alla Social Distortion e suonando ballate per teenager in crisi sentimentale), l’emo-core era qualcosa di più, come dire, rispettabile: un sottogenere di nicchia ma variegato e ben rappresentato da gente talentuosa come Sunny Day Real Estate, The Promise Ring, Texas Is the Reason e Mineral.

Proprio questi ultimi, a vent’anni esatti da quella piccola, grande gemma intitolata EndSerenading, si riaffacciano sul mercato discografico con la loro miglior canzone di sempre, preludio all'album One Day When We Are Young in uscita a gennaio. Davvero non male per una band riformata sì quattro anni fa, ma che non aveva ancora superato la "prova" del ritorno in studio.

Le dinamiche sono ancora quelle di un tempo: bridge di chitarra che lasciano spaziano a emotivi "stop-and-go"; una voce che spesso si nasconde dietro a un muro di chitarre; un testo a dir poco struggente.

I Mineral rimasero in attività per soli quattro anni, dal 1994 al 1998. Nonostante il breve lasso di tempo, alcune entità contemporanee (gli stessi Sunny Day Real Estate), e altre che arrivarono da lì a breve (... And You Will Know Us by the Trail of Dead, At The Drive-In), si sono ispirate proprio a loro.

Nel 2018 il gruppo texano ha resettato le lancette e ricominciato esattamente da dove si era fermato: meglio di così non avrebbe potuto fare.

Musicisti OK

ONE OK ROCK

Stand Out Fit In

Perché la sensibilità e la cultura giapponesi devono essere così complicate da comprendere, per noi poveri occidentali?

È uscito il nuovo singolo degli ONE OK ROCK, forse la più importante rock band giapponese attuale (là tutti, o quasi, pendono dalle labbra del cantante Taka, del chitarrista Toru, del bassista Ryota e del batterista Tomoya). Un gruppo che non ha problemi a passare dall'heavy metal più pesante al pop più frizzante, perché nella Terra del Sol Levante le etichette sono un prodotto del capitalismo.

Quel che Stand Out Fit In offre, in termini "nostrani", è riassumibile con "musica pop quasi da boy band, con un messaggio al sapore di pubblicità progresso". Non quel che ci si aspettava, ma a leggere i commenti su YouTube è un nuovo capolavoro... quindi tutto bene. Siamo noi, quindi, a essere ingabbiati in obsoleti schemi mentali; dopotutto, il ritornello è subito orecchiabile.

La cosa più enigmatica è il video, che racconta in maniera molto toccante la difficoltà incontrata da un giovane migrante giapponese in una società americana bianca. Il ragazzo cresce e, per integrarsi con i coetanei, inizia a bere e fumare in compagnia, arrivando a bullizzare un immigrato pakistano. Un esempio di integrazione distorta, ma pur sempre integrazione.

Poi la "compa" beve troppo e ha un incidente in auto. Il protagonista sembra l'unico sopravvissuto, ma vede una figura mascherata che balla accanto a una cabina telefonica della Telecom, e si mette a ballare pure lui. Salta fuori un intero corpo di ballo. Poi torna bambino, con sua mamma triste e pure lui triste. Perché, nel momento metafisico della morte, avrebbe dovuto tornare a un periodo non felice della sua vita?

Troppe metafore... forse l'occidente ancora non li merita, gli ONE OK ROCK.

Un tranquillo weekend di danza tra banjo, chitarre acustiche e stivali impolverati

The Avett Brothers

Roses and Sacrifice

Se la musica degli Avett Brothers vi ha sempre ricordato l’iconico duetto banjo/chitarra di Un Tranquillo Weekend di Paura, non cambierete di certo idea dopo aver ascoltato Roses and Sacrifice.

Anzi, la loro nuova canzone – che arriva a due anni di distanza dal controverso True Sadnesssi ricollega direttamente al suono che li aveva fatti conoscere nei primi anni '00, distanziandosi dalla loro più recente produzione (che aveva fatto storcere il naso ai fan più conservatori).

Tempo fa, poco prima che la band scalasse la classifica statunitense, il San Francisco Chronicle scrisse che riusciva a mettere insieme la profonda tristezza di Townes Van Zandt con la leggerezza pop di Buddy Holly, unite all'energia dei Ramones.

A questo giro, grazie al riuscito intreccio profondamente country di chitarre e banjo cui si poggiano le emozionanti linee vocali, i fratelli Avett Brothers ricordano altri consanguinei che andavano forte nell'America negli anni '60: gli Everly Brothers.

D’altronde gli Avett Brothers non hanno mai avuto bisogno di effetti speciali per farsi apprezzare; questa è un'ulteriore riprova, nell’attesa di un nuovo disco che, in apparenza, si candida a essere un gradito ritorno alle origini.

A scuola dai Fucked Up

Cloud Nothings

Dissolution

Dissolution non è un singolo, non ha anticipato alcun album e non è, forse, il pezzo più rappresentativo del lavoro in cui è contenuto. Ma è uno dei migliori brani che il panorama indie rock abbia sfoderato quest'anno.

Il nuovo guru del sound Randall Dunn ha messo le mani al pregevole disco dei Cloud Nothings, Last Building Burning, uscito lo scorso 19 Ottobre. E si sente, eccome. C'è il punk, il post-rock, il noise e, se vogliamo, una venatura "modaiola". E il tutto risulta possedere una precisa, e omogenea, identità.

Dissolution è una "punk rock song" da quasi undici minuti che, vivisezionata, non presenta altro che una struttura standard strofa/ritornello/strofa, in cui però il bridge si lascia andare a quella psichedelia di cui è ricco un certo panorama rock contemporaneo e si protrae in un pattern ritmico ossessivo e coinvolgente.

Il risultato finale è quello di ritornare a gasarsi di punk, non prima di essere stati ipnotizzati da sette minuti di pura digressione sonica.