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Ligabue

Luci d’America

Ammirabile, la costanza con cui Ligabue pubblica – ogni tre anni, circa – un nuovo disco; disarmante, la semplicità con cui affronta i temi più diversi, continuando a porsi ed esprimersi nello stesso modo che l’ha fatto conoscere fin dagli esordi. Un fedelissimo di se stesso, quindi.

A questo giro, però, c’è una novità. Dietro il banco di regia siede Federico Nardelli, produttore degli album di uno dei più apprezzati artisti del nuovo indie italiano: Gazzelle.

Sarà mica che Luci d’America voglia essere una potente virata del rocker di Correggio verso sonorità indie? Manco per sbaglio.

La nuova canzone del Liga è il solito mid-tempo pop-rock con giusto qualche schitarrata e il solito testo pieno zeppo di "vieni qui", "vino" e "spettacolo", che faranno sicuramente la gioia dei suoi fedelissimi. E di ben pochi altri.

Il singolo si muove tra sonorità che richiamano gli U2 post-Pop e qualcosa che ricorda da vicino il Bruce Springsteen meno ispirato (le voci del coro fanno subito pensare a una delle più grandi porcate incise in studio dal Boss: Worlds Apart). Nonostante il nuovo produttore, comunque, Ligabue non cambia di una virgola e questa è l’ennesima occasione mancata per rinnovarsi.

(poco male: ci si risente fra tre anni)

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Uno dei nuovi, giovani protagonisti dell’imminente terza stagione di 'Stranger Things'

Ian Brown

First World Problems

Riassumiamo il tutto con la poesia ermetica di uno stagista dell’ANSA: il (non più) ex cantante degli Stone Roses torna in pista con un nuovo singolo da solista.

Ora proviamo ad analizzare passo per passo questo solo apparentemente banale lancio d’agenzia: in una manciata di battute è riassunta l’intera vita di un uomo e, in particolare, la sua movimentata carriera fatta di alti e bassi alternati a tira e molla, sempre e comunque ballati attorno a una delle più importanti band del cosiddetto Britpop.

Poche, misere parole per immaginarsi la parabola sinusoidale di questo tizio che un tempo era il cantante degli Stone Roses, ma che poi ha sciolto gli Stone Roses e ha intrapreso una brillante svolta solista, che successivamente ha chiuso baracca e burattini per un bel po’ di anni e adesso, una volta riformati gli Stone Roses ed essendo tornato a tutti gli effetti a essere il cantante degli Stone Roses pare tutt’altro che propenso ad abbandonare il progetto parallelo incentrato su se stesso e non avere nessuna intenzione di smettere di prendersi cura del suo orticello in cui coltivare fondamentalmente gli stessi fiori e le stesse pietre, ma senza gli altri del gruppo che gli dicano con quanta acqua innaffiarle e quali fertilizzanti usare, lasciando così adito a tutte le speculazioni del caso riguardo a un eventuale, ennesimo scioglimento di una delle più importanti band del cosiddetto Britpop.

Ottimo lavoro, insomma: il ragazzo promette bene e meriterebbe di essere promosso almeno al ruolo di pubblicista. Lo stagista, dico.

Ian Brown, invece, ragazzo non lo è più da un po’, ma il suo ego si sente lo stesso addosso poco più di vent’anni. Infatti, torna a far capolino con un singolo (che anticipa il nuovo album Ripples, in uscita a marzo) in cui non perde l’occasione di citare se stesso, in quello che è, a tutti gli effetti, un omaggio allo specchio piuttosto che una semplice operazione-nostalgia.

Bisogna dire che i segni della vecchiaia ci sono in realtà tutti e vanno ben oltre gli ottimi capelli brizzolati (non necessariamente un male): il set spostato da un brulicante centro città a una bucolica campagna rurale, la bici non più così certa della sua direzione ostinata e contraria, ma che oscilla in un avanti e indietro vagamente indeciso, e soprattutto, tra le righe, la conferma tardiva di uno dei più grandi talenti – forse sprecato – del pop contemporaneo.

L'allegro archeologo

Kodak Black

Close to the Grave

Ennesimo singolo del secondo album ufficiale Dying To Live, ma stavolta Kodak Black è in veste molto tetra e introspettiva. Non che sia mai stato allegrissimo, eppure qui c'è qualcosa di molto brutto sotto quella pala e quella terra smossa. E lui, sopra, non fa che agitarsi, dicendo di voler tenere una roba chiusa nella tomba e condendo il terreno con qualche bibita gassata, alcolica e iperglicemica.

La notte è fredda e nera. E tu sei un nero con un giubbino nero e un nerissimo casino in testa, da cui fatichi ad estraniarti. Parte la base: triste, toccante e che rolla e blurpa pianolismi nella tenebra sparsa come un treno (l'ultimo treno di passaggio).

Il rapper americano se ne sta lì e lo vede avvicinarsi, il suo ciuf ciuf; non ci fa salire su il culo inumidito dal suolo notturno, però, ma una criptica confessione, fatta di rabbia e dolore in rima. Il carico di depressione hip hop continua a titillare sui binari della disfatta, e lui resta indietro: ha vuotato il sacco. E ora ci sbatte forte una pala sopra.

Di recente, Kodak è stato arrestato per via di un video passato su Instagram, in cui porge a un ragazzino due canne: una con il tamburo in cima e l'altra piena d'erba allegra. Vabbè, dai: in realtà non è un autentico ragazzaccio, anche se i suoi testi parlano di crimini – non si capisce se commessi e ancora da spammare, o da commettere ma già inscenati nella speranza di celebrarli in musica.

Nessuna radice per Alice

Alice Merton

Funny Business

Alice Merton è una che ha viaggiato parecchio. Nativa di Francoforte, ha girato il mondo appresso ai pantaloni sporchi di terra del padre, consulente minerario, e ha finito per ritornare alla propria lingua da adolescente, al fine di poter comunicare con la nonna paterna. Quando ha iniziato a capire che cosa le urlasse, pare che si sia pentita di aver appreso il tedesco.

In ogni caso, ha vissuto in Canada diversi anni e questo guazzabuglio culturale non si è mai risolto; anzi, musicalmente parlando, sembra ritrovarsi in un magnifico equilibrio. Basta sentire questa canzonetta, così inquadrata e aerobica ma incanalata in un tubo elettro-pop senza speranza – e che però finisce per sguillare verso la dancefloor più chic e un po' burina tipica della terra fertilizzata dalle alci.

La Merton non ha una gran curriculum alle spalle (oddio: un singolo spaccainternet come 'No Roots' vale già mezza carriera...), ma sembra essere nel music business da un sacco di tempo. Dopo l'esordio con la hit dal bite irresistibile di cui sopra, ha poi continuato a sparare una manciata di cartucce solitarie nelle zone alte della classifica più bunnyhype.

Il 2019 sarà il suo anno, con l'uscita del disco vero e proprio dal titolo refreshing di Mint. A sentire Funny Business, che è una specie di Another One Bites the Dust in Wonderland, diremmo che la ragazzina farà sudare ancora un sacco di epidermide.

Isaac May

Brian May

New Horizons

Non possono sorprendere, un brano del genere e un video del genere, se dietro c'è Brian May. La sua passione per le stelle è risaputa. La sua laurea in fisica, pure. Il testo non dice grandi cose, potevano scriverlo pure i Greta Van Fleet, ma è suggestivo che sia stato lui a firmarlo.

Quello che davvero stupisce, invece, è la freschezza con cui ci avvolge una composizione inedita di questo signore – sempre più fisicamente somigliante a Isacco Newton, certo, ma che in veste di chitarrista, negli ultimi anni, sembrava più che altro una statua natalizia costretta a deambulare negli interminabili androni del revivalismo disneyano.

Già dai primi anni '90, dalla fine dei Queen, Brian non ha saputo nascondere il suo irrefrenabile bisogno di continuare a mantenere vivo il contatto con le grandi platee, rinfocolando la leggenda che lui stesso ha contribuito a creare fino a renderla quasi una parodia (il discorso solista, più sano e rispettabile ma di certo meno elettrizzante e remunerativo, ha pensato bene di accantonarlo).

Eppure New Horizons è una cavalcata sinuosa ed elegante, magari non potente come certi episodi di Back to the Light, ma nemmeno una soft-space rock song da anestesia odontoiatrica. Alla fine, il pezzo regge bene e conquista anche chi non sentiva proprio il bisogno dell'ennesimo risveglio dinografico.

Da qualche parte fra Fedez e i Bring Me The Horizon

GionnyScandal

Ti Amo Ti Odio

«Vorrei mandarti un messaggio proprio adesso, ma ho visto da una storia che sorridi lo stesso»: se siete ultra-trentenni e volete farvi un'idea di come gli adolescenti vivano l'amore di questi tempi, GionnyScandal e il suo "emo-trap" sono un ottimo punto di partenza.

Tutto il testo di Ti Amo Ti Odio, per chi ha vissuto i primi anni '00, fa balzare alla mente la parola "emo", nella sua accezione carica di significati leggermente negativi di esasperata emotività adolescenziale, quella per la quale un sorriso rivolto al prossimo è una tragedia.

Tolti però i riferimenti social e i protagonisti del video (Marta Losito e Valerio Mazzei: spiegare chi siano e perché rappresentino "la coppia teen più social del momento" è complicato, ammesso che ne valga la pena), si trova una canzone d'amore del tempo delle mele con la quale si può facilmente empatizzare – fra chi si mette in bocca una sigaretta usata per sentire il tocco delle "sue" labbra e chi non lava le lenzuola per sentire il "suo" profumo.

Musicalmente, il lato "trap" è in realtà poco spinto; il flow di Gionny scorre quindi in modo piacevole (senza troppo Auto-tune).

Se si è raggiunta una certa età, è inutile combattere o criticare: accanto a noi ci sono ragazzini seguiti sui social da centinaia di migliaia di coetanei, che si "prendono male" per una Instagram Story, ma che si possono anche vestire di rosa e rimanere virili... Immergetevi nel mondo di GionnyScandal, giusto per capire di che cosa stiano parlando (e come) i giovani d'oggi.

Carpenter Brut

† LEATHER TEETH †

Chi ha detto che ai metallari non piace ballare? Lo sanno bene i Carpenter Brut che, con la loro synthwave fatta di croci capovolte e immaginario orrorifico, sono ormai diventati gli Eiffel 65 della disco music metallara.

Con questa † LEATHER TEETH †, il compositore francese – figlio illegittimo di Iron Maiden e Daft Punk – recupera ancora una volta l'estetica da film horror storicamente cara popolo borchiato, sovrapponendola ai pattern tipici del territorio elettronico più tamarro e godereccio.

Carpenter Brut ci sa fare. E parecchio. Truculento con talento: un gusto compositivo a suo modo raffinato, senza essere volgarmente ancorato solo a bassi spinti "a cannone" e synth pop facilone anni '80.

120.000 iscritti sul canale Youtube e 85.000 "like" su Facebook hanno portato il nome del DJ transalpino nelle playlist di tutti: quelle dei festival di nicchia come il Roadburn, quelle delle folta platea del Primavera Sound, quelle dei locali r'n'r... e oltre (compresa una certa popolarità di culto in America, dove nel 2018 hanno supportato dal vivo i Ministry). Insomma: tutti coloro che apprezzano la goduria del dancefloor, rigorosamente al nero.

Simboli fallici e come venirne a capo

Manchester Orchestra

The Silence

Come ogni vuoto o assenza, raccontare il silenzio è così complicato che, paradossalmente, vale tutto. Da un estremo a un altro: se John Cage aveva scelto il modo più ruffiano, regalandoci 4:33 minuti stracolmi di nulla, i Manchester Orchestra diciamo che, almeno... trovano le parole.

The Silence è la traccia che – idealmente, concettualmente e cronologicamente – conclude il loro A Black Mile to the Surface, un album risalente ormai a quasi due anni fa e che nel 2017 fu in pratica del tutto ignorato in qualunque bilancio di fine stagione, ma su cui verseremo opportuni fiumi di lacrime di coccodrillo quando, tra dieci anni, faremo le classifiche di dieci anni fa.

Non c’è niente di male: dopotutto rivalutare le cose a distanza di tempo (anche fossero solo i propri silenzi) , dovrebbe essere come minimo di buon auspicio per fare i prossimi resoconti meno alla cieca.

Quando si tratta di una canzone, l'onore (e l'onere) della chiusura del cerchio spetta all'ultimo verso e qui, nello specifico, «Let me open my eyes and be glad that I got here» riporta tutto (e tutti) a casa, mandando a quel paese Thomas Stearns Eliot e Tiziano Terzani, Gotthold Ephraim Lessing e i creativi della Campari, le teorie dell’amore tantrico e la pratica dell’eiaculazione precoce o, in generale, tutti quei gran cervelli che non hanno comunque voluto perdere l’occasione di pontificare su percorsi, punti di arrivo e prospettive di raggiungimento di miraggi all’orizzonte.

Perché magari è vero che il bello del viaggiare è il viaggio in sé e non la meta e che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, ma anche sapere dove si sta andando e – magicamente o meno – ritrovarsi proprio lì, conforta come la conclusione di un’odissea domestica e aiuta a non perdersi. O quantomeno a inciampare con più consapevolezza.

Se poi c’è qualcuno che ancora ha il coraggio di sostenere che provare a dire tutto questo con una traccia di nove minuti è un controsenso, mi spiace, ma di viaggi, di attese e soprattutto di piacere... non ha capito un beneamato cazzo.

Io non sono cattivo, è che mi disegnano così

Axl Rose

Rock the Rock

Ricordate Bugs Bunny, Duffy Duck e compagnia bella? Quante ore avete passato, da piccini, a guardare i mitici Looney Tunes? Quanto tempo avete passato ad attendere Chinese Democracy dei Guns N' Roses, invece?

A undici anni dall'uscita di uno dei dischi più costosi di tutti i tempi, Axl Rose si riaffaccia sull'odierno mercato discografico con un pezzo inedito (non si sa bene registrato insieme a chi), composto appositamente per la terza stagione dei "nuovi" Looney Tunes.

Dopo aver sbandierato l'amore per gli AC/DC, ed esserne pure diventato il cantante ad interim, il frontman pubblica così la sua prima canzone solista che suona come un outtake di Rock or Bust, l'ultimo disco in studio del gruppo australiano. E lo fa in un video – divertente, va detto – dove gli strumenti vengono suonati proprio da quei personaggi che abbiamo amato così tanto.

Il cortocircuito dell'hard rock contemporaneo è tutto qui, in ogni caso: tra un riff rubato ad Angus Young e l'ex dio del palco Axl Rose diventato, infine, la "vera" parodia di se stesso.

Masticando intensamente tabacco

Randy Houser

No Good Place to Cry

Forse immaginate il country come un genere fatto da gente con dei grossi cappelli da cowboy, stivali con lo sperone, una scodella di fagioli a tracolla intorno alle orecchie e una chitarra a tamburo tra le mani... in effetti è così.

Questo genere rimane orgogliosamente ancorato ai propri stereotipi ammerigani e difficilmente se ne discosta per qualcosa di inaspettato.

Poi c'è Randy Houser, da Lake, Mississipi. Questa minuscola cittadina del sud è conosciuta anche per la strana forma delle proprie nuvole. Il suo pargolo la onora con un canto densissimo, indolenzito dall'amore e corroborato nella solitudine alcolica e iperglicemica.

Come in No Good Place to Cry: un titolo così tipicamente melodrammatico, da balera western dei Good Ol' Boys, ma che designa una ballata profondamente blues, elegante, in cui si avverte più l'influenza di Elton John che di Willie Nelson.

Il video mette in scena la classica situazione da crocerossa country: una storia molto triste, fatta di padri morenti, relazioni travagliate, incomunicabilità e bar semivuoti. Eppure non c'è un briciolo di retorica: tutto fila via liscio lungo la schiena dell'ascoltatore, come una calda carezza al termine della notte.

Siamo rimasti al verde!

Bring Me The Horizon

Medicine

Medicine è una buona canzone pop. Così, tanto per scrollarci subito di dosso i dubbi sul genere che oggi propongono gli ex cruenti metallari Bring Me The Horizon.

In realtà, crediamo, il pezzo vorrebbe essere quantomeno rock nelle intenzioni. Ma data l'intensità eeeasy dei suoni, la levigatezza elettronica delle chitarre e delle grida in coro, pare più di assistere a una mattanza compiuta con asce di peluche a una convention di muti.

Quello che conta davvero, però, è il video. Fatto interamente in computer grafica, nonostante la totale assenza di realismo, finisce per essere uno dei clip più rivoltanti e destabilizzanti degli ultimi anni, con denti canterini gelatinosi e una colonna dantesca di verminosi corpi dannati che si infila inarrestabile nella bocca cesarea dei personaggi.

Tra scultura classica e cyber surgery, anche stavolta il gruppo inglese finisce per non passare inosservato.

I ragazzi non puntano sull'abbronzatura

The Chainsmokers

Beach House

Una coppia di DJ che sa fare il pane caldo per gli spiantati da romanzo.

Una baguette romantica non si nega a nessuno e chiunque, oggi, può chiedere alla donna della sua vita dove sia finita. Perché è chiaro che esista: a un sognatore, non la si può rifiutare un'anima gemella: vero? Verrebbe in mente il vituperato Lewis C.K. quando diceva che NO! Non tutti hanno "qualcuno".

Non tutti avranno una persona pronta ad amarlo/a, ma intanto i Chainsmokers fanno di tutto per concedere a chiunque un pentagramma sacrale su cui invocare "somebody to love". Da qualche parte, lei c'è: chiudendo gli occhi, con Beach House nelle orecchie, o fissando le stelle su nel cielo, con Beach House nelle orecchie, arriverà il cuore affannato di lui a rimbombarle nei padiglioni auricolari.

Cosa faremmo senza il pop? Il mondo smetterebbe di sperare, quel tanto che basta per non disperarsi troppo. E sembriamo crudeli a stroncare l'anima plastilinica di questo pezzo. Che poi il pezzo si intitola tipo "casa sulla spiaggia", ma apparentemente non c'è alcun legame con il resto – e tanto meno nel video, in cui si vede Alex Pall che allarga le braccia in maglietta della salute su sfondi bucolici, mentre intona un lamento bombastico.

I Chainsmokers hanno ragione, però. Basta multimedialità, torniamo al vecchio esoterismo telecinetico. Il loro album Sick Boy ha già piazzato tutti e dieci i brani della scaletta nella classifica dei singoloni da filodiffusione mercantile: non possiamo che accettarli, quindi, un po' come si fa con i compromessi storici, i governi tecnici e le emorroidi.

A sud di nessun nord

Deerhunter

Death in Midsummer

C'è sempre quella tiepida malinconia biblica, dentro le parole di Bradford Cox – che ancora non si è lasciato alle spalle il ruolo in Dallas Buyers Club – e dei suoi Deerhunter. Lo conferma la "popedelia" del nuovo singolo Death In Midsummer, anticipatore dell'imminente Why Hasn't Everything Already Disappeared?

In un immaginario da America rurale, Cox cammina come un novello, bittersweet Richard Ashcroft e si permette anche di sfoderare un vestitino giallo sull'altalena dei panorami della Georgia. Un po' Red Dead Redemption, un po' Buon Compleanno Mr. Grape.

Il tono del brano richiama un panorama consueto per la band di Atlanta: dream pop da perfetta playlist indie, con una chitarra che, a un certo punto, riesce anche a stagliarsi sulle tastiere e sul clavicembalo della cantautrice gallese Cate Le Bon (che rispunterà fuori come ospite anche in altri pezzi del nuovo album).

La canzone sembra ispirarsi al centenario della rivoluzione russa, ricorso nel 2017 durante le registrazioni dell'album. E proprio quel sentore autunnale di foglie cadute, panorami che sfumano e ricordi che aleggiano nella memoria rende Death in Midsummer un altro gioiellino della già preziosa collezione dei Deerhunter.

La posa di chi se ne frega

Caso

Fosbury

L'hinterland di Bergamo non deve essere poi così diverso da quello di Ferrara: un orizzonte disteso a perdita d'occhio in quell'irresistibile nulla padano, solo idealmente confinato tra un film dell'orrore sbiadito, un'autostrada con visibilità ridotta causa nebbia e, sullo sfondo, le luci aliene di una qualche centrale elettrica.

Non a caso (perdonate l'inevitabile gioco di parole), Andrea Casali si porta dietro ormai da anni la scomoda etichetta di un Vasco Brondi che non ce l'ha fatta.

Per fortuna, verrebbe da dire. Perché in questo modo – mentre la parabola brondiana consumava tutto il proprio arco fino a cortocircuitare volontariamente il suo lume, per evitare di essere spremuto fino alla buccia da quella sanguisuga che è il concetto di "indie italiano" – Caso si è potuto permettere il lusso di non diventare nessuno, sempre fedele al suo piccolo mantra punk che gli impone di non confondere mai popolarità con qualità e successo, continuando a fare il suo mestiere e cioè quello di "scrivere canzoni che non piacciono alla gente" (come dice lui stesso, con quel tocco paraculo di chi mente sapendo di mentire).

E così è andato avanti per quattro album, sempre convinto che ogni disco nuovo fosse l'ultimo. Non c'è mai riuscito. Non ancora, almeno, visto che Ad Ogni Buca è il quinto (il secondo, dopo il precedente Cervino, in cui abbandona la solitudine acustica per un sound più elettrico sorretto da una vera e propria band) e già in un attimo riesce a far impallidire i precedenti, riportandoci senza particolari rimorsi dentro fino al collo in quel rock secco e scarno che avevamo cercato di dimenticare dopo gli anni '90, suonato come si faceva a quei tempi là: in tre – chitarra, basso e batteria.

Il resto è talento allo stato puro: piccole storie di un'epica quotidiana che uniscono stralci di vita comune, decontestualizzandoli e rendendoli universali.

Adolescenziale, diranno i suoi detrattori, che quelle storie le hanno dimenticate. Post-adolescenziale, diranno coloro che quelle storie se le sentono prudere addosso (anche se non vogliono ammetterlo).

Può darsi, ma la domanda è un'altra, ovvero: dove sta la differenza? Appurato che non si cambia mai, che cos'è l'adolescenza, se non quel periodo in cui ci siamo fatti vedere per quello che siamo, giusto un attimo prima di chiudere paure e ambizioni dentro un baule, facendo ben attenzione a lasciar le chiavi dentro?

Nel senso, se questa deve essere la nostra presunta maturità, ben venga l'amarcord.

Pensieri d'amore per la chitarra

Mark Morton

The Truth Is Dead

Sei il chitarrista dei Lamb of God e, dopo ventott'anni nella band, decidi di dar sfogo alla tua creatività con un disco solista. Hai due strade davanti: un lavoro strumentale in stile Nita Strauss, oppure un album pieno di cantanti tuoi amici (come il primo di Slash del 2010).

Scegli la seconda strada e chiami al tuo fianco nomi importanti come Chester Bennington (prima della sua scomparsa, ovviamente), Jacoby Shaddix, Myles Kennedy, Alissa White-Gluz, Mark Lanegan, Chuck Billy e Josh Todd.

Il primo singolo che fai sentire al mondo, però, ha dei riff "alla Lamb of God" e alla voce, uhm, c'è il frontman dei Lamb of God!

Sì: c'è anche la cantante degli Arch Enemy, ma tutto quanto si riduce ad essere "un buon brano dei LoG": questo dimostra una certa miopia nel sapersi promuovere o, forse, poca fiducia nelle altre canzoni.

The Truth Is Dead non è male, ma tutti i commenti positivi che sta ricevendo sono sulla linea di pensiero "questo è uno dei pezzi migliori dei LOG degli ultimi anni", oppure "wow, era da tempo che Randy Blythe non cantava in maniera così brutale".

La vera sorpresa, quindi, ricade sulle spalle di Alissa, che canta in modo "pulito" tutte le sue parti; nel ritornello, sembra addirittura di ascoltare le tonalità vocali di Cristina Scabbia dei Lacuna Coil.

A livello di testo, pare che Morton si sia mangiato un vocabolario e utilizzi i termini più complicati per darsi un tono, ma è una cosa impossibile da memorizzare. Non sarà sicuramente l'inno da cantare alle manifestazioni contro il governo cattivo che ha ucciso LA verità.

The Taiwan chainsaw massacre

Jolin Tsai

Ugly Beauty

Jolin Tsai è una presenza divina nel mercato mainstream pop orientale. Gira dal 1999 e macina singoli e svolte commerciali con la stessa disinvoltura di un cane pechinese che fa pipì sulla ruota della vostra macchina.

(ok: forse non era il caso di tirare in ballo i cani pechinesi. In ogni caso, avete capito)

Ugly Beauty è sorprendente. La lingua non è l'Inglese, ma non ci si rende subito conto che il confettone synth pop non mastica l'idioma del decaduto imperialismo occidentale.

Il brano è un infallibile "pasticcio" stile-Katy Perry, con un ritornello che Martin Gore dei Depeche Mode avrebbe salutato con una delle sue trascinanti risatine.

L'estetica del video è piuttosto interessante. Sembra lo spot televisivo di qualche assorbente da urlo, trasmesso però dal cervello ammaccato di un cyborg pechinese.

(ok: forse anche qui non era il caso di tirare in ballo il quadrupede cinese)

Nell'insieme, tutta la bambolata è realizzata con grande mestiere. Tre minuti appena di mugugni e sospiri, e quel pizzico di spezia taiwanese per aromatizzare con un po' di esotismo la classica polpetta da MacTV.

Il finale del brano è brusco, però, e lascia un interrogativo inquietante: ne vorremmo ancora, forse?

Portiere di notte

Slowthai

Doorman

Slowthai è il nomignolo di Tyron Frampton: rapper ventitreenne cresciuto nella periferia di Northampton, in un’area colloquialmente chiamata “Bush”.

Northampton non è particolarmente conosciuta per la sua scena musicale, salvo il fatto di essere la casa del Sidewinder – il nightclub che nei primi anni '00 ospitava le serate grime.

Quando tutto questo succedeva, Slowthai era piccolo. Ora è tra i pilastri portanti di quella stessa scena, nella sua evoluzione odierna. I suoi tatuaggi, i capelli tagliati a macchinetta e l’atteggiamento sul palco ricorderebbero più il leader di una band hardcore punk. Ma lui è proprio questo: un Young Signorino molto meno brasato, e con un domani tutto in divenire.

Dopo un EP, Rant, sfornato lo scorso settembre, ora arriva un pezzo da paura che potrebbe consacrarne la reputazione (frutto della collaborazione col produttore Mura Masa).

Una base bastardissima per un MC che rappa come se scrivesse un diario. Tyron dice di aver composto Doorman in un batter d’occhio e spinto dall’"invidia" sociale, dopo aver intravisto dei quadri dal valore esorbitante appesi alla parete di una casa.

Anche in UK hanno la loro trap, insomma.

(no, ecco: scherzavo)

Se non avete specchi in casa, per riflettere (ed essere riflessi) vanno bene anche le finestre

L'Avversario

Le Feste

Il tema del "doppelgänger" sta sicuramente almeno sul podio di quelli che più hanno affascinato l'uomo dai tempi di Romolo e Remo all'attuale governo del cambiamento. La lista dei vari approcci alla questione, anche divisa per ambiti culturali, sarebbe infinita: le barzellette con il poliziotto buono e quello cattivo, Carl Gustav Jung e la sua psicologia analitica, tutta la letteratura costellata di Dr. Jekyll, Mr. Hyde, Dorian Grey, sosia dostoevskiani e visconti dimezzati – per non parlare del cinema (David Lynch su tutti), fino alla musica, con gli epici scazzi tra i fratelli Gallagher e il recente, doloroso split di Paola e Chiara.

L'ambivalenza del doppio, il tempo che si piega su se stesso e ogni conflitto interiore che insinua il dubbio sono appunto i temi riflessi ne Lo Specchio, il primo disco di Andrea Manenti (in arte L'Avversario, dall'omonimo romanzo di Emmanuel Carrère): uno che certo non ama le soluzioni facili e, soprattutto, non ha paura di guardarsi dentro per cercare strade poco battute da percorrere con beata (in)coscienza. Infatti, debutta con un lavoro tanto audace quando complesso: uno "studio-work" scritto, ideato e suonato interamente in sala di registrazione, secondo l’espediente compositivo del canone inverso.

Un album concettualmente palindromo, che si snoda attraverso coppie di canzoni “avversarie”, appunto, che non sono altro che l’una il "reverse" dell’altra: la prima e l’ultima, la seconda e la penultima, fino al brano centrale, oltre la cui metà tutto ciò che abbiamo ascoltato in precedenza ci viene riproposto di nuovo, ma nel senso contrario.

Le Feste – girato a Villa Toeplitz, la cosa più simmetrica che c'era nei dintorni di Varese, da Ivan Vania – è la colonna sonora perfetta per tutti coloro che hanno intenzione di passare il capodanno chiusi in casa, in un volutamente decadente e disincantato faccia a faccia con se stessi, a crogiolarsi dentro una visione puramente epicurea del mondo. Laddove, cioè, ogni moto umano risulta superfluo, finito e mortale: un esercizio di sana allegria, cervellotico e complesso, ma proprio per questo assai intrigante eppure, sorprendentemente, per niente snob e del tutto accessibile.

Straziami ma di chitarre scazzami

Fontaines D.C.

Too Real

Gruppi anglosassoni leggermente logorroici: vengono in mente i Fall, per esempio. La band del compianto Mark E. Smith arrivava dall'Inghilterra, mentre i Fontaines D.C.di cui già vi avevamo parlato in un passato non troppo lontano – sono irlandesi.

Dopo un inizio quasi metronomico che sembra provenire dai primi Fugazi, piovono chitarre in puro stile post-punk; non c’è precisione assoluta e “calcolo” a tavolino, tuttavia, bensì qualcosa di più spontaneamente caotico.

Rispetto ai precedenti singoli, qui le sei-corde dei ragazzi di Dublino sono meno Britpop e più tra il cosmico e lo stonato, fino a unirsi alla voce nel ritornello (generando un godibile lamento elettrico).

Un po' scazzati, vagamente depressi, all'improvviso incazzati. Mediamente, molto bravi.

La novella natalizia intrisa di LSD

The Flaming Lips

Peace on Earth/Little Drummer Boy

Assieme alle dolcezze natalizie, quest'anno mettete sotto l'albero anche la psichedelia zuccherosa, ipersatura e "pitchata" dei Flaming Lips.

Nel 2018 il gruppo americano è riapparso nel suo mondo immaginario fatto di trovate carnevalesche, funghi allucinogeni, arcobaleni luminosi e un'infinità di coriandoli, in occasione della raccolta uscita qualche mese fa (intanto è stato annunciato anche il nuovo album, King's Mouth, atteso per aprile).

L'estemporanea cover del medley Peace on Earth/Little Drummer Boy è tratta dall'incisione del 1977 ad opera di David Bowie e Bing Crosby e sembra calzare perfettamente alle tonalità sgargianti di Wayne Coyne e soci. Come non averci pensato prima, in effetti?

I costumi che strizzano l'occhio a una certa romanità antica, i colori viola anni '90, i "poromporopò" tradizionali, le dinamiche tenute sempre al minimo e il loro tipico candore strafatto: tutto ciò emerge gioiosamente nel video ufficiale della canzone.

La band di Oklahoma City ripesca Scrooge, i fantasmi dei Natali d'annata, le belle storie, i buoni propositi e i propri "rintocchi" tipici. Un gustoso lecca-lecca trasognato, una cartolina d'auguri proveniente da una dimensione parallela: buone feste dai Flaming Lips, a modo loro.