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...E inoltre
I believe in a thing called US

The Darkness

Happiness

L’han detto quelli di NME: l’indie rock dei primi anni zero, quello che ci ha scaricato addosso Arctic Monkeys, Kasabian, The Strokes e The Libertines (e The Razorlight) era un fenomeno basato su capelli e scarpe, più che sul talento. Ora che lo sappiamo, possiamo finalmente dare il nostro amore a chi lo meritava davvero: i Darkness.

Sì, loro; quelli che che, negli ambienti snob, parevano più una barzelletta che una band. Per altri erano semplicemente brutti ma bravi, a cavallo tra parodia e rispetto per i mostri sacri dell'hard rock. In ogni caso, troppo per NME – che dal 2015 è diventato "a nationally distributed free publication"; insomma, ormai lo compravano quattro gatti.

Dopo il successo planetario di due album azzeccati, Permission To Land del 2003 e One Way Ticket To Hell… And Back del 2005, i Darkness andavano in pausa, e Justin Hawkins andava a disintossicarsi da coca e alcool. In un’Inghilterra "fatta" di Amy Winehouse perennemente braccata dai paparazzi sulla porta di casa, e Kate Moss che pippava nei backstage con Pete Doherty, la clinica di disintossicazione faceva molti più titoli dei numeri uno in classifica.

Si pensava che la band fosse finita; e invece no.

Dal rientro sulle scene con Hot Cake del 2012, i Darkness son stati incessantemente in tour a picchiare duro. Con e senza i Guns N' Roses, e con una recente data a Milano in cui hanno subito pure il furto dell'attrezzatura dal tour bus. Siamo in pieno This Is Spinal Tap.

Hawkins ha stravolto il suo look; la sua voce non arriva più altissima, la formazione è cambiata un paio di volte, ma le canzoni sono sempre un blocco di marmo: barocche quanto basta, strutturate per suonare allo stadio. A proposito: grottesco pensare che l'attuale batterista sia Rufus Tiger Taylor, figlio di Roger Taylor dei Queen.

Happiness è il nuovo singolo tratto da Pinewood Smile, il loro quinto album uscito lo scorso ottobre. Un singolo che trascende il concetto di "anthemico".

Nota: la copertina dell'album è una delle più brutte che la storia del rock abbia visto.

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