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Bob Cornelius mentre scappa inseguito dal guardiano di un noto cimitero di Melbourne

The Bloody Beetroots + JET

My Name Is Thunder

Che il progetto di Sir Bob Cornelius Rifo fosse a rischio megalomania era una cosa evidente fin dagli albori. Dopotutto, la rapidità con cui il baronetto di Bassano del Grappa ha portato i Bloody Beetroots dai piedi delle Prealpi Venete ai palchi dei più grandi festival europei implicava necessariamente – oltre che un talento che non si può non riconoscergli – una buona dose convinzione nei propri mezzi e di faccia come il culo.

Megalomania che diventa ufficialmente dichiarata con il loro nuovo The Great Electronic Swindle, mastodontico monolito di venti tracce, stracolmo di ospiti (a volte anche improbabili), che si pone come il loro lavoro forse più ambizioso, in quel suo tentativo di prendere l’estetica punk rock e frantumarla in BPM sulla timeline di Ableton Live, smascherando una delle più grandi truffe (e fuffe) dei nostri giorni e rivelando la brutta fine che sta facendo la (o almeno un certo tipo di) musica elettronica da stadio.

Il piano è evidente e, temo, nemmeno troppo (auto)ironico: ridefinire il concetto di “tamarraggine” e spargerlo come la peste a sanificare la "rave culture". Diventare, a seconda dei momenti, gli AC/DC dell’electro, i Korn dell’EDM, i Guano Apes del Sónar o i Darkness della consolle. A costo di distruggere tutto per ricominciare da (ground) zero. Una roba rischiosa, il cui risultato è tutt’altro che garantito e potrebbe rivelarsi sì una svolta epocale, ma anche ritorcersi loro contro riducendoli allo status di 30 Seconds to (Bruno) Mars italiani.

Il tempo calerà la sua sentenza.
Per ora l’unica cosa certa è che – novello Machiavelli – il buon Bob è purtoppo disposto a tutto, pur di raggiungere il suo scopo: anche a improvvisarsi resurrezionista, per riesumare un cadavere che ci auguravamo fosse ben sepolto come quello dei JET.

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