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...E inoltre
Rotta per casa di Dio, ci siam fottuti la festa

The National

The System Only Dreams In Total Darkness

Chi scrive non ha la dubbia smania di cantare fuori dal coro, il coraggioso salmone controcorrente. Quando critica qualcuno lo fa con sincero timore di ferire i sentimenti di chi in una musica o un artista vede un momento di redenzione. Ogni volta che i fans di una star hanno rovesciato la loro rabbia sul sottoscritto, il grido più comune è stato: «Ma chi sei?!».

In parte, è uno slogan riconducibile alla sensazione che un critico che non appare ad Amici non abbia diritto di esprimersi nemmeno su un blog. Ma nasconde una controcritica plausibile: chi sono io, per dir male dei The National? Per trovarli banali, prevedibili, deplorevoli? Per sospettare che siano la versione outlet della depressione, e che ai loro fans il naufragar sia dolce in questo mare di broncio?

Di certo è un’idiosincrasia personale: è aver già, come dire, goduto di tanti inconsolabili precursori di Matt Berninger in epoche precedenti. Del resto la loro catena di montaggio di brani opachi manda in solluchero le barbe dei ciccini di Pitchfork, che da dieci anni premiano immancabilmente i loro lavori come “best new album” e si lanciano in interminabili gnagnere piene di svolazzi incredibili per spingere I loro piangina preferiti, incidentalmente meritevoli di pubblicare con la prediletta 4AD.

Questo singolo dal titolo adeguatamente cupo (che annuncia l’album Sleep Well Beast in uscita a settembre – copertina in bianco e nero: toh, un’altra), malgrado un piglio ritmico insolitamente incalzante, non devia dai precedenti studi nelle infinite possibilità del monocorde.

E tuttavia lascia interdetti come, nella gara ad accattivarsi studenti di filosofia infelici e quei giovani genitori che comprano ai loro bambini di otto anni le magliette dei Joy Division per immortalarli su Facebook (e giù cuori! Like! Emoji sorridenti!), quei momenti delle serie TV in cui nasce il sentimento e nasce in mezzo al pianto, quelle puntate di Jimmy Fallon (e prima, David Letterman) in cui c’è bisogno della "credibilità indie", gli adottivi newyorkesi distruggano gli avversari europei Editors.

Su Spotify, per i primi si ragiona in termini di decine di milioni di ascolti; per i secondi soltanto due pezzi si inerpicano a nove milioni. Da cosa dipende? Chi scrive si chiama fuori, anzi si offre come bersaglio dell’accusa del testo: «The system only dreams in total darkness: why are you hiding from me? We’re in a different kind of thing now. All night you’re talking to God». Se anche a voi pare nebuloso, ecco la spiegazione dello stesso cantante (a Pitchfork, ovviamente): «For me, is a hibernation – the dark before the dawn sort of thing. That one’s less about relationships than it is more of the strange way our world and our idea of identity mutates – sometimes overnight, as we’ve seen recently. It’s an abstract portrait of a weird time we’re in».

E su questo non ci piove: "weird time" davvero.

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