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La traccia del giorno Perchè ogni giorno abbia la sua O.S.T.
Che genere facciamo? È venuto il momento di fare luce

Toothgrinder

The Shadow

Sono giovani, i Toothgrinder (made in New Jersey, Asbury Park, per l'esattezza; la stessa di Greetings From Asbury Park, ma le similitudini col Boss terminano qui): giovani ma bravi. Alle spalle hanno un buon disco come Nocturnal Masquerade, lavoro che nessuno è riuscito bene a capire se fosse metalcore, progressive, djent, o cosa diamine altro; imbarazzo che persiste e se possibile si amplifica con il recente Phantom Armour, da cui The Shadow è tratta.

Peraltro, quando hanno chiesto al cantante di citare le sue influenze principali, il buon Justin Matthews s'è preoccupato di non posizionarsi in una nicchia troppo angusta, citando Pink Floyd, Tool, Mastodon, Faith No More, Black Sabbath. Sarà che siamo vicini ad elezioni, ma mi è tornato in mente quando una decina di anni fa Walter Veltroni snocciolava i numi tutelari del PD, mettendo assieme Chaplin, Kohl, Gorbaciov, Sacco e Vanzetti, Volonté, Redford, i fratelli Kennedy, Foa, Bachelet, Enrico Berlinguer, Zaccagnini, Craxi, Obama, Aung San Suu Kyi, Nelson Mandela, Rigoberta Menchú e Gandhi (e anche in questo caso le similitudini tra Matthews e Veltroni terminano qui).

Quello che è certo è che, nell'ambito della diffusa prassi di alternare violente cartellate sui denti con chorus melodici, e growling vocals con cantato pulito, gli americani risultano piuttosto interessanti, e almeno per quanto concerne The Shadow il rimando a Mastodon e Tool non è totalmente campato per aria. Il video invece sì, ma ehi – siamo qui per la musica, no?

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Born in the U.S.A. (anzi, no: a Cuba)

Ministry

Antifa

Al Jourgensen detesta le autorità politiche più di ogni altra cosa. Quelle del suo paese, in particolare. E così, dopo che nello scorso decennio si è addirittura speso in una trilogia di dischi contro George W. Bush, oggi è il turno dell’attuale Presidente degli Stati Uniti.

Donald Trump è un bersaglio fin troppo facile per l’indignazione rock, ma il leader dei Ministry possiede uno stile personale: sparare a zero. Certo: ci si chiede se valesse la pena riesumare per l’ennesima volta la sua band più famosa, già data per morta e sepolta da lui stesso una decina d’anni fa… D’altronde, mai fidarsi di un tossico: e tossico, compiaciuto e recidivo, Jourgensen lo è da una vita, come ampiamente testimoniato anche dalla sua (a tratti) spassosa autobiografia.

Musicalmente parlando, questi Ministry appaiono poca cosa rispetto al passato – quasi una rimasticatura scolastica delle proprie canzoni più famose. La lettura più corretta, però, potrebbe essere un’altra: il musicista di origine cubana “utilizza” il gruppo come un assegno da incassare, per drogarsi e ripulirsi ciclicamente, riservando al solo lato lirico ed estetico la propria ispirazione.

Il gioco vale la candela? Forse no, ma è pur sempre confortante sapere che, accanto all’America ottimista raccontata da Bruce Springsteen, c’è sempre quella dannata di Al Jourgensen.

Non mi ricordo mai dove tengo il crick...

Alex Cameron

Politics of Love

Alex Cameron ha costruito la sua carriera solista utilizzando sintetizzatori analogici per celebrare tutto un suo personale cast di perdenti e raccontando, con sonorità sfacciatamente “eighties”, storie di deliranti fannulloni (riuscendo sempre a farle risultare allo stesso tempo ferocemente divertenti e curiosamente profonde).

Spesso – in particolare nell’ultimo Forced Witness, di cui Politics Of Love è proprio la traccia finale – ha chiesto aiuto al “partner in crime” Roy Molloy che, con il suo sax, certo non ha mai contribuito a rendere meno “anni 80” tutta la faccenda (anche senza stare a scomodare cose turpi di papettiana memoria).

In questo caso proprio il sassofonista si è preso anche la briga di scrivere la sceneggiatura del video, forse perché voleva essere sicuro che le loro straordinarie capacità attoriali fossero messe adeguatamente in risalto: Cameron bravissimo nell’allontanarsi lentamente dalla camera, caracollando con stile a dir poco originale fino a scomparire all’orizzonte; Molloy semplicemente da Oscar nella sua interpretazione della “strategia dell’opossum”, ovvero fingersi vittima di un colpo d'arma da fuoco al volante di una macchina da rottamare.

Il resto è un plot immobile che trasla nel mondo dei videoclip musicali l’amore per i titoli di coda già teorizzato a suo tempo in Santa Maradona, mandando in sovraimpressione praticamente tutti i testi del booklet del disco, in mezzo ai quali si intravedono svariati ospiti di un certo livello (Angel Olsen, Kirin J. Callinan, Brandon Flowers dei Killers, Jonathan Rado dei Foxygen).

Riassumendo: l’ultimo singolo di un album che è anche la canzone di chiusura dell’album stesso e delle immagini che per raccontarla partono dalla fine e lì rimangono, a sciorinare soltanto una lunga serie di credits. In altri termini, la colonna sonora perfetta per questi pochi restanti giorni dell’anno, tempo di bilanci, retrospettive, classifiche, chiusure di inventari e richieste di attenzione last-minute.

Il gruppo in un raro momento di svago

30/70

Nu Spring

Non so bene che cosa sta succedendo ultimamente, in Australia. Non se ne sentiva parlare così tanto dai tempi in cui Kylie Minogue e Michael Hutchence degli INXS erano fidanzati.

Sarà che questa tasca di mondo può essere un vero incubo di logistica, col risultato che tutto costa uno sproposito, e la musica, molto più che dalle nostre parti, è un bene di lusso (dischi, club, concerti: un vero salasso). In più, gli australiani hanno a che fare con un governo federale che negli ultimi anni ha dato un taglio netto ai fondi stanziati per l’arte e la cultura. Forse si deve proprio a questo, paradossalmente, quell'esplosione di talento e vitalità che ha il suo cuore pulsante a Melbourne.

A prescindere dal fenomeno Sia, campione nazionale di streaming nel 2017 (lei è di Adelaide, però), c’è un nugolo di gruppi, produttori, DJ, etichette “aussie” ben proiettati verso il resto del mondo.

Come i 30/70, un collettivo di giovani musicisti che fonde il jazz a elementi di afrobeat, funk e neo-soul: una miscela che il singolo Nu Spring racconta molto meglio di ogni definizione. È il primo tratto dal loro secondo album, Elevate, fresco di uscita su Rhythm Section.

Il cuore della band è un quintetto, che però arriva a undici elementi quando la musica chiama.

Da archiviare nella sezione: "Gruppi che piacerebbero a LoreJova".

Qualche volta "love is not enough", per dirla con Trent Reznor :(

Linkin Park

Crawling (One More Light Live)

Le notizie di agenzia riportano freddamente che One More Light Live uscirà il 15 dicembre, domani, e conterrà sedici brani tratti dall'ultimo tour – ultimo in senso cronologico, e chissà se anche assoluto – organizzato in supporto a One More Light, settimo disco da studio dei Linkin Park. A rendere tutto un po' più caldo, c'è la scelta della Warner di pubblicare come singolo apripista la versione live di Crawling: che è sì uno dei singoloni del disco di esordio Hybrid Theory, ma che qui compare in versione intimista solo piano (Mike Shinoda) e voce (Chester Bennington).

Ora, sarebbe piuttosto facile fare del sarcasmo, non fosse per il suicidio di Bennington occorso a luglio di quest'anno. Si sarebbe potuto dire che One More Light è un disco talmente mediocre che uno dei brani migliori della versione live è in realtà un singolo del 2000. Si sarebbe potuto nicchiare sulla scelta abusata di rifare un buon pezzo rock in chiave acustica. O dire che Chester – che nel video stringe mani, accarezza guance e bacia paterno sul capo i fan adoranti della prima fila – sembra una via di mezzo tra un guru religioso e la versione compassionevole di Frank Underwood a un comizio politico.

Tutto vero. Ma la cronaca ci costringe ad andare oltre lo snobismo automatico che scatta tra i sedicenti estimatori colti di musica (o di musica colta) quando si parla della band californiana.

La realtà è che i Linkin Park sono stati probabilmente l'ultimo (in senso cronologico sicuramente, speriamo non assoluto) grande gruppo rock da stadio: e un concerto in uno stadio è un evento del tutto particolare, in cui non c'è semplicemente una band sul palco e il suo pubblico sotto; è piuttosto la celebrazione di un rito collettivo con centinaia di migliaia di officianti. Ed è proprio a forza di numeri, se non sempre di canzoni, che i Linkin Park si sono conquistati di diritto la loro mezza pagina nel libro della storia del rock: perché vendeteli voi sessanta milioni di dischi, di cui una trentina con il solo album di esordio!

Ecco che allora tutto diviene coerente: un vecchio brano di successo che cambia pelle, Chester Bennington che flirta col suo pubblico, un'intera arena che canta all'unisono "I've felt this way before / so insecure". Se vedendo il video non vi emozionate, siete senza cuore (e Babbo Natale non vi porterà manco un regalo).

Questo quadro non è esposto al Louvre

Django Django

In Your Beat

Nel video ci sono collage, colori strampalati, effetti psichedelici, un retrogusto vagamente politico/scolastico e il retrofuturismo. I suoni sono plasticosi: synth e ritmica che sembrano usciti dall’incubo di un punk sugli anni '80 e su ciò che odiava ai tempi. La voce e i cori sono il marchio di fabbrica, ma più vari ed effettati del passato (per quel che ci è dato capire).

I Django Django tornano e ancora sembrano, in un mondo totalmente allo sfascio, degli imbecilli che continuano a sorridere ad nauseam: è possibile una cosa del genere? Solo che, alla fine, scava scava, non sono stupidi per niente. Perché trattano una materia come il pop – indie? Non indie? “Chi se ne fotte?” possiamo dirlo? – con una cura che è propria di chi il pop sa farlo e di chi lo conosce per bene: quella della leggerezza.

In Your Beat è un pezzo fatto di epica e abbandono, di piste da ballo («In your beat / Dancing with me») che erano una fuga dalla realtà e che, ora, sono l’unica realtà rimasta se vuoi sopravvivere.

La cosa veramente bella è la gioia: una canzone dei Django Django ha sempre qualcosa che, se non ti lasci andare al cinismo, ti farà muovere le labbra. Fosse per una risata, un sorriso o un mezzo ghigno. È il pop.

Una giovane Monica Vitti sul set de 'La Ragazza Con La Pistola'

U.S. Girls

Velvet 4 Sale

La liaison tra USA e Canada è sempre stata – come si sarebbe detto ai tempi del primo Facebook – una “relazione complicata”: i due paesi (e rispettivi popoli) si sono amati e respinti, mischiati e separati, invidiati e presi per il culo sotto svariati punti di vista, sin dai tempi della guerra per il confine dell’Alaska, passando per gli sketch di Trombino e Pompadour durante South Park, per arrivare all’ultimo singolo di Neil Young.

Parlando di Meghan Remy, sicuramente rimaniamo in tema, anche se la situazione viene ulteriormente incasinata. C’è un’artista mezza Yankee e mezza Canuck che, nel 2007, ha messo su una band negli Stati Uniti e poi ha deciso di trasferire a Toronto baracca e burattini (nello specifico gli altri membri del gruppo), una volta sposato il musicista canadese Max “Slim Twig” Turnbull. Come se non bastasse la band in questione l’aveva chiamata pure U.S. Girls. Buffo, no?

Purtroppo la parte divertente finisce qui. Sì, perché Velvet 4 Sale, secondo singolo che anticipa l’imminente nuovo album In A Poem Unlimited, parla di cose estremamente serie e mette il dito dentro una piaga tanto dolorosa quanto attuale, fatta di violenza domestica, abuso di autorità e voglia di vendetta, lasciando in sospeso quel dubbio atroce che ci fa chiedere se permettere che donne e bambini inizino a girare armati (non) risolva la cosa.

Lo fa con il sound di un thriller anni ‘70, un pop malaticcio con qualche venatura jazz (forse figlia del sample rubato a Witch Hunt di John Cameron, tema della colonna sonora di Psychomania) e un video, diretto dalla stessa Meg in partnership con Alex Kingsmill, che accetta di scendere al livello narrativo di NCIS, pur di lasciarci la speranza che tutti gli Harvey Weinstein di turno facciano quella che potremmo chiamare “la fine del Lemming solitario”: volontariamente giù da una scarpata, ma senza nessuno che lo segua.

Se non i suoi simili, appunto.

Non una Smith qualsiasi

Gizelle Smith

Sweet Memories

Ah, la voce: che strumento meraviglioso. Ma da sola non basta, per quanto bella e intensa, anche se dieci anni e oltre di talent show hanno provato a farvi credere il contrario.

Prendete Gizelle Smith, da Manchester: un “maestro” di tutto rispetto (il padre americano, Joe Smith, suonò anche con i Four Tops), un’importante educazione musicale coltivata fin da bambina e, negli ultimi anni, una lenta scalata commerciale la cui tappa più significativa rimane la pubblicazione del disco This Is Gizelle Smith & The Mighty Mocambos (2009).

Insomma: talento e apprendistato non mancano, eppure l'artista inglese sta ancora sgomitando nell’underground e aspettando l’occasione giusta. Oggi ci troviamo alla vigilia del suo primo album solista, Ruthless Day, anticipato da questo singolo.

Sweet Memories mette in mostra il suo pregevole eclettismo vocale, sostenuto sia da una composizione intrigante, sia da un’esecuzione competente. Questo è il lato più intimista del suo rotondo soul funkeggiante che, già nel lato B dello stesso 7”, trova una controparte più energica, solare e danzereccia.

La lunga ascesa di Gizelle potrebbe essere vicina alla svolta decisiva. Basterà la qualità delle sue canzoni?

I want to believe

Godflesh

The Cyclic End

E se l’avanguardia diventa retroguardia, come la mettiamo?

Per i Godflesh le cose non stanno esattamente così, ma quasi. Tra la seconda metà degli anni ’80 e gli anni ’90 rappresentarono una gran bell’avanguardia, sfiorando persino i confini di un mondo commerciale che, comunque, li avrebbe masticati e sputati fuori in un batter d’occhio. Si sciolsero nel 2002, un minuto prima di diventare la parodia di se stessi.

Tutto bene ciò che finisce ben(ino)? No, perché gli anni ’10 hanno portato l’“inevitabile” reunion, con tutto il corollario di concerti e tour speciali. E
quel senso di nostalgia, nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi. La legge della domanda e dell’offerta vince sempre, oh yeah.

Però, ecco, dai Godflesh 2.0 non possiamo davvero accettare dei dischi banali. A World Lit Only By Fire del 2014 – il primo dopo tredici anni – non lo era; e non lo è pure il nuovo Post Self. Parlare di capolavori e dintorni sarebbe inopportuno, ma Justin Broadrick e G. C. Green ne escono complessivamente bene.

Quando vogliamo ascoltare i veri Godflesh, puntiamo sempre sul passato. Ma se proprio tocca dare una possibilità a quelli contemporanei… questa è la versione ideale: stentorei e glaciali come da leggenda, ma con quel lucente sostrato melodico che, soprattutto all’inizio, aveva così ben caratterizzato i “fratellini” Jesu.

Musica da fine del mondo: vent’anni fa come premonizione, oggi come constatazione.

Altro che pub irlandese...

Molly's Chamber

Wanderlust

È una terra bellissima, selvaggia e ricca di storia, dove le prime testimonianze della presenza umana si perdono nella notte dei tempi. Il suo mare sa essere impetuoso nelle notti di maestrale e gentile nelle giornate assolate di estate, quando il profilo delle sue coste scintilla come smeraldo. Le donne sono bellissime e la birra scorre a fiumi nei bicchieri dei suoi indigeni, gente fiera e combattiva. E vogliamo parlare di quei fari da cartolina, con il mare incazzato che sembra volerseli inghiottire per il solo gusto di farlo? Senza prezzo.

Irlanda? No, Sardegna. Laddove, in primis, si beve molto di più degli irlandesi; in secundis, le donne sono molto più belle e anche noi abbiamo i nostri gruppi Irish, pardon Sardish, con i controcazzi. Con il bel faro di Mangiabarche in copertina, i Molly’s Chamber si presentano al mondo intero con questa Wanderlust, un pezzaccio maledetto dal fischio infernale che entra in testa e difficilmente riesce ad uscire. Peggio di un dopo-sbronza, in pratica.

Figliocci in egual misura di Shane MacGowan e Benito Urgu, ma innamorati di Van “The Man” Morrison e con il filu ‘e ferru nelle vene, i ragazzi di Carbonia scrivono il pezzo perfetto per farti ballare, ubriacare e dimenticare per un momento di non essere nel Sulcis-Iglesiente ma in un pub di Dublino, pronto per un’altra pinta di birra e, perché no, per una sana scazzottata – che, nell'economia di una serata tra amici, ci sta sempre bene.

Donna barbuta, sempre piaciuta

The Wombats

Lemon To A Knife Fight

Il vombato è un simpatico animaletto che vive in Australia: zampe corte e naso a palla, piace a grandi e piccini che quasi mai sanno resistere al suo fascino coccoloso da peluche Trudi® un po’ sovrappeso. A patto di non farlo incazzare sul serio, s’intende. In pratica è un incrocio tra un procione e un castoro, con l’aggiunta di un bel marsupio sullo stile del suo conterraneo, il canguro, con cui da sempre si gioca lo scettro di simbolo “aussie” nel mondo. Da bravi colleghi, i due si sono divisi il mercato: mentre quest’ultimo si rivolge a un pubblico più mainstream, il primo è (ri)conosciuto prevalentemente da una fetta di fan più ristretta ma forse ancor più fedele, diciamo di nicchia.

I Wombats, pur non essendo né marsupiali né australiani, hanno però in comune con i piccoli roditori cui hanno rubato il nome astruso sia il pubblico tipicamente indie, sia la simpatia innata. Il senso dell’(auto)ironia, infatti, non ha mai fatto loro difetto e li ha sempre accompagnati sin dai tempi in cui ci esortavano – come trucco infallibile per essere più felici – a ballare sulle note dei Joy Division.

Questa propensione naturale è più che confermata dalla nuovissima Lemon To A Knife Fight, che precede il loro quarto album Beautiful People Will Ruin Your Life in uscita a Febbraio, e dal suo surreale video girato da Finn Keenan che, intervistato al riguardo, ha liquidato la cosa con sibillino «David Lynch meets Power Rangers». In effetti il frontman del gruppo, Matthew Murphy, ha confermato che l’ispirazione per il pezzo gli è venuta da una lite avuta con la moglie dopo aver visto Mulholland Drive e quindi non stupisce che ne sia uscito fuori una specie di piccolo B-movie ad altissima qualità, in cui una pallina da tennis è l’unica testimone – ehm – “oculare” di una sordida storia di rapimenti, violenza e caccia alle fighe mannare.

Il pezzo, dal canto suo, non è davvero niente male, ma il consiglio è quello di aspettare un attimo prima di entusiasmarsi più del dovuto: troppe volte, ultimamente, i tre di Liverpool ci hanno illuso con un paio di singoli azzeccatissimi, per poi sgonfiarsi sulla lunga distanza dell’album successivo.

In poche parole, troppe volte, anche in passato, ci hanno promesso David Lynch per poi darci i Power Rangers.

La squadra scozzese pensò di perfezionare l'arte della simulazione, ma questo non le portò alcun rigore

Franz Ferdinand

Always Ascending

Tra i marchi sonori grazie ai quali le nostre orecchie identificheranno gli anni '10, ci sono sicuramente l’implacabile colata di autotune che non ha risparmiato nemmeno gli U2, e naturalmente il reggaeton come declinazione unica della sexyness in musica; mettiamoci anche la quadratura del pop intorno a quattro note di durata rigidamente identica, ma non dimentichiamo il "build up" rassicurante.

È a quest’ultimo che i Franz Ferdinand hanno deciso di dare la massima dignità. Perché di per sé il build up – e in questo caso specifico il cosiddetto "riser", la nota in sottofondo in continua ascesa tipo allarme antiaereo, a suggerire un'imminente esplosione ritmica – è semplicemente un’abusata gherminella per chetare le smanie degli ascoltatori più energumeni e più giovani (le due cose non sempre coincidono, ma i database dei produttori contemporanei convergono sulla contiguità delle due condizioni).

Ovvero tranquilli raga, sentite questa nota sotto che sale sale? Indica che la canzone parte piano ma cioè non è tutta lenta cioè non è una palla zì, frà, brò, aspettate a cambiare – perché entro un minuto il pezzo che la contiene butterà via i suoi vestiti tipo Hulk trasformandosi in PEZZO CHE SPACCA, inducendo a indugiare almeno per quei fatidici trenta secondi che portano a casa il punto su Spotify.

Sicché la band scozzese, ben consapevole che i suoi quattro anni di latitanza sono l’antitesi del moderno dogma dell’onnipresenza, ha fatto di necessità virtù – scegliendo proprio di elevare a manifesto di un’epoca questa tensione verso l’alto, che non approda mai a una nota in maggiore definitiva né a un "bass drop" da cui partire decisi: «The opening line leaves an uncertain ending», suggerisce il testo.

Il risultato è un brano dance rock che intrattiene, ma ha un difetto (come sottolineano Kapranos e il suo clan): «Never going to resolve». Un’intuizione non da poco sul pop contemporaneo. Che poi questo pezzo non sia il loro capolavoro, ci sta: in fondo il sottinteso è proprio quello.

I believe in a thing called US

The Darkness

Happiness

L’han detto quelli di NME: l’indie rock dei primi anni zero, quello che ci ha scaricato addosso Arctic Monkeys, Kasabian, The Strokes e The Libertines (e The Razorlight) era un fenomeno basato su capelli e scarpe, più che sul talento. Ora che lo sappiamo, possiamo finalmente dare il nostro amore a chi lo meritava davvero: i Darkness.

Sì, loro; quelli che che, negli ambienti snob, parevano più una barzelletta che una band. Per altri erano semplicemente brutti ma bravi, a cavallo tra parodia e rispetto per i mostri sacri dell'hard rock. In ogni caso, troppo per NME – che dal 2015 è diventato "a nationally distributed free publication"; insomma, ormai lo compravano quattro gatti.

Dopo il successo planetario di due album azzeccati, Permission To Land del 2003 e One Way Ticket To Hell… And Back del 2005, i Darkness andavano in pausa, e Justin Hawkins andava a disintossicarsi da coca e alcool. In un’Inghilterra "fatta" di Amy Winehouse perennemente braccata dai paparazzi sulla porta di casa, e Kate Moss che pippava nei backstage con Pete Doherty, la clinica di disintossicazione faceva molti più titoli dei numeri uno in classifica.

Si pensava che la band fosse finita; e invece no.

Dal rientro sulle scene con Hot Cake del 2012, i Darkness son stati incessantemente in tour a picchiare duro. Con e senza i Guns N' Roses, e con una recente data a Milano in cui hanno subito pure il furto dell'attrezzatura dal tour bus. Siamo in pieno This Is Spinal Tap.

Hawkins ha stravolto il suo look; la sua voce non arriva più altissima, la formazione è cambiata un paio di volte, ma le canzoni sono sempre un blocco di marmo: barocche quanto basta, strutturate per suonare allo stadio. A proposito: grottesco pensare che l'attuale batterista sia Rufus Tiger Taylor, figlio di Roger Taylor dei Queen.

Happiness è il nuovo singolo tratto da Pinewood Smile, il loro quinto album uscito lo scorso ottobre. Un singolo che trascende il concetto di "anthemico".

Nota: la copertina dell'album è una delle più brutte che la storia del rock abbia visto.

Qualcuno sa come si installano le nuove cartucce?

OK GO

Obsession

Non so se gli OK GO siano mai stati a tutti gli effetti un gruppo.

Sicuramente hanno smesso, volontariamente o meno lo sanno solo loro, di esserlo dopo quella cosa dei tapis roulant. Here It Goes Again da un lato ha decretato la loro fortuna, dando ufficialmente il via a un processo di consacrazione che li ha portati all'attuale status di maghi del videoclip acrobatico; dall’altro ha fatto sì che pressoché nessuno ormai sia più minimamente interessato ai loro dischi. Semplicemente, tutti – anche i fan dichiarati – se ne stanno lì, seduti sulla riva di YouTube, ad aspettare di veder passare il meraviglioso cadavere dell'ultima, geniale idea bislacca dei quattro di Chicago.

Non è un caso quindi se il loro nuovo, piccolo capolavoro Obsession sia una traccia che appartiene a un album vecchio ormai di tre anni e ben si guarda dal discostarsi dalla formula vincente: canzoncina che si limita al solito pop rock orecchiabile da sufficienza risicata e video che sposta più in alto, per l’ennesima volta, il limite dell’ingegneria circense applicata alla promozione musicale.

L’azienda partner questa volta è la thailandese Double A, che ha messo a disposizione tonnellate della sua "super smooth paper" e 567 stampanti per ricevere, a posteriori, un ritorno di immagine non indifferente, visto che – cosa, questa, davvero incredibile, almeno basandosi sull'esperienza della vita reale – nemmeno una si è inceppata, nel corso dei due anni che ci son voluti a realizzare il tutto.

Sì, perché a questo giro il progetto era quello di programmarle in sincrono e dare vita a un deliro in stop-motion così colorato che, una volta trasformato in flusso di immagini, ha generato una mole di informazioni binarie tale da mettere addirittura in crisi il bitrate della piattaforma di video sharing, costringendo quindi la band a rimandare l’uscita del pezzo nell’attesa che una mandria di nerd mettesse un paio di toppe e introducesse nel player l’opzione di visualizzazione a 1440p e 2160p.

Come a dire: chi di YouTube ferisce...

Non si giudica una canzone dalla copertina, ma insomma...

Chris Declercq/Lemmy Kilmister

We Are The Ones

A quasi due anni di distanza dalla morte di Lemmy, è stata appena pubblicata una traccia inedita dove compaiono la sua voce e il suo basso. Titolare dell’operazione, il pressoché sconosciuto Chris Declercq: trentenne musicista e produttore svizzero di stanza a Los Angeles e, stando alla sua biografia, ben inserito nel giro locale delle vecchie glorie hard rock (detto senza malizia: certe collaborazioni/comparsate sono a portata di quasi tutti… basta pagarle, giustamente).

Un’operazione del tutto lecita e legittima: una “marchetta” registrata a cuor leggero dal leader dei Motörhead nel 2014, probabilmente senza nemmeno incontrare di persona Declercq.

Ripetiamo, a scanso di equivoci: niente di scandaloso o amorale. Il music business, d’altronde, è un business: la parola stessa dice già tutto. Lemmy ha passato un’intera carriera a lottare con gli artigli contro l’industria discografica; il diritto a concedersi qualche “ricompensa” extra se l’era ampiamente conquistato sul campo, infine.

L’unico, vero, grande problema è che la canzone è terribilmente ORDINARIA. Né bella, né brutta, ma solo anonima. Il che, purtroppo, non è un bel modo per celebrare un personaggio STRAORDINARIO.

L.A. Salami

Generation L(ost)

Bel tipo, Lookman Adekunle Salami. Attivo da qualche anno nell’underground inglese, nel 2016 si è fatto notare a livello internazionale con l’interessante album Dancing With Bad Grammar (The Director's Cut) e, oggi, si trova in quel limbo fra la fama di nicchia e il successo “vero”. Insomma, basterebbe forse una sola mossa giusta per ascendere in paradiso (ma anche una sbagliata per tornare nelle retrovie).

Generation L(ost) è il primo singolo del nuovo lavoro, The City Of Bootmakers, in arrivo ad aprile 2018 (non c’è fretta, insomma). Una canzone gentile e deliziosa, ma non innocua – lo stesso "schema" di Terrorism! (The Isis Crisis), uscita qualche tempo fa. Il musicista britannico, infatti, non ha bisogno di urlare o agitarsi in modo scomposto per dire la sua a proposito di argomenti delicati o comunque attuali.

Modern blues? Urban folk? La grammatica dell’hip hop in sottofondo? Tutto questo e qualcos’altro, ma soprattutto la bravura nel cogliere e descrivere brillantemente lo spirito di questi tempi un po’ così (approfittando di un osservatorio mai banale: Londra).

L.A. Salami ha le doti e la visione necessarie per ambire allo status di artista trasversale: con le circostanze favorevoli, il prossimo anno potrebbe arrivare la sua consacrazione definitiva.

C'ha l'eleganza trasandata, lui

Cesare Cremonini

Nessuno Vuole Essere Robin

Questa canzone sta piacendo molto, e probabilmente aggiungerà l’ultimo tassello alla costruzione di un amore che non ha spezzato alcunché ma si è consolidato piano dopo un lungo maggese: l’amore di una generazione che ci ha messo un po’ per prendere sul serio Cesare Cremonini, per tanti anni visto dapprima come il ragazzone sulla Vespa, poi come il gentile giovin signore invaghito del mondo che se la tira troppo poco per essere iscritto al club dei grandi autori.

E tuttavia, proprio nel momento in cui la consacrazione non può più essere ritardata, Cremonini ribadisce la sua inguaribile, ingenua diversità commettendo un errore che i suoi maestri cantautori non avrebbero mai fatto: togliere lo stupore e lo spiazzamento da una propria opera, svelare il disegno a matita sul quale aveva poggiato colori di enigmatica suggestione. Con queste parole sulla sua pagina Facebook, infatti, è venuto a soccorrere chi, sgomento perché disabituato a canzoni dotate di altezza, larghezza e profondità, chiedeva disperato una scorciatoia:

«Moltissimi di voi me lo hanno chiesto. Nessuno Vuole Essere Robin è nata durante l’inverno scorso, in una sera delle tante, tantissime, passate a ossessionarmi sulle luci musicali da seguire per la composizione del nuovo album. La chitarra. Una voce amata, al mio fianco. Non ricordo bene quale fosse l’argomento, mi parlava da un po’. Sembrava soffrire, ma non la sentivo, ero già entrato nel mio mondo: quello con un cartello luminoso che mi copre la faccia e dice: “sto scrivendo”. Immagino sia molto fastidioso starmi di fianco, perché in quei casi non sono più molto presente.
Sono uscito dalla finestra e ho iniziato a volare lontano, fino a un’altra città, un altro pianeta, un’altra via, un’altra casa. Eccomi davanti al portone di una donna perduta. Davanti al rifiuto di una felicità ovvia. Meritata. Mai avvenuta.
Come mai sono venuto stasera? Bella domanda. Ero lì per cercare rifugio. Shelter from the storm. Dentro a questa canzone, io credo ci sia tutto quello che ho perso e non ritrovato. Il rifiuto che si compie con la scusa del cane apre un’altra porta. A voi camminare questa canzone. È uno di quei brani che scrivi una volta sola, o due, negli anni. E questo nuovo album ha la fortuna di portarlo in grembo. Ho continuato a scrivere ininterrottamente fino alla fine. Nessuno... è nata in dieci minuti».

Seimilacinquecento persone rassicurate hanno messo "like". Ma chissà perché, ora la canzone sembra lievemente meno speciale di prima. Vedi Zésare, all’artista si richiede mistero, margine per il fraintendimento (specie da parte dei critici) e anche di tirarsela un po’: se Bob Dylan fosse stato un uomo affabile come te, poco ma sicuro oggi il Nobel sarebbe su un comò di Philip Roth.

Denti bianchi sul Pianeta Terra

CONFRONTATIONAL

Fade/Into The Burning Dawn

Nonostante il moniker sia anglosassone, dietro CONFRONTATIONAL si cela un nome italianissimo, anzi sardissimo: Massimo Usai.

Cresciuto all’ombra del Bastione con l’immaginetta di John Carpenter nel borsellino, CONFRONTATIONAL pesca a piene mani dal catino delle o.s.t. dello stesso Carpenter e le mischia per bene con Fabio Frizzi, i Sisters of Mercy e Akira Yamaoka, autore tra le altre cose degli accompagnamenti sonori della serie di videogiochi 'Silent Hill'.

Se poi sei nato e cresciuto a Tuvixeddu, che è LA LOCATION perfetta per girare film horror, il gioco è bello che fatto. Fade Into The Burning Dawn, traccia che vede la partecipazione di Tying Tiffany, è un viaggio in decappottabile in una deserta e oscura Cagliari post-olocausto batteriologico con la Sella del Diavolo sullo sfondo, pronta ad accogliere l'alba infuocata.

Spaghetti (ai ricci) synth-wave, insomma: colonna sonora perfetta per una una sonorizzazione live di 1975: Occhi bianchi Sul Pianeta Terra con Gigi Riva al posto di Charlton Heston. Noi qualche idea per qualche progetto ve la stiamo dando, poi vedete voi eh...

1953, Marlon Brando alla première de 'Il Selvaggio'

Black Rebel Motorcycle Club

Little Thing Gone Wild

Nonostante, quando apparirono per la prima volta sulle scene, una certa frangia della stampa specializzata e qualche promoter abbia tentato di dipingerli prima come i nuovi Velvet Underground e poi come la versione patinata da MTV dei Jesus and Mary Chain, i Black Rebel Motorcycle Club sono sempre stati un gruppo dal profilo relativamente basso: poche comparsate e tanti concerti, pochi videoclip da broadcast a dispetto di sette album raramente deludenti, pochi fronzoli fumosi che hanno costantemente lasciato in bella vista quell’arrosto stuzzicante e cotto bene, che in bocca ha sì più o meno sempre lo stesso sapore, eppure non ti stanchi mai di ritrovare in tavola, a casa di nonna.

Little Thing Gone Wild anticipa (finalmente) il nuovo album Wrong Creatures, in uscita a gennaio, e torna a pescare a piene mani da quel sacco che i Nostri, nel loro girovagare, son sempre stati attenti a non dimenticarsi a casa: le origini. Un rock compresso dal piglio blues nonostante i tratti levigati, annegato in una psichedelia grezza dai suoni perfettamente sporchi, che va a braccetto con un video multi-esposto in cui il vecchio trucco dello “split-frame” ribadisce come – anche e soprattutto quando si parla di rock’n’roll – tre rimanga il numero perfetto.

Messa così, potrebbe anche sembrare l’ennesima raschiata sul fondo del barile del tempo che fu, ma ricordiamoci che questa è una delle poche band che all’alba del nuovo millennio – un periodo storico in cui "tutto" era morto e durante il quale, se volevi specificare una sorta di appartenenza dichiarata a un vago concetto di “punk”, dovevi inserirlo tra parentesi nel titoloè riuscita a permettersi uno strascicatissimo “Yeeeah!” nel ritornello di una canzone senza risultare ridicola.

Il tempo passa per tutti, Marlon Brando è andato al Creatore e badare al sodo, oggi, non è più una nota di merito, ma le giacche di pelle son tornate a far capolino anche nelle vetrine di Zara e, sulle spalle dei BRMC, sembrano calzare ancora a pennello.

«Don't leave me hanging on the telephone...»

Starchild & The New Romantic

Hangin On

Cos’hanno in comune Alan Sorrenti, lo scrittore americano Lloyd Pye e Bryndon Cook? Semplice: i figli delle stelle. Il primo, naturalmente, per averci regalato uno dei tormentoni più indelebili della musica italiana (e frantumato i timpani con il suo falsetto a ultrasuoni); il secondo per le sue bizzarre elucubrazioni sulla genesi umana e sulla teoria sul teschio del “bimbo delle stelle”; il terzo, proprio perché ha scelto come pseudonimo "Starchild".

A un'occhiata veloce, crediamo che la scelta del nome non abbia niente a che vedere con quel famoso ritrovamento cranico, né con il baffetto stellare di Napoli. Sta di fatto che il nostro, qui, il pezzo l'ha azzeccato, e alla grande.

Sonorità sognanti, soul e romanticismi anni '80 – c’è il sax, quindi in automatico è un pezzo anni '80 – alla Prince, e quel vago sentore di Antonello Venditti che non riesco a togliermi dalla testa, fanno del singolo di Starchild & The New Romantic un brano contagioso.

Per contro, il video è davvero brutto e non basta che lui sappia ballare discretamente (conoscete un figlio delle stelle che non sappia danzare?); il momento in cui legge le poesie sul rotolo di carta igienica dentro quella che sembra la cella di una galera, tuttavia, è un must che risolleva le sorti del clip...