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Tieni il tempo-o / Con le gambe e con le mani / Tieni il tempo-o / Non fermarti fino a domani...

Destroyer

Tinseltown Swimming In Blood

Era difficile fare meglio del precedente Poison Season ma Dan Bejar, che si fa chiamare Destroyer e che ne sa una più del diavolo, a questo giro si è decisamente superato. Tinseltown Swimming In Blood, traccia che sarà contenuta in Ken, disco in uscita a ottobre, è un bel viaggio synth-pop in bianco e nero, tra reminiscenze di Rick Ocasek e Cure, con una melodia micidiale che ti entra dentro e con il piffero che la mandi via.

È un bravo artigiano Destroyer e in passato lo ha dimostrato in diversi episodi, come nel già citato Poison Season ma anche nel suo disco più acclamato, quel Kaputt datato 2011. Per chi scrive, Dan Bejar è uno dei migliori songwriter del momento, uno di quei pochi che riesce ancora ad affascinare e a emozionare. Manca poco ad ottobre...

Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Heavy metal milf.

Vuur

My Champion - Berlin

Non so se ve ne siete accorti, ma Anneke Van Giersbergen pare si sia stufata di fare featuring di qua e di là e voglia riprovare ad avere una band - ma una roba seria, dove lei canta, gli altri suonano e i pezzi si scrivono tutti insieme, non una cosa che-sembra-una-band-ma-è-un-progetto-solista come ai tempi di Agua De Annike.

Che poi anche la nuova band - Vuur, che non è un'espressione onomatopeica che indica il rombo di un TIR ma significa "fuoco, fervore, entusiasmo" in olandese - deve tutto a questa cosa dei featuring, perchè i musicisti che ne fanno parte sono stati raggranellati di qua e di là pescando dalla rigogliosa scena heavy del paese dei tulipani. D'altra parte se canti con con Devin Townsend, Moonspell, Anathema, Arjen Lucassen, Gentle Storm, Within Temptation e una paginata di altra gente, finisce che un po' di musicisti li conosci e una band la si mette su con relativa semplicità.

Il 20 ottobre uscirà il disco di esordio di quella che Anneke Van Giersbergen ha dichiarato essere "l'incarnazione definitiva del mio lato heavy metal": per adesso ci accontentiamo di questo singolo, che in qualche modo ci riporta ai tempi magici dei The Gathering, in seno a cui il binomio chitarroni distorti / voce angelicata ha detto le cose migliori.

Si sente l'influenza, oltre che della band originaria madre-di-tutte-le-formazioni-gothic-metal, anche del divino Devino e delle collaborazioni con Lucassen. Anzi, se una cosa si può imputare alla natura di un brano pienamente godibile, è proprio quello di non averne una definita, ma lasciare trasparire in maniera troppo evidente le radici, le derivazioni, la provenienza. Ma è solo il singolo. Attendiamo fiduciosi.

Io e la mia ricrescita stiamo bene insieme.

Fergie Ft. Nicki Minaj

You Already Know

Qualsiasi cosa succeda nel futuro prossimo venturo, Fergie ha già messo a segno un primato: Il tempo più lungo intercorso tra l’uscita di un primo singolo e del relativo album. L.A. Love usciva infattti nel settembre 2014; Double Dutchess esce nel settembre 2017. Tre anni. Ragguardevole.

È anche vero che qualcosa è andato storto nella promozione di quest'album, complice il “leak” dello scorso luglio. Ma se consideriamo che son passati undici anni dal precedente (e primo) album di Fergie, è chiaro che la fretta non è di casa, per questa signora bianca dell’hip hop, che ancora non ha ben chiaro se voglia seguire le tracce di Missy Elliott o quelle di Geri Halliwell.

Per recuperare il tempo perduto, Fergie prova ora l’infilata di due singoli simultanei: You Already Know con Nicki Minaj, e Hungry, con Rick Ross. You Already Knowsulle prime, fa sentire i suoi vuoti, ma al secondo ascolto già rischia di contagiare, con i suoi accenti di synth analogico ben impiantati, un crescendo che sfocia in un bel campione soul, e soprattutto, la riesumazione di quel classico “uuh-yeah” dell’hip hop (e dell’acid house) vecchia scuola, che da un po’ non si sentiva.

Ed ecco, a questo punto, Nicki Minaj. Che di solito irrompe nella scena e ruba il pezzo, ma che qui non è decisiva. Forse perché ad oggi, solo nel 2017, ha totalizzato la bellezza di sei o sette featuring, e il rischio sovraesposizione è dietro l’angolo. La Minaj ha modificato una strofa, rispetto alla versione originale, che comprendeva un riferimento all’ex fidanzato Meek Mill – y, e che aveva inciso prima che si separassero.

Nel video, Fergie paga un tributo (volontario o meno) a una serie di colleghe illustri; c’è un po’ di Madonna con Britney, un po’ di Taylor, un po’ di J.Lo (un passaggio del cantato richiama decisamente Love Don’t Cost a Thing), e c’è ovviamente un po’di Beyoncè. Addirittura, c’è un po’ di Kiesza. Troppe donne, e tutte molto ingombranti, in un vuoto di identità.

Da sinistra, Wyclef Jean, Rihanna, Pharrell Williams

Trio Da Kali And Kronos Quartet

Eh Ya Ye

Un quartetto d’archi americano ubercool, un trio proveniente dall’Africa Occidentale, un leader religioso imbroglione. David Harrington del Kronos Quartet – un’attività ultraquarantennale ai confini della musica contemporanea e oltre – dice che è una delle loro collaborazioni migliori. E chi siamo noi per smentire l’uomo che anni fa incise la madre di tutte le cover di Purple Haze di Jimi Hendrix? Il partner di questa nuova escursione del quartetto d’archi nei territori delle musiche del mondo si chiama Trio Da Kali, gruppo del Mali formato dalla cantante Hawa Kassé Mady con il capobanda e virtuoso del balafon Fodé Lassana Diabaté e Mamadou Kouyaté. Assieme hanno fatto un album titolato Ladilikan (no, non Ladylike) di cui parlano tutti bene, a ragione.

Si scopre, insomma, che il suono di un quartetto d’archi “colto” si sposa benissimo con le trame del balafon e del ngoni e che tutti quanti trovano un terreno comune nel carattere ripetitivo, verrebbe da dire minimalista, della musica. Ascoltare i suoni vividi, la musicalità, il talento, la strepitosa vocalità, i valori espressi in Eh Ya Ye serve a ricordarci che esiste un altro modo di far musica. E poi c’è il testo dove si redarguisce un uomo di religione dell’Africa Occidentale musulmana che afferma di avere il potere di evocare gli spiriti. Morale: «È un male cercare di superare i propri limiti, le menzogne non vanno bene, non si può fare apparire uno spirito con una menzogna». Per un attimo ho pensato che fosse un’allegoria della politica italiana.

Si ride anche dietro le sbarre.

Daughter

Burn It Down

L'importanza che i video-giochi hanno assunto da alcuni anni a questa parte ha almeno due indicatori: il numero crescente di film tratti da un video-gioco - da Lara Croft ad Assassin's Creed, da Max Payne a Angry Birds - e il fatto che vi siano titoli video-ludici che possano vantare colonne sonore originali che nulla hanno a che invidiare alle O.S.T. delle produzioni cinematografiche. I Daughter (trio londinese costruito attorno alla cantante e songwriter Elena Tonra) c'entrano con quest'ultima casistica: Burn It Down è (uno dei migliori pezzi di) Music From Before The Storm, album e colonna sonora della graphic novel Life is Strange: Before the Storm.

Da un lato c'è un video-gioco drammatico e cerebrale e pluripremiato come Life is Strange (che risale al 2015; Before The Storm è il prequel, uscito da poco), tutto giocato sul concetto di sliding doors e di come scelte apparentemente banali possano condizionare, anche pesantamente, il futuro. Dall'altro c'è un gruppo come i Daughter, altrettanto cerebrale e parimente attratto dall'elemento drammatico, con la sua attitudine art-rock e le sue sonorità post-rock, dream-pop, indie-shoegaze. Che poi, etichette a parte, quello che ci piace di Burn It Down è soprattutto il fatto che sia un bella canzone.

Promemoria: chiedere ad Alberto Angela se l’ippopotamo fa uso della posizione del missionario

Sparks

Missionary Position

Ok, avete sentito quella celebre canzone in cui si dice del rapporto orale di Janis Joplin e Leonard Cohen su un letto sfatto del Chelsea Hotel e pure quell’altra sulla bella Nikki che si masturba con una rivista. Robert Plant vi ha pregato di spremergli il limone e i Kiss vi hanno invitato a Lick It Up e anche in fretta ché bisogna cogliere il momento. Alanis Morissette ricordava al suo ex che il cinema era un’altra cosa con lei al suo fianco – o forse dovremmo dire sopra di lui –, mentre Trent Reznor dichiarava piatto piatto di voler «scoparti come un animale». E poi sì, c’è Mick Jagger che cantava delle ragazze di colore che lo vogliono fare tutta la notte, beccandosi del razzista e sessista in un sol colpo. E insomma, il pop e il rock hanno cantato il sesso in mille modi, per non parlare di quelle storielle pruriginose dei Led Zeppelin e del pesce saltato fuori dal Puget Sound oppure del magnifico chitarrista che secondo Frank Zappa usava il perlage dello spumante in modo improprio. Mancava un inno fiero e sincero alla più classica, banale e borghese delle posizioni: il missionario. Ci pensano gli Sparks in una canzonetta dall’andamento marziale in cui, con tono impassibile, ammettono che la posizione è effettivamente passé, ma preferiscono fare affidamento su ciò che è collaudato e affidabile. Gli sperimentatori sono avant garde, ben per loro, ma a letto gli Sparks si sentono tanto, ma tanto neoclassicisti.

E il banjo chi lo suona?

The Barr Brothers

You Would Have To Lose Your Mind

La storia dei Barr Brothers nasce dal fuoco.

Per la precisione, da un incendio, scoppiato in un locale di Montreal: Le Swimming, dove una sera del 2003 una band di nome The Slip, che includeva i fratelli Andrew e Brad Barr, stava per cominciare il proprio set.

Una sigaretta ancora accesa nel bidone della spazzatura generò le fiamme. Il locale fu evacuato e Andrew Barr, il batterista, prestò il suo cappotto a una cameriera infreddolita.

L’anno dopo, lei diventò sua moglie.

I fratelli Barr si trasferirono dunque da Boston a Montreal, dove conobbero l’arpista Sarah Pagé e poi Andreas Vial, con cui formarono… i Barr Brothers.

La storia potrebbe anche chiudersi qui, ma ce n’è un’altra. I Barr Brothers, tre album all’attivo, sono diventati punte di diamante di quel genere denominato “modern Americana“.

Tutti suonano tutto. Sarah Pagé, fenomenale arpista, suona anche una Danelectro-convertible; Andrew Barr, che suona pure le ruote di bicicletta, a volte si diletta col banjo. Il cantante, Brad Barr, fa un gioco di magia con la chitarra: tira verso l’alto una corda supplementare che, urtando le altre, genera un vibrato particolare.

You Would Have To Lose Your Mind anticipa il quarto album, Queens Of The Breakers, in uscita il 13 ottobre.

La morale è: non smettete di fumare. Non troverete l’amore.

Margo e lo zio Jesse se la ridono alle spalle dello sceriffo Rosco P. Coltrane

Margo Price

A Little Pain

I 340 chilometri che separano Nashville da Memphis li si può percorrere anche in 2 minuti e 55 secondi. Margo Price, eroina del country fuorilegge 2.0 accasata presso la Third Man Records di Jack “so-riconoscere-i-talenti” White, lo fa in una canzone d’altri tempi titolata A Little Pain.

Sapete com’è, Nashville è la capitale mondiale della musica country e Memphis il cuore pulsante del vecchio soul. Il bianco e il nero. Miss Price li unisce in un pezzo che la porta in nuovo territorio rispetto al folgorante debutto di Midwest Farmer’s Daughter dove s’impossessava del meglio country anni ’70 e intanto cantava la sua storia di figlia di un contadino alla ricerca di felicità e dignità, possibilmente senza l’aiuto di una bottiglia di qualcosa e magari senza avere al proprio fianco un bastardo d’uomo.

Nel testo Price cita Levon Helm e offre il ritratto di una «everyday American girl» che si spacca la schiena, una vita tutta lavoro e niente divertimento. Ma in fin dei conti, canta lei con quel suo timbro penetrante e lievemente nasale, un po’ di dolore non ha mai fatto male a nessuno.

Sì, è una canzone fuori da ogni parametro della contemporaneità e non fa per niente figo: e allora?

Lost In Venice

Theory Of A Deadman

Rx

Quando esordirono nel 2002 con l’album omonimo, i Theory Of A Deadman furono sarcasticamente definiti da qualcuno “i roadie dei Nickelback”. In effetti anche’essi provenivano dal Canada, avevano l’aria un po’ rustica e – toh! – incidevano per la 604 Records dello stesso Chad Kroeger.

All’epoca si usava molto il termine “post-grunge”, ma era solo tipico rock commerciale rivestito di una leggera patina di malessere esistenziale. Mettere i Puddle Of Mud nella stessa categoria degli Alice In Chains era una bestemmia orribile, col senno di poi.

Quindici anni e un discreto successo dopo, il gruppo della British Columbia può rimandare il sarcasmo al mittente: la bella critica non sarà mai dalla sua parte, ma evidentemente il pubblico nordamericano lo premia con regolarità.

Il nuovo album Wake Up Call è atteso a fine ottobre; lo scorso luglio, il singolo Rx è stato pubblicato assieme a un videoclip che sprizza Los Angeles da tutti i pori. Una storia di adolescenti, droga, farmaci e compassione, con atmosfere che ci riportano vagamente al film Alpha Dog (bello e disturbante, poiché basato su un fatto realmente accaduto). Siamo sempre ai confini dello stereotipo, e forse oltre, ma ormai è chiaro: si tratta della loro specialità.

Il rock patinato da classifica è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare. I Theory Of A Deadman sono qui per questo.

Separati alla nascita

Kurt Vile & Courtney Barnett

Over Everything

Kurt Vile ha sempre sofferto il fatto di non essere compreso, nel suo umorismo. «Ce n’è parecchio, nei miei testi, e spesso la gente manco lo capisce», aveva dichiarato un paio di anni fa, in un’intervista a Pitchfork.

«Le vittime irrecuperabili dell’indie hanno un bastone nel sedere. Loro non possono capire», aggiunse poi, per esser certo di non non lasciar nulla di inespresso.

Il sodalizio con Courtney Barnett, anche lei australiana d'origine, era scritto nelle stelle. Quei due si sono trovati, hanno provato, neanche tanto a lungo, e l'esito è qui, in quest’adorabile perla intitolata Over Everything.

«Ora abito in un fischio acuto che sovrasta le cose, dunque mi metto gli auricolari, quando la musica è troppo alta». Quei due potrebbero scrivere di come si spalma il burro sul pane, ed essere ficcantissimi.

Un’accoppiata così, tra compaesani della terra di "Down Under", non si vedeva dai tempi di Kylie Minogue e Nick Cave. Lì però non si rideva.

Taylor controlla che tutti gli spettatori del concerto abbiano pagato il biglietto

Taylor Swift

Look What You Made Me Do

Si cita spesso lo sclero di Frank Sinatra contro il rock’n’roll («the most brutal, ugly, degenerate, vicious form of expression it has been my displeasure to hear») come contrapposizione tra un mondo che sta invecchiando e un altro nuovo, nascente, destinato a sancire la fine del primo.

Raramente si precisa che il quarantaduenne mafiosone si espresse in tal senso nel 1957, quando il ruspante sound dei pionieri aveva effettivamente dei canoni molto ristretti e le canzoni erano quasi intercambiabili tra un interprete e l’altro: Tuttifrutti andava bene per Elvis Presley, What’d I Say e Hound Dog andavano bene per Jerry Lee Lewis, Whole Lotta Shakin’ Goin’on veniva incisa anche da Little Richard e che problema c’era se Chuck Berry interpretava Rip It Up?

E, tuttavia, non fu del tutto strano quando per una serie di circostanze semicasuali – arresti, partenze per il militare – quella fase del rock andò a gambe all’aria e di quella parola, fino ai Beatles e alla loro disponibilità a crescere musicalmente, si fece tranquillamente a meno.

Ecco, in questo periodo eccepire sul Grande e Possente Pop comporta il rischio di essere additati come il vecchio Frankie da parte di chi ha sposato la causa della contemporaneità a tutti i costi. Ma di fatto, a fronte di una evidentemente minore ingenuità dei suoi protagonisti, il pop è sempre più una burattinata monocorde e leziosa con canzoni intercambiabili scritte da autori intercambiabili e produttori intercambiabili per protagoniste intercambiabili: Barbie Taylor, Barbie Katy, Barbie Gaga, Barbie Beyoncé, Barbie Demi, Barbie Miley, Barbie Ariana, e tanti altri modelli che ogni anno aggiornano il dogma del loro successo cambiando vestito e pettinatura e "attitude" – ma nell'aspetto meno importante del loro business (le canzoni) non fanno che rimescolare un numero limitato di note e ritmi, suonucci leziosi che vengono fatti passare per deliziosi e "storytelling" rozzo quanto un dibattito televisivo sui migranti.

Nel nuovo singolo Taylor diventa aggressiva, spara il suo "dissin" contro Katy, Kanye e Kim – il vero KKK che la disgusta – in un trionfo di già sentito (da altre Barbie passate per il restyling aggressivo, suggerito da un team di esperti), comunque rassicurante per la platea globalona che guarda il suo video (già centossessanta milioni) mentre fa altre cose, chatta in metropolitana, guarda Il Trono Di Spade, posta i selfie, insulta una webstar. Perché di fatto non è un pezzo per chi è interessato alla musica (gente che, beninteso, costituisce ormai un malvissuto fastidio per il music business), quanto alla saga delle star del nostro tempo e ai loro cruenti lustrini.

Perché occuparcene anche noi? Oh, per coerenza con il brano, cioè per sparare il nostro "dissin" contro gli altri critici musicali che ne danno conto seriamente. Guardate cosa ci avete fatto.

Il tenero William Patrick

William Patrick Corgan

Aeronaut

A Billy Corgan, nonostante tutto, gli si vuole sempre bene e gli si perdona tutto. O quasi.

Sorvolando sulle ultime uscite non proprio brillanti, e non stiamo parlando dell'avventura nel wrestling per cui avrà imperitura stima da parte di chi scrive, la testa pelata più luccicante del rock anni '90 parcheggia per l’ennesima volta il "progetto" Smashing Pumpkins, dedicandosi nuovamente alla sua carriera solista.

Per chi ha poca memoria, il primo lavoro a suo nome del 2005 non era tutto ‘sto granché; anzi, era proprio moscio e conteneva una cover "agghiaggiande" di To Love Somebody dei Bee Gees che ancora mette i brividi.

Che cosa lo spinge a riprovarci? Semplice: Rick Rubin. Mago della produzione, ma ancor di più esperto nel rimettere in piedi musicisti allo sbando o quasi, il re barbuto dei produttori ha lavorato a Ogilala e questa Aeronaut è già un buon segnale. Non sarà una nuova Mellon Collie And The Infinite Sadness, ma quel piano così e quella voce sognante di Billy Organetto ci fa emozionare e ben sperare per il prodotto finale.

Se non dovesse funzionare nemmeno questa volta, però, consigliamo al ragazzo dell'Illinois di scegliersi una bella "gimmick" e salire sul ring a farti massacrare di "supplex" e figure quattro.

Sian Evans, figlia di The Edge, prova il copricapo più amato dal gruppo

U2

You're The Best Thing About Me

Stanno arrivando i “canti di esperienza” che tre anni fa gli U2 avevano promesso come seguito alle famose e infamate (molto più che ascoltate) Songs Of Innocence, gratuite eppur pagate care sia da Apple che dalla band un tempo amatissima e oggi dileggiata e disprezzata, bersaglio ambito da milioni di teoreti.

È arduo mantenere una posizione equanime, specie sotto il fuoco incrociato di chi li ha amati e li difende e chi è deciso a demolire, insieme a loro, l'importanza che un tempo il rock ha creduto di avere.

La diatriba, è lecito presumerlo, campeggerà per una manciata di giorni sui media sociali e quelli asociali, finché noi tutti, squali del commento, saremo attratti da altro sentore di sangue. A quel punto coloro che riconoscono agli U2 un qualche fuoco indimenticabile rimarranno soli a cercare di sintonizzarsi, di individuare ancora nelle loro note e parole qualche indizio per orientarsi nel deserto.

Ma questo singolo non li facilita. E non perché anomalo rispetto alla produzione precedente: i fan hanno assorbito in passato svolte repentine che poche band si sono concesse, sia in senso sperimentale che in senso commerciale; e ad annunciarle erano proprio i singoli.

Inoltre, anche nei momenti più critici, la loro capacità di sfoderare un brano capace di tirare giù uno stadio (Vertigo, Beautiful Day, Magnificent, The Miracle Of Joey Ramone) è sempre stata un dono per il quale il 99 per cento delle rock band avrebbe dato un avambraccio.

Ma You’re The Best Thing About Me non è questo, e non è nemmeno uno strappo come Numb o Discotheque o Get On Your Boots. Sembra più uno spaurito scarto di dischi passati, uno di quelli che un tempo finivano negli EP o nelle raccolte del gruppo, e si addicevano al palato e allo stomaco di chi aveva ancora fame e non si era saziato con l’album.

Non è, intendiamoci, un BRUTTO pezzo: è però terribilmente interlocutorio, con quel senso della misura che non spaventa le radio, non invasivo, adatto a infilarsi felpato in una playlist, cautissimo come se la società irlandese avesse deciso dopo tanta buriana di attirare l’attenzione il meno possibile – vedi anche il testo, nel quale il protagonista decide che è meglio evitare la fiammata della storia d’amore.

Difficile dire se i prossimi brani saranno così frenati. Quel che è certo è che, pur senza scavarvi come William Blake, è difficile negare che questa canzone abbia quel certo retrogusto amaro dell’esperienza.

Aspettando Richard Nixon

The War On Drugs

Nothing To Find

Qualcuno sta ancora facendo il bagno al mare, ma forse è già uscito “il” disco indie rock dell’autunno: A Deeper Understanding. In realtà ora i War Ond Drugs fanno parte della scuderia di una major, ma poi qualche mese fa hanno scelto Thinking Of A Place come primo estratto: ben undici minuti di durata. E quindi rimandiamo certi discorsi di perduta integrità artistica, in questo caso.

L’album è molto bello, a prescindere da chi e come lo pubblichi e promuova. Soprattutto, fluisce scorrevolmente come un fiume in piena di emozioni, dove il leader Adam Granduciel non esita a mettere nudo le proprie fragilità (che in passato l’hanno già portato a soffrire di paranoia e depressione).

Non c’è struggimento gratuito, tuttavia, nella musica della band di Filadelfia. Piuttosto, uno sguardo malinconicamente disincantato alle cose della vita – ben racchiuso nel saliscendi gentile ma intenso di Nothing To Find.

Suoneranno a Milano, il prossimo novembre: potenzialmente, una bella opportunità per verificare che il loro suono sia ormai diventato così pulito e nitido anche dal vivo, "giocando" al rock americano con le proprie regole personali.

My bloody Frank Ocean

Frank Ocean

Provider

Quando niente, quando troppo. Dopo aver fatto disperare i suoi fan per il silenzio post-Channel: Orange, durato ben quattro anni per poi riapparire dal nulla nel 2016 con due dischi, Frank Ocean sembra aver rotto definitivamente gli indugi.

Dopo Biking, pubblicato qualche mese fa, Francolino da Long Beach torna al calar dell'estate con Provider, singolo fresco fresco di mungitura. Vista la qualità della traccia – testo come al solito notevole, tra riferimenti ad Aphex Twin, a Stanley Kubrick e al "complotto del moonwalk spaziale" – viene naturale pensare: «perché non l’ha infilato su Blonde?».

Non ci è dato saperlo, ma da lui ci si può aspettare veramente di tutto, anche questa svolta semi-shoegaze. Tra programmi in radio, giretti nelle prime file dell’incontro/pagliacciata del secolo McGregor-Mayweather e chissà cos’altro, Ocean sta trovando anche il tempo per scrivere nuovi pezzi: di per sé, un'ottima notizia.

L’unica speranza è che non ci faccia aspettare quattro anni per mettere le mani sul suo prossimo disco: per quello bastano (e avanzano) i Tool.

Oggi, qui, lavora Jerry: l'ex pilota automoblistico

Primus

The Seven

A fine mese uscirà The Desaturating Seven, il nuovo album dei Primus – il primo di inediti dal ritorno del batterista Tim “Herb” Alexander (Primus & The Chocolate Factory… del 2014 era una rivisitazione della colonna sonora del film Willy Wonka E La Fabbrica Di Cioccolato, infatti).

Insomma: la cara, vecchia formazione dei primi anni ’90. Un’epoca di lavori eccellenti, grande successo commerciale e popolarità irripetibile per il gruppo di San Francisco. All’apice o quasi della cultura/influenza di MTV, parte di quell’ascesa era dovuta anche ai loro pazzeschi videoclip (mettiamo al primo posto Wynona's Big Brown Beaver).

Per il momento dobbiamo accontentarci di un comune lyric-video, per questa canzone ispirata al libro per bambini The Rainbow Goblins. Quando si parla dei Primus, a onor del vero, “accontentarsi” è un termine scivoloso. Ai bei tempi Les Claypool e soci hanno fissato degli standard sonori, lirici ed estetici molto alti – comunque rispettati anche negli anni successivi, nonostante il calo d'estro e i rovesci di mercato.

The Seven ci piace: possiede un'eco sinistra e ossessiva che ricorda un po' quella di My Name Is Mud, ma allo stesso tempo non è una cover di se stessi. Guai se lo fosse, d’altronde: rimpiangiamo i Primus del 1995, anzi rimpiangiamo il 1995 intero, ma desideriamo apprezzare pure quelli del 2017.

Sequoyah Tiger

Cassius

Titolare prima del progetto Barok The Great e poi di Sequoyah Tiger, Leila Gharib è decisamente una ragazza con le idee chiare.

Armata di Diamonica (nome difficile per "clavietta"), un Roland SP-404, un microfono e una loop-station, Sequoyah costruisce melodie supersghembe che, a detta della stessa musicista veronese, si trasformano poi in balbettii grafici. Avete capito?

Dopo l’ottimo EP del 2016 TA-TA-TA-TIME, Sequoyah Tiger riprende esattamente da dove si era fermata l'anno scorso, con immutata ispirazione. Accompagnato da un bizzarro video realizzato in collaborazione con Sonia Brunelli, il singolo anticipa il nuovo disco Parabolabandit, previsto per ottobre.

Il 2017 sarà l'anno della definitiva esplosione di Sequoyah Tiger? Noi lo speriamo.

Nel video, Luke Evans si aggira in un’Inghilterra né fast, né furious

Mick Jagger

England Lost

Nel marzo del 1968 Mick Jagger partecipò a una manifestazione contro la guerra nel Vietnam che si concluse con qualche scontro davanti all’ambasciata americana a Londra. Due mesi dopo, nel favoleggiato maggio, i Rolling Stones incisero una canzone contenente il riverbero fragoroso di quanto in quell’anno stava accadendo in Europa, in Usa, persino a Città del Messico durante le Olimpiadi, ma NON nella sonnacchiosa Londra – sempre pronta a cogliere il lato cool di quello che succede, ma mai realmente propensa a ribellarsi, “a uccidere il re”, come diceva quel brano, che poi è Street Fighting Man. Così, cinquant’anni dopo, cosa può fare un povero settantenne esterrefatto dal suo paese, se non incidere un’altra canzone rock?

Ed è una canzone strana, non è un pezzo trascinante (nessuno Stone da solo ne ha mai inciso uno), vuole essere ipnotico, ruvido, con un riverbero di insofferenza rispetto a quanto sta succedendo a Londra. Suona vagamente artefatto e sofisticato, lontanissimo dall’impeto di Street..., che pure conteneva più azzardi sonori di quello che sembrerebbe all’ascolto odierno: una batteria giocattolo per Charlie Watts, una chitarra che usciva da un registratore a cassette, un sitar per Brian Jones, uno shehnai indiano per Dave Mason dei Traffic.

Il testo («Sono andato a vedere l’Inghilterra, ma ha perso. Tutti hanno detto che siamo stati derubati, tutti gridavano e si lamentavano. Non una gran partita, comunque») è uno dei più interessanti e sottili del Jagger “politico”: non ha l’indignazione vibrante di Undercover Of The Night, ma nemmeno la generosa goffaggine di Sweet Neo Con; volendo, ricorda il sarcasmo sornione di Fingerprint File, incisa quando le autorità americane marcavano stretto le rockstar, facendole anche spiare.

Ma ancora più ambizioso è il video. Niente che farà venir voglia di visioni ripetute su YouTube, però è un “corto” che omaggia visibilmente due classici britannici, la serie Il Prigioniero e il film The Wicker Man, con il loro clima di angoscia e paranoia. Jagger pare volerci dire che quella "cool Britannia" abilmente venduta dall’ufficio marketing di Tony Blair, e tuttora in auge, continua a nascondere l’apatia di un popolo molto conformista – che d’altronde è una fortuna per gli anticonformisti di professione, finché non si ritrovano in esilio sulla strada principale.

È una canzone memorabile? Certamente no. Casomai è un intervento da autorevole opinionista. E come tale forse verrà più condiviso che ascoltato. A suo modo, un concetto molto contemporaneo: del resto Jagger, anche se musicalmente è fuori sincrono da anni, è sempre attento a come far rotolare la sua pietra – per evitare di fare muschio.

Il vecchio leone torna a far udire il suo possente sbadiglio.

Mick Jagger

Gotta Get A Grip

Le carriere soliste dei componenti dei Rolling Stones sono quelle col bilancio più drammatico tra tutti i gruppi rock blasonati (il che conferma la visione romantica di un pugno che sa colpire solo quando si stringe), e Mick Jagger ne è ormai ben consapevole.

Ciononostante, pur in piena lavorazione di un nuovo album degli Stones, ha sentito l’urgenza di far uscire due brani gemelli – Gotta Get A Grip ed England Lost – slegati da qualsiasi progetto musicale, intenzionati solamente a gettare un sasso polemico nello stagno che, malgrado tutto, continua a chiamare “casa”. «We obviously have a lot of problems. So am I politically optimistic? No», ha comunicato, laconico, il frontman della greatest rock’n’roll band in the world.

Come canzone, Gotta... pare quasi soltanto abbozzata, aggrappata a un riff di chitarra e a una produzione che ricorda vagamente il periodo in cui Mick era in fissa coi Material di Bill Laswell. La sensazione, tuttavia, è che il suono gli interessi solo relativamente; sembrano deporre in tal senso anche i remix disponibili su Spotify, che sono tutt’altra cosa rispetto alla versione scelta per il video.

Quest’ultimo, particolarmente palloso, è di Saam Farahmand, stesso regista di England Lost (più interessante, anche se non molto più vivace): l’idea di fondo è che il mondo ruoti a una sorta di party (palloso) dal quale i più sono esclusi; in compenso tutti quanti sono sudaticci, ché il riscaldamento globale non guarda in faccia a nessuno.

La cosa più importante – e forse non era mai successo nella storia dei Rolling Stones – è il testo, un’invettiva contro quell’apoteosi della chiusura mentale che Jagger vede trionfare sia nella sua terra natale che in quella adottiva. In effetti, forse la cosa più rilevante è proprio l’urgenza comunicativa avvertita dal settantaquattrenne rocker: «Dovevo far uscire questi pezzi ora, non potevo aspettare».

Buffo come quest’epoca in cui gli artisti che vanno per la maggiore lavorano per anni (insieme a cinquanta coautori) prima di dare al pubblico un prodotto finito, avesse visto fino a ieri del tutto a suo agio anche Jagger, che a inizio carriera incideva 45 giri epocali in un giorno e 33 giri fondamentali in una settimana. Ma si vede proprio che all’improvviso, come tanti anni fa, si è scoperto profondamente insoddisfatto.

Eeeeeeeh, giocano bene questi...

Sex Pizzul

El Tanque RMX

«Amano definirsi come una band mundial-disco-punk; in realtà, i fiorentini Sex Pizzul sono un talentuoso trio che unisce alla dimensione elettronica della musica una forte propensione per le poliritmie e, soprattutto, quella battaglia sonora tra organico e inorganico che era ancora possibile un paio di decenni fa».

Bello, quando una cartella stampa viene scritta bene (compreso il passaggio criptico che, volendo, potrebbe alludere anche alla raccolta differenziata), invogliando effettivamente alla lettura e all'ascolto del gruppo in questione.

«Tutto meno che retromane, la musica dei Sex Pizzul ha una qualità quasi dadaista. Pedate è il loro primo album, mentre il video-remix di El Tanque è ideato da loro stessi e realizzato da Simone Vassallo, batterista e artista visivo. “L’idea era quella di proporre in forma distorta e psichedelica le immagini del calcio – passate davanti ai nostri occhi milioni di volte, ma raramente osservate con gusto e curiosità estetiche"».

Raramente, vero, ma con un precedente prestigioso, firmato Mogwai. Comunque sia, lasciamoli proseguire.

«Un amico americano, durante una partita del Barcellona, ci disse: “It looks like a dance coreography”. In questo modo, come in una partita vista sotto effetto allucinogeno, durante il tedio domenicale e con tanta droga consumata sul divano davanti alla TV, le azioni si trasformano in balletti, le curve diventano caleidoscopi di striscioni e bandiere, il manto erboso si confonde con le immagini dello zapping, in una progressione psichedelica che segue la tribalità stoner del remix ed esplode poi in mille colori, creando quadri al confine tra il kitsch e il surreale».

Forse i ragazzi hanno appena ammesso di fumare le sigarette di droga. Ma lasciamoli concludere, o suvvia!

«Il video anticipa l’uscita di Autogol, EP di autoremix costituito da quattro brani tratti da Pedate. I Sex Pizzul sono Simone Vassallo, Francesco D’Elia, Irene Bavecchi».