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Girls just want to have fun

L7

Dispatch From Mar-a-Lago

Negli anni ’80 le canzoni anti-Reagan divennero un filone piuttosto fortunato nel panorama rock americano; quasi un genere a sé, addirittura, nell’allora giovane scena hardcore-punk.

Oggi le canzoni anti-Trump stanno spuntando come i funghi in autunno, evidente sintomo del diffuso malessere politico e sociale che attanaglia il cuore pulsante degli Stati Uniti (scusate, abbiamo appena sentito questa frase su Rai 3 e l’abbiamo trascritta pari pari).

Per fortuna le L7 sono troppo intelligenti e spiritose per seguire pedissequamente le regole del gioco. Qualcuno ha già provato a definire Dispatch From Mar-A-Lagoloro primo brano inedito dal 1999! – come una “anti-Trump track”, ma la cantante e chitarrista Donita Sparks ha specificato che è più una questione di sarcasmo che di militanza («S.O.S. from the golden throne / Mogul’s in deep shit, he’s all alone / It’s not good, a riot in fact / The whole friggin’ country club is under attack»).

Così la band californiana deluderà forse i paladini dell’impegno a tutti costi, specie i “comunisti da sofà” di casa nostra, ma il senso dell’umorismo ha sempre fatto parte del bagaglio lirico delle L7 – assieme alle chitarre ruggenti, alla voce ruvida e al suono sporco, che qui ritroviamo in modo confortevole (o senza troppo sforzo, a seconda dei punti di vista).

Va segnalato che la loro nuova etichetta è la Don Giovanni Records, indie nota per lavorare con gruppi vicini alla causa femminista e al movimento LGBT (spassose e sinceramente crude le F.A.Q. del loro sito, peraltro).

A posto così, per sentirci rockettari e coscienziosi. Per alzare poi la soglia dell’attenzione nei confronti dei problemi dell’America e del mondo intero, purtroppo, ci sono sempre i Prophets Of Rage.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Caro, facciamo il bagno insieme?

Com Truise

Propagation

Per sgombrare subito il campo da ragionevoli dubbi o imbarazzanti equivoci, chiariamo innanzitutto che Com Truise non è il tentativo (abortito sul nascere) di snoccialare in ordine di importanza tutto il cast di Top Gun da parte di un cinefilo dislessico, ma bensì il nome d’arte di Seth Haley.

Barbuto produttore statunitense di indiscusso talento, dal 2010 (ovvero da molto prima che tornassero di moda) ci delizia con raffinatissime incursioni strumentali in un retrofuturo che sembra uscito – se non proprio da un videogame arcade anni ’80 – da qualche VHS sci-fi ritrovata in soffitta.

Non stupisce quindi se Propagation, terzo singolo tratto dal suo ultimo album Iteration, si sviluppi come un mini-episodio di Black Mirror: una tragedia familiare di violenza domestica, dove la Lorella Cuccarini di una vecchia pubblicità delle cucine Scavolini altri non si rivela che un replicante incazzato, forse perché scartato dal set di Westworld.

Dopotutto, in tempi di sequel di Blade Runner, la domanda sorge spontanea: se i buoni vecchi androidi di Ridley Scott sognavano tutt’altro che pecore elettriche, cosa potrà mai fantasticare la tua mite e obbediente mogliettina robot?

Com Truise ci fornisce non solo la risposta – di affogarti nella piscina privata della casa che le hai regalato subito dopo le nozze, per la precisione – ma anche qualche indizio su come prevenire il peggio. O almeno su quando dovresti iniziare a preoccuparti: esattamente nel momento in cui le sue pupille diventano com’erano quelle di Wes Borland ai bei tempi dei Limp Bizkit.

Ocio

Wolf Alice

Sad Boy

Certi album non li puoi solo ascoltare; li devi proprio centellinare, sorseggiare. Visions Of A Life, secondo lavoro del quartetto londinese Wolf Alice, merita questo trattamento.

Che siate figli degli anni '90, che siate figli dei 2000, che siate figli di nessuno, troverete in questo disco il bandolo della vostra matassa. Non saprete dove collocarlo, perché potrebbe appartenere a ogni benedetto decennio.

Eppure, i Wolf Alice sono molto giovani; uno di loro ha dichiarato che Born To Do It di Craig David è stato il suo primo disco. Vabbé, peccati di gioventù. Ma la maturità compositiva che esce dal loro disco è stupefacente, perché fonde almeno trent’anni di alternative rock.

C’è tutto quel che vi serve: un po’ di shoegaze per sentirvi ancora liberi e ciondolanti su una pista da ballo; un po’ di dream pop, un po’ di accomodanti schitarrate californiane, del punk degno delle migliori riot grrrl, e pure un pezzo mostruosamente epico alla Led Zeppelin. A far da collante, la voce sottile ma versatile di Ellie Roswell.

Silk, un singolo tratto dal loro primo album, è finito nella colonna sonora di Trainspotting 2, una partecipazione che ha fatto loro da traino. Ma era solo l’inizio.

Ora, Visions..., uscito a fine settembre, rischia fortemente di essere uno dei migliori dischi dell’anno. Son parole forti. Ma qualcuno le dovrà pur dire.

Oi! Fatti una risata

INVSN

Deconstruct Hits

Quando non fa musica, Dennis Lyxzén fa musica. Non c’è soluzione di continuità nella vita artistica del cantante svedese, perennemente diviso fra sala prove, studio di registrazione e palco. E, nel tempo libero, compila playlist stuzzicanti

A quarantacinque anni potrebbe anche essere ora di tirare il fiato, ma lui arriva dal punk dei Refused, dai centri sociali e dal furgone che percorre chilometri su chilometri – e qualche anno fa non ha disdegnato di sporcarsi ancora le mani così, con gli AC4. Nelle sue stesse parole, «un fine settimana senza concerti è una cosa orribile».

Ora è il turno degli INVSN, creatura “dark post-punk/industrial pop/dystopian rock” (cit.) che a giugno ha pubblicato il secondo album The Beautiful Stories. Con lui c’è Sara Almgren, che lo aveva già accompagnato nella bella avventura The International Noise Conspiracy (una delle non troppe cose revival da salvare dei primissimi anni ’00).

Non stiamo certo proponendo un’anteprima, quindi, ma forse fra un despacito e l’altro vi siate persi questa graziosa canzoncina in chiaroscuro, molto più autunnale che estiva e che ovviamente ricorda i Depeche Mode (come il 90% dei gruppi che dicono di fare post-punk, oggi).

Non mettiamoci a fare le pulci a Lyxzén, comunque: se la musica rock e dintorni significa ancora qualcosa, è grazie a personaggi come lui che la venerano e rispettano (stile Henry Rollins). E adesso, scusate, andiamo a finire di leggere il libretto del CD di The Shape Of Punk To Come.

Giuliano non si è montato la testa, anzi si sottopone sempre di buon grado a uno Schiaffo del Soldato.

Negramaro

Fino All'Imbrunire

Il senso di spiacevole malessere complessivo che coglie alcuni di noi ascoltando i Negramaro – è forse snobismo?

Chi scrive fu irriso e accusato di tale, spregevole pregiudizio su una rivista dal piglio alternativo, da parte di un blogger che scriveva come un peraltro utile quadrupede da fattoria: correva l’anno 2005 e si era all’indomani del decollo inarrestabile di Mentre Tutto Scorre. E in verità non era ancora così diffusa l’accusa di spocchia a chi non capiva la meraviglia assoluta di quella e altre canzoni enfatiche, popolarone e piene di ONESTÀ! ONESTÀ! ONESTÀ!: in fondo non si sapeva ancora quali depravazioni del nostro pop fossero in agguato negli anni successivi.

Dodici anni dopo, è ancora snob manifestare quel malessere, quel senso di sincero dispiacere di fronte a un brano che, se da un lato continua a segnare la nuova rotta dei musicisti salentini verso un sound che sa molto meno di rock e parecchio di Keane, dall’altro vede Giuliano Sangiorgi fare sfoggio dell’abituale strazio interpretativo, la ricerca della frase da circondare di cuori e condividere sui social (o da tatuarsi)?

E naturalmente del MARE, uno dei jolly del mazzo lirico sangiorgico (... è pur vero che risultano assenti la PIOGGIA e il VENTO), così come certi poetismi sottolineati col pennarone – su tutti, l’incerta voce di bimba chiamata a rappresentare, implacabile, la dolcezza dei cuori puri («Torneranno anche gli uccelli, ti diranno come volare, per raggiungere orizzonti al di là del mare», declama M.S., nipotina del cantante) dopo “gli errori dei potenti”.

Sì, forse lo è.

In fondo, quattrocento like su YouTube per il commento del fan D.B. («❤ Tornerai tu in mezzo agli altri e sarà come impazzire tornerai e ti avrò davanti, spero solo di non svenire... ❤ Musica top... testo profondo... video stupendo!») sono a loro modo una forza storica con la quale fare i conti. E, che il resto della band abbia deciso per un recipiente sonoro più contenitivo per il pathos del suo frontman, è a suo modo encomiabile.

Nel 2017 c’è chi genera malesseri ben peggiori dei Negramaro. Anche se resta faticoso mandar giù il video con l’adolescente cui spuntano le ali d’angelo (espediente poetoso già usato anni fa da Antonacci, Mastro Peracottaro) e vola via, alfine, da questo sordido mondo.

Ma in fin dei conti, basta non guardare, volgere la testa altrove. Come fanno gli snob.

Patrick Swayze, Keanu Reeves e compagni durante i casting per 'Point Break'

Grizzly Bear

Losing All Sense

Non tutte le band possono sfoggiare in curriculum un "endorsement" pubblico da parte dei Radiohead, in particolare poche (ma buonissime) parole del solitamente taciturno Jonny Greenwood, che a suo tempo – introducendo i Grizzly Bear al proprio pubblico durante il tour di In Rainbows – li definì «my favorite band in the world».

Comunque, indipendentemente dal testimonial d'eccezione che li accompagna, c'è più di un motivo per applaudire Painted Ruins, quinto album di Ed Droste e compagni, che sancisce il loro ritorno in pista dopo le – non si sa bene quanto fondate – voci di scioglimento che nel 2013 avevano seguito il precedente Shields.

Losing All Sense è il nuovo singolo del quartetto di Brooklyn e non si fa particolari problemi a unire la ballabilità dei migliori, vecchi Blur con quella decadenza semi-artefatta alla Divine Comedy, ulteriore testimonianza del loro modo “laterale” di fare indie. Ovvero, prodigiosa (quasi artigianale) attenzione ai piccoli dettagli mischiata a una specie di devozione per la melodia, che garantisce loro la libertà di deviare verso tangenti sbilenche dal retrogusto indefinibile, a metà tra il pop puro e la "psichedelia for dummies".

Il tutto senza perdere mai né una certa profondità nei testi, né un buona dose di ironia visuale. Per dire, qui il video inizia male in una puntata di Desperate Housewives e finisce peggio dentro una di Lost, eppure – anzi, forse proprio per questo – ti strappa lo stesso una risata.

Tira il dito!

Noel Gallagher’s High Flying Birds

Holy Mountain

Prima che internet perdesse l’innocenza (ammesso di averla mai avuta, essendo nata in ambiente militare come sistema di difesa e controspionaggio), potevate insultare i fratelli Gallagher solamente fra voi e voi o, al massimo, in compagnia degli amichetti. Certo, ora c’è molto più gusto: sfottendoli via-Facebook o Twitter, state senza dubbio lasciando un segno nel dibattito culturale contemporaneo.

Veramente straordinario è il fatto che, in apparenza, a loro non freghi una mazza. Non gliene fregava prima, non gliene fregherà mai. Perché, spocchiosi, arroganti e maledettamente sicuri di se stessi, Noel Thomas David e William John Paul lo sono sempre stati. Parliamo di gente che tifava con foga e orgoglio il Manchester City anche quando militava nella terza serie nazionale, laddove ora la stessa squadra compone l’asse del male elitario del calcio europeo – tanto per rimanere in ambito di cose serie.

Poi ci sono i dischi e i concerti. E così, senza andare a toccare gli Oasis a quasi dieci anni dal loro scioglimento, decretiamo che i Beady Eye di Liam erano intrappolati in una bolla di prevedibilità buona per le radio ruocheruolll e gli spot pubblicitari (in attesa di ascoltare bene il suo fresco debutto solista As You Were), mentre gli High Flying Birds hanno una marcia in più.

Perlomeno, questo pezzo ce l’ha sicuramente: ricorda She Bangs di Ricky Martin, sostiene qualcuno, e sarà anche vero. Però suona bene, ospita pure Paul Weller all'organo, celebra gli anni d'oro di Top Of The Pops e diverte un sacco.

Avranno tanti difetti, ‘sti Gallagher, ma almeno sanno fare bene il proprio lavoro. Nel caso di Noel, innanzitutto, comporre belle canzoni (pur rubacchiando qua e là).

Una bella famigliola pop-indie-punk

Breeders

Wait In The Car

In Altà Fedeltà, il film, a un certo punto appariva un tizio ossessionato, nel negozio di Rob e gli altri. Sguardo allucinato, capello arruffato, abbigliamento da deboscia, giorni migliori alle spalle (si suppone). Veniva mostrato il suo feticismo per i dischi, puntualmente deriso dai tre negozianti del Championship Vinyl.

Sarebbe curioso conoscere i pensieri che quell'audiofilo compulsivo avrebbe potuto fare, a proposito delle Breeders.

In particolare, sulla scelta di lasciare fuori un pezzo come Safarietereo planare chitarristico in scorza pop, con accento sulla parte vocale, perfezione di sintesi indie rock – dagli album di lunga durata. Ma restano curiosità che annegheranno in una nicchia di riflessioni inutili. Quel che rimane è che le ragazze son tornate.

Dopo la reunion degli anni passati, il passaggio/ritorno della titolare Kim Deal alla casa-madre Pixies terminato con l’ennesima divisione, il vero miracolo è il seguente: da un lato il suono sempre uguale, impasto di chitarre distorte prima del tumulto, melodie vocali femminili ma non celestiali, pezzi brevi – non ricordiamo una cavalcata psichedelica dal minutaggio esteso, nelle loro produzioni.

Dall’altro lato, la gioia che si prova a constatare come, in una formula sempre uguale, ci sia una vitalità guizzante, di quelle che ti fanno affrontare bene la giornata, nonostante questa sia musica non più innovativa da taaanto tempo.

Ma queste, forse, sono pippe da nostalgici. O da tipi ossessionati dalla musica, fate un po’ voi.

(sullo sfondo, Chiara Ferragni, Chiara Ferragni, Chiara Ferragni e Chiara Ferragni)

Eminem

The Storm (aka Eminem Rips Donald Trump)

Le mani, la danza da pugile, le macchine nere coi fari accesi, il parcheggio, lo hood, il catenone, gli homies sullo sfondo. Ma soprattutto le parole scagliate con progressivo furore, sdegno, la voce che si incrina, il quasi palpabile rumore di denti che digrignano, la fatica a controllarsi fisicamente – malgrado le frasi siano precise e tutt’altro che banali, e l’arrivo alla dichiarazione di odio finale sia costruita con un crescendo di accuse circostanziate, diverse da uno sfogo obnubilato ma anche da un calcolo opportunistico per una rentrée da dio del rap.

Del resto, è davvero “safe” attaccare così violentemente il presidente degli Stati Uniti, eroe del popolo? Eroe, per sovrammercato, di molta di quella “spazzatura bianca” che a suo tempo elesse Eminem suo emblema? Non è più conveniente fare come tutti gli altri, costruirsi dei deliziosi dissing tra star, invece di precludersi qualche cruciale milione di clic?

Che diamine: i cantanti country hanno visto sparare al loro pubblico, e si sono ben guardati da qualche dichiarazione che contenesse la parola “armi”... Non sia mai che potesse suscitare controversie.

Che poi a Eminem piaccia esser controverso è noto. Ma tanto per capirci, su YouTube, nel giro di ventiquattro ore, accanto a commenti deliranti (Prophet: «Dillo che preferisci l’antiCristo Obama» - 421 likes), cinici (S.C.: «Brutta cosa la crisi di mezza età» - 35 likes; Faith Frommyhard: «Ormai ha fatto il suo tempo...» - 181 likes) o sprezzanti (Hvac God: «Lascia stare la politica e fai quel che sai fare, cioè drogarti, insultare tua madre, e fare il buffone per soldi» - 61 likes), sono apparsi commenti tecnici, da parte di Gente Evidentemente Addentro.

Mishkin, infatti, argomenta: «Eminem cerca di rimanere rilevante ma è un simbolo di supremazia bianca e oppressione, la sua carriera usurpa quella di artisti non bianchi. La sua è un’appropriazione culturale, non è mai stato povero – un bianco in questo Paese non sa cosa vuol dire essere poveri» (31 likes). Ma ancora più nel dettaglio musicale, Lakamolaka sostiene: «Il flow è terribile, il ritmo assente. Mi spiace ma è come vedere qualcuno che cerca di rappare per la prima volta e che fa schifo, sembra davvero che abbia perso il suo tocco» (57 likes), mentre Bboysoulzero riassume: «Mi ricordo di quando faceva rap senza pause imbarazzanti e fiatone» (32 likes).

Che dire: la controversia c’è. Ma su una cosa, essendo questo un sito musicale, ci pare particolarmente stupida: sul flow, sull’ortodossia della forma. I dibattiti deficienti da saccenti in felpa sono uno dei principali motivi per cui da anni l’hip-hop, forma d’arte quarantenne che si atteggia a supergiovane (come tanti quarantenni), è sempre più una macchina da soldi imbecille, uno zombie cui non frega niente della gente, un guitto per il quale è più redditizio fingersi pericoloso che prendersi qualche rischio.

Ed è sconfortante vedere che anche in Italia, in queste ore, già tanti fra’ e bro’ e zi’ arricciano lo stiloso nasino, come se Eminem – ... che è Eminem, non il cugino dell’hinterland che se la tira al muretto – non sapesse benissimo la differenza tra un flow impeccabile e quello che ha mostrato in questo video. Come se non avesse voluto fare a pezzi, come bersaglio secondario, anche le vecchie regole del rap e del freestyle (che del resto, più ha regole, meno è "free"...).

“Fight the power”, diceva qualcuno. Ma anche il rap oggi è parte compiaciuta di quel power. E ora uno dei suoi massimi esponenti vuole forse provare a combatterne il compiacimento. Per quanto sia improbabile che possa fermare la fine del mondo, perlomeno ha provato a fermare la fine del rap.

Odio le foto. Perché me le fai?

Morrissey

Spent The Day In Bed

Non so dire quale sia stato il giorno in cui Moz ha smesso di essere solo arrogante per diventare irricevibile. In cui ha smesso di essere, per me, un’incantevole sfinge generazionale, sì spocchiosa ma capace di ridersi addosso, e soprattutto di ribaltare un’intera generazione, sbatacchiandola tra la depressione e l’euforia e sculacciandola sul patio.

Perché è ormai certo: Morrissey si è trasformato in un astioso e intollerante signore di mezza età, che pesta cacche a più riprese sui più sensibili temi legati al genere, al colore della pelle, alle "fake news", e tutto ciò per cui la società contemporanea si cruccia.

Forse quel giorno era venerdì 17 aprile 2009, quando, disgustato dai fumi emanati da un barbecue, abbandonava il palco del Coachella, proclamando: «Sento odore di carne che brucia, spero sia umana». D’altra parte, la salamella a un festival è come la birra analcolica nel reparto bevande. Ci sta che la trovi.

O forse il tracollo è arrivato lo scorso luglio, quando dichiarava guerra all'Italia che l'aveva fermato mentre sfrecciava contromano in Via del Corso, su una grossa auto che non guidava lui. E dire che a Roma si trovava, e non per la prima volta, per registrare un disco.

Ma ecco che l'artista riluttante e prossimo al luddismo si palesa su Twitter, con un cinguettio sibillino: “Spent the day in bed...”.

È il titolo del suo nuovo singolo.

Un pezzo la cui semplicità può far traballare ulteriormente la sua "fanbase" di lungo corso, già provata da tutto quel che abbiamo detto e che ancora non si è rassegnata all’abbandono di Alain Whyte, suo storico co-autore, cacciato nel 2012.

Attorcigliandosi su organetti barocchi e chitarre molleggiate, Spent... manda un messaggio molto chiaro: stai a letto tutto il giorno, smetti con la tua mesta vita da pendolare e sottoposto («No Bus, No Boss, No Rain, No Train» potrebbe essere una lettera di dimissioni). Ma soprattutto, stai lontano dalle news, che ti fan sentire “piccolo e solo”.

L'album Low In High School, in uscita il 17 novembre, fa tremare i polsi già dalla tracklist. Sarà il manifesto definitivo del Signor Distruggere.

(ora apro il cassetto, prendo la mia canotta di Years Of Refusal, e ci faccio su una salsiccia)

Gianni mentre cerca di verificare con metodo empirico la teoria di Mendel sull'ereditarietà dei caratteri

Gianni Morandi

Dobbiamo Fare Luce

Ci sono buoni motivi per un’amabile indulgenza nei confronti di Morandi, ma è anche vero che quando indulgiamo nell’indulgenza verso Morandi, lui se ne approfitta.

L’ultima volta che è successo, ha presentato due Sanremi sciapi e dagli esiti sapientemente rassicuranti – vittoria di Roberto Vecchioni, vittoria di Emma Marrone – con quella stessa ovvietà conciliante e iper-italiana che è poi diventata la sua arma su Facebook.

Dopo quel Sanremo l’indulgenza calò un poco, ma poi riprese a crescere – ed è così che ce lo siamo ritrovati quest’anno in tormentone con Rovazzi, poi ad aprire il live del Papa, poi in una nuova fiction in prima serata su Canale 5 (nome del personaggio: Pietro Sereni), poi in un nuovo album per il quale si mobilita tutto un emiciclo parlamentare di autori in auge nei sondaggi e perfetto per quel target RTL102,5 che il cantante si prefigge: Giuliano Sangiorgi, Tommaso Paradiso, Elisa, Ivano Fossati, Ermal Meta, Levante e Ligabue.

Quest’ultimo firma il primo singolo, un rock moderato e affabile prodotto dal suo stesso produttore Luciano Luisi, su una crisi di coppia vista con indulgenza («Magari siamo ancora in prova») e fiducia («È peggio dell’asilo ma forse non c’è niente che sia meglio dell’asilo»).

Rassicurante anche il video di Luca Miniero, regista la cui ragione di vita sono quelle commediucce tipo Benvenuti Al Sud/Al Nord che riconciliano con la TV albanese, interpretato da Alessandra Mastronardi – Cesarona forever – e Matteo Martari, fotomodello un po’ povero (cit.).

Il risultato è bello come può esserlo solo una fiction di Canale 5.

Fa un bel po' Taylor Swift, 'sta foto, ma la perdoniamo

HÅN

1986

Per evitare fraintendimenti, non stiamo per parlare di Han Kwang-song: esplosivo (...) attaccante nordcoreano del Cagliari, in prestito in serie B al Perugia. Di lui, forse, ne parleremo più avanti.

No, oggi vi diciamo qualcosa sulla faccia nuova del panorama dream-pop nostrano. Nata e cresciuta sulle sponde del Lago di Garda, dopo aver esordito nei mesi scorsi con l’ottima The Children, HÅN ci propone in questi giorni la seconda traccia dell’EP di prossima uscita.

«È l’anno in cui si sono conosciuti i miei genitori», dice la giovane sulla scelta del titolo. E aggiunge: «Una riflessione su quello che vedo intorno a me, sugli elementi che ricorrono nelle relazioni».

I numi tutelari sono Beach House, XX e Lorde (solo un pochino, quest'ultima); HÅN, in ogni caso, mostra talento e una bella personalità che ci fanno ben sperare per il disco in uscita.

1986 è un bel pezzo, bello quasi come un gol all’incrocio dei pali. Hån e Han: che attacco atomico, ragazzi!

Pamela Anderson subito dopo l’intervento di riduzione del seno

Vessels

Mobilise

Nel 2015 il miglior album di musica elettronica, forse, lo aveva tirato fuori un gruppo post-rock. Il disco era Dilate, la band i Vessels.

A due anni di distanza i ragazzi di Leeds tornano col monumentale The Great Distraction, lavoro ricco di ospiti (The Flaming Lips, John Grant, Harkin, Vincent Neff) e che dimostra come i cinque siano tutt’altro che distratti e men che meno disattenti, bensì perfettamente concentrati sulla strada da prendere e altrettanto convinti di quella presa.

Chitarre più o meno appese al chiodo – a parte nei momenti in cui è possibile farle suonare come qualcosa di diverso da una chitarra... – e le mani ben in pasta in un universo sintetico che, anche quando si perde in aperture più oniriche, mai smette di strizzare l’occhio a una certa "club culture" di nicchia.

Mobilise è il terzo singolo e arriva insieme al video diretto da Alexander Darby. Girato alle Red Sands Fort, piccole piattaforme costruite all’estuario del Tamigi durante la seconda guerra mondiale per fermare l’avanzata tedesca, vede come protagonista la versione cyber-punk del campione inglese di freeride su moto d’acqua ed è una specie di chiamata alle armi post-apocalittica. In altre parole, sembra un rave distopico con la cover band dei Bloody Beetroots come ospite speciale, organizzato dalla "crew" di Baywatch per festeggiare il salvataggio dei soldati inglesi dopo i casini di Dunkirk. Senza Pamela Anderson, però, né tanto meno Harry Styles.

Peccato solo che la versione del video sia un "radio-cut" di quattro minuti scarsi (contro i quasi nove della versione su disco). Una specie di trailer, insomma, in cui si riesce solo a intuire l'imponente crescendo rossiniano – quello sì, estremamente post-rock, da poterlo quasi definire post-rocksiniano – che caratterizza l’originale da metà in poi.

Giubbotti straordinariamente slacciati

Hot Water Music

Vultures

La versione inglese di Wikipedia sostiene che i generi suonati dagli Hot Water Music – ah, come suonano bene certi nomi, se non pensi alla traduzione in italiano¹ – siano “punk rock, emo, post-hardcore, post-punk”.

Tutto vero, fondamentalmente, anche se fra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio l’etichetta “emo” è stata utilizzata come la rucola in cucina più o meno nello stesso periodo: ovunque, quasi, e fuori luogo, spesso. A un certo punto persino i My Chemical Romance passavano per emo…

La carriera del gruppo floridiano è stato un continuo saliscendi, fra (moderati) successi e (ripetute) pause. Forse è sempre mancato loro il disco che facesse la differenza, dall’inizio alla fine². O forse non lo hanno mai cercato con la necessaria ambizione, chissà.

Fatto sta che nel 2017 sono ancora capaci di tirare fuori prima le unghie e poi una canzone così, con tutti gli elementi migliori di un certo hardcore americano “evoluto” al posto giusto. Il cuore, prima di tutti, e poi i riff. E la voce di carta vetrata. E…

Si trova nel nuovo album Light It Up. Emo prima di te, meglio di te.

¹ citazione tutt’altro banale, invero: era il titolo originale di una raccolta di racconti brevi di Charles Bukowski (in italiano, Musica Per Organi Caldi)

² ma A Flight And A Crash ci andava vagamente vicino

Sembra buono, ma dietro quella faccia si nasconde il diavolo

King Krule

Half Man Half Shark

Non fatevi ingannare dall’aspetto tutto lentiggini e capelli rossi. No no, siete fuoristrada: King Krule è il diavolo.

Te ne accorgi subito, quando apre bocca per cantare con quella voce da basso da far tremare i mobili belli del salone di casa. Deve avere pure un caratterino niente male, visto che si è permesso il lusso di rifiutare una collaborazione con Frank Ocean, mica l’ultimo arrivato, per lavorare sul materiale che sarebbe poi finito su The Ooz, in uscita a ottobre per XL Recordings.

Proprio da lì arriva Half Man Half Shark, pezzaccio post-rave culture, post-punk, post-jazz, post-ecc. Girato con un retro-effetto VHS, il video ricorda nostalgicamente gli anni '90 – il ragazzo è del 1994: quale nostalgia potrà avere, noi non lo sappiamo... – e l’età dell’oro dei rave party inglesi in cui si ballava per ore, si sudava come porci e ci si drogava a manetta (stabilite voi l'ordine corretto delle tre azioni).

King Krule, novello Elvis Costello post-atomico, è uno dei nostri preferiti, nonostante sia così maledettamente bastardo. Mia mamma lo diceva sempre: mai fidarsi dei rossi, e la politica non c'entrava.

Ogni riferimento ecc.

Teleman

Bone China Face

Il mio primo approccio con i Teleman risale a due anni fa, con Strange Combinations, un singolo senza album. Elettronica essenziale, struttura essenziale, un cantato essenziale, ma tutto terribilmente "catchy".

Era accompagnato da uno di quei video che ricorrono nei tuoi peggiori incubi: bambolotti vecchi che ballano. Sul finire del pezzo, il synth impazziva e i bambolotti davanno testate sul pavimento.

Mi piacciono questi Teleman – pensai.

Poi ho sentito Düsseldorf; una canzonetta che aveva la portata anthemica di Song 2 dei Blur, senza la scarica di distorsione e quell’"uuh-huuuu!" che ci accompagnerà per sempre.

Chi sono questi Teleman, mi chiedevo. Degli emuli bizzarri dei Kraftwerk? Molti, in effetti, i punti in comune: certe scelte estetiche, certe foto, l’immobilismo, l’elettronica un po’ cubica e cadenzata, e questa fissa col tedesco.

Loro, che sono tutti di Londra.

Fünf è il loro nuovo EP. "Fünf" vuol dire cinque, in tedesco. Cinque sono le tracce, ognuna fatta con un produttore diverso. Tra l’altro, tutti mostri sacri della dance/elettronica contemporanea: Timothy J., Fairplay, Bullion e Moscoman, tra gli altri.

Se l'EP avrà l’impatto del primo singolo, Bone China Face, la strada è quella giusta. Rispecchia uno dei talenti assoluti dei Teleman: il ritornellone che ti s'impianta nella testa e non ti molla più.

È stato creato in collaborazione con Ghost Culture (pseudonimo del produttore James Greenwood); lui ha fatto scelte che portano la band fuori dalla propria "comfort zone". Nuove sperimentazioni, nuove botte di synth.

Ma vera la sorpresa entra quando meno te lo aspetti, ed è quella cosa chiamata “mixing area”; quel prezioso spazio di mezzo in cui il DJ fa subentrare il pezzo successivo, mixandolo, possibilmente in battuta. Una cosa che, in un pezzo così, non era proprio scontata.

Tra l’altro, si respira bella frizzante l’aria dei Chemical Brothers di Golden Path.

Ma quanto è bella 'sta ragazza?!

St. Vincent

Los Ageless

Annie, la cara St. Vincent, è tornata.

Lontana dai riflettori discografici dal 2014 (anno di pubblicazione del suo ultimo, acclamato lavoro omonimo), e dopo averci cantato di New York qualche settimana fa, ora St. Vincent ci trascina nel mondo superplasticoso di Los Ageless – tra elisir di bellezza di dubbia provenienza, pediluvi aggressivi e operazioni di rinoplastica creative.

Una versione più pop della clinica di chirurgia estetica “sperimentale” di Fuga Da Los Angeles, insomma...

La formula proposta dalla cantautrice di Tulsa, per fortuna, non cambia: gran chitarrismo, efficace tappeto electro e bella, bella voce.

Sul nuovo disco Masseduction ci saranno tanti ospiti, a quanto pare: si parla di Kamasi Washington al sax, Jenny Lewis dei Rylo Kiley, Tuck e Patty (!) e Cara Delevingne, celebre ex della nostra eroina.

Sembra che la carne al fuoco sia tanta, quindi, e a noi non resta che cominciare ad apparecchiare e sederci a tavola. Le portate cucinate da St. Vincent non ci deluderanno, scommettiamo.

.. and then there were three...

Tangerine Dream

Tear Down The Grey Skies

Il discorso fatto pochi giorni fa a proposito della nuova raccolta di John Carpenter si applica abbastanza comodamente anche ai Tangerine Dream, con alcuni distinguo.

Il successo – relativo, ma incontestabile – della serie TV Stranger Things ha riacceso l’interesse verso un certo tipo di sonorità “vintage”. Per il regista americano le colonne sonore sono sempre state una nobile attività collaterale, se così si può dire. Per il gruppo tedesco sono state una parentesi anche commercialmente proficua, invece, specie negli anni ’80.

Comunque sia: oggi i Tangerine Dream compiono cinquant’anni, appena festeggiati con la pubblicazione del disco Quantum Gateil primo dopo la morte del fondatore Edgar Froese nel 2015.

La loro produzione artistica è tanta e tale da sconsigliarci di collocare precisamente Tear Down… al suo interno. D’altronde, che volete, mica state pagando per leggere questa recensione!

La canzone ci piace molto e il titolo ancora di più: non sappiamo dove viviate, ma qui nel settentrione non vediamo il sole da una settimana. I Tangerine Dream propongono di tirare giù i cieli grigi: a Berlino di sicuro se ne intendono, di panorami color bitume, per cui aderiamo entusiasticamente alla mozione.

Casa è dove c'è amore

Unsane

The Grind

Gli Unsane smisero di essere veramente rilevanti alla fine degli anni ’90 (sciogliendosi nel 2000, toh!).

Non è una critica gratuita, ma una semplice costatazione: i musicisti o i gruppi che fanno musica DAVVERO senza tempo sono molto pochi. Per gli altri, per quasi tutti gli altri, c’è una data di scadenza più o meno precisa – facile da individuare solamente col senno di poi, tuttavia.

Detto questo, se ti piace una band, un sound, un’immagine ecc., non c’è niente di male a perseverare nel fanatismo. Per conto nostro gli U2 non dicono più niente di interessante da almeno vent’anni, ma non biasimiamo le migliaia di persone che affollano tuttora i loro concerti.

Tornando agli Unsane: dopo il ritorno del 2003 hanno messo assieme una manciata di dischi dignitosi, eppure mai efficaci e graffianti come nel decennio precedente. Mestieranti, nell'accezione migliore del termine.

Il nuovo album Sterilize ribadisce la pasta del trio americano, comunque maestro di paranoia e iterazione. Non è hardcore, non è metal, non è crossover nel senso stretto del termine: è il suono della psicosi della Grande Mela, del cemento armato e del cielo grigio, delle strade bagnate di pioggia e dei tombini che fumano.

Non sono rilevanti come una volta, ma il mondo di oggi fa così schifo – e senza Tom Petty, persino di più – che gli Unsane hanno ancora un po' di senso.

Numero cinque: gli occhiali rotondi alla John Lennon

Gnash

Superlit (feat. Imad Royal)

Superlit è un pezzo estivo (anche se fuori tempo massimo), allegro, disimpegnato: un motivetto surf-pop su cui Gnash rappa senza troppi virtuosismi. Detto così sembra non ci siano grandi motivi per cui soffermarvicisi. Ah! Incauti!

Numero uno: Gnash è una figura ibrida e non comune: non è un vero rapper, è un autore pop che non può esimersi da flirtare con l'hip hop perché ha ventitré anni, è nato nell'emisfero occidentale e siamo nel 2017. Però rimane un autore pop. La sua fonte di ispirazione principale, dice, sono i Death Cab For Cuties.

Numero due: è americano, viene dai ghetti di Los Angeles, fa hip hop e avrebbe tutta la credibilità per rimare (anche lui) pesante su droga, soldi e sesso. E invece no. Vi ho già detto quella cosa dei Death Cab For Cuties?

Numero tre: Superlit è tratta da un EP che si intitola Us. Probabilmente non sa nemmeno chi sia Peter Gabriel – ma metti che invece sia una sorta di omaggio? Chissà. Ok, questo non è un motivo solidissimo. E allora vai col...

... numero quattro: Gnash ama i "featuring" (sempre per il discorso di cui sopra: ventitré anni, siamo nel 2017, ecc.), ma ha promesso che, a questo proposito, non intende ripetersi. Quindi niente più Olivia O'Brien, la bellissima e legnosissima co-autrice di I Hate I Love U – tormentone multi-platinato il cui alto livello di tormentosità in Italia è stato addirittura sancito dalla partecipazione dei due a Che Tempo Che Fa.

Ecco: uno che rinuncia a ripetere le stesse collaborazioni nonostante il successo raggiunto, e cerca di andare oltre, ci fa immediatamente simpatia.