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La traccia del giorno Perchè ogni giorno abbia la sua O.S.T.
Da, motherfucker!

Moscow Death Brigade

Boltcutter

In questi giorni, Rai 5 sta regolarmente proponendo il bel documentario sul tour sovietico che Billy Joel fece trentuno anni fa, Billy Joel - A Matter Of Trust: The Bridge To Russia. Unico difetto: la classica retorica “colonialista” all’americana che vorrebbe forse farci credere che – prima di quei sei concerti dell'artista newyorkese a Mosca e Leningrado – la musica pop e rock fossero entità del tutto aliene nell’Unione Sovietica e, magari, nell’intero blocco comunista di allora (ma non era affatto così).

Fatto sta che nel 2018, a prima vista, una band come i Moscow Death Brigade potrebbe provenire da qualsiasi parte del mondo. Semmai è il loro nome che ne tradisce l’origine, ma non certo un suono che combina efficacemente/prevedibilmente hip hop, riffoni di chitarra ed elettronica.

Il messaggio non è banale, però: «I MDB sono diventati uno dei più attivi gruppi antifascisti russi, opponendosi a qualsiasi forma di discriminazione, partecipando a eventi benefici e diffondendo il verbo dell’unità. In genere i nostri concerti attraggono i membri di diverse sottoculture: punk, skinhead e metallari, ma anche la scena hip hop, i writer e gli ultras calcistici. In questo modo dimostriamo che facciamo tutti parte di un unico movimento mondiale, basato sull’amicizia, sul rispetto reciproco e sulla libertà», sostengono loro stessi.

Non proprio il classico ritratto della “gioventù putiniana” che potreste leggere sul magazine del Corriere della Sera o della Repubblica, insomma.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Noi siamo un trio, all'erta e pieni di brio

The Messthetics

Serpent Tongue

Allora, c’è la sezione ritmica dei Fugazi che ha messo in piedi un nuovo gruppo e…

Ehi, fermi: dove state andando?

Beh, sì, ci sta: Fugazi – e Dischord Records – vuol dire fiducia e, fondamentalmente, le prossime righe saranno superflue per molti di voi.

Ma noi sguazziamo, nel superfluo: i Massthetics sono la creatura del bassista Joe Lally e del batterista Brendan Canty che, poi, hanno pescato un gran bel jolly nella figura del chitarrista Anthony Pirog. Un talento estremamente versatile, come dimostrano il suo curriculum e, soprattutto, i vertiginosi saliscendi di questa canzone.

In barba a certi luoghi comuni, qui gente nata e cresciuta nella storica scena hardcore punk di Washington, D.C. finisce per “omaggiare” a modo suo il progressive rock più spigoloso e viscerale.

D’altronde, forse, certe barriere stilistiche esistono solo nella nostra mente. Loro sono americani: il rock l’hanno inventato tanto tempo fa e oggi ci giocano ancora, smontandolo e rimontandolo a proprio piacimento.

Se il risultato finale è questo, così ben bilanciato fra virtuosismo e buon gusto, impossibile eccepire.

Il vero eroe di Dayton, Ohio

Guided By Voices

See My Field

Ormai si è perso il conto delle canzoni scritte e del numero degli album pubblicati da Robert Pollard. A dire la verità si è perso pure il conto delle volte che i Guided By Voices – la sua creatura più prestigiosa, nonché una delle realtà più importanti emerse dall’underground statunitense degli ultimi quarant’anni – si sono divisi e riformati (a occhio e croce siamo arrivati alla terza reunion).

Più che ai numeri, Pollard è sempre stato interessato a giocare con il canonico formato-canzone-pop-rock-di-tre-minuti, prima demolendolo e poi ricomponendolo a colpi di epici riff di chitarra che richiamano tanto gli Who quanto la crème de la crème dell’indie a stelle e strisce, in quello che si potrebbe definire il classico sound alla GBV.

Lo stesso che sta alla base anche di See My Field, primo estratto dal ventiseiesimo album in studio in uscita il mese prossimo, che suona fresca e ispirata e non tradisce affatto l’età anagrafica del suo autore – sessantuno anni tra qualche mese.

Tempo fa, per cercare di spiegare le influenze dietro ad I Am Mine dei Pearl Jam, il bassista Jeff Ament disse: «I primi dischi dei Guided By Voices mi hanno sempre fatto impazzire perché scrivevano questi incredibili riff alla Who e li suonavano solo una volta e tu pensavi: "Cosa? Non posso credere che tu abbia scritto un riff del genere e lo abbia suonato soltanto una volta"».

In questo sta l’essenza stessa del gruppo americano: una soluzione solo apparentemente facile, un gioco da ragazzi per Pollard.

Nevermind the mindfucker!

Monster Magnet

Mindfucker

Com’è bello tornare, qualche volta. Tornare indietro, lasciarsi andare al solito suono stra-sentito, nella rassicurazione che priva dell’ansia da ricerca di novità. Solo roba conosciuta, che sai dove andrà a parare ma che ti spinge a muovere il culo, ad abbassare il finestrino, a far su e giù con la testa. Roba da Monster Magnet, gente lercia e cazzuta, fuori da tutte le mode.

Gente appesa all'hard rock/stoner che riempiva i magazine musicali negli anni '90. Che infila parolacce nei brani, ripropone lo stesso riff di Toni Iommi fino allo sfinimento e poi si lancia in assoli incendiari. Roba per vecchi, forse. Non potete immaginare quanto sia divertente.

Il ritorno di Dave Wyndorf e soci – qui nella loro versione più semplice e immediata e meno psichedelica e spaziale – è un pezzo favoloso: il ritmo è quello di un animale pesante e morente, la componente maligna sempre ben inserita. Uno spasso, in cinque minuti e rotti che infilano ritornelli efficaci e cambi di tempo fracassoni. Certo: non parliamo di uno stato di grazia come ai tempi di Powertrip, ma di un'ottima forma, quella sì.

Se vi piacciono il baccano chitarristico e le voci potenti, i Monster Magnet – questi Monster Magnet, ma anche e soprattutto quelli prima – sono ciò che fa per voi. Sempre siano lodati.

Potevo essere uno dei Five

Troye Sivan

My My My

Sentiremo parlare molto di Troye Sivan. La sua storia non somiglia a quella di tante altre popstar; ora che potremmo cominciare a conoscerlo, lui ha già fatto tutto.

Nato in Sudafrica, naturalizzato australiano, Troye ha ventidue anni; è attore, cantautore, ma soprattutto “Youtube personality”. Sì, quel termine che a molti di voi fa venire il reflusso gastroesofageo. Nel 2014, il Time lo ha decretato uno dei “25 Most Influential Teens” al mondo. Mi sono chiesta perché; sono andata a vedere.

Da quasi dieci anni, pubblica regolarmente un videoblog in cui risponde alle domande dei suoi fan. Domande come: «Troye, è più facile contrarre l’AIDS se sei gay?». Oppure: «Troye, qual è il modo più facile per fare coming out?». Oppure ancora: «Troye, ma hai una cotta per qualcuno, ora?». E lui risponde, spigliato e disinvolto, con ritmo incalzantissimo. Solo ventidue anni e già tocca rispondere a 'ste domandone. Lui, d'altra parte, ha fatto coming out CINQUE anni fa, e l'ha fatto con questo video.

Niente di tutto quel che vedo mi sembra forzato, affettato, fuori luogo; anzi, è tutto perfettamente a posto. Lui è un giovanissimo, credibilissimo e amatissimo portavoce del mondo "teen-queer/LGBT" in Australia.

Per inciso, alla domanda «Hai una cotta per qualcuno?», lui ha risposto: «Harry Styles».

Bene, ma la musica, direte voi? Parrebbe un’attività collaterale; invece i suoi esordi da cantautore risalgono a più di dieci anni fa. Un bambino prodigio prima, una grande star nazionale poi. Ha all'attivo un EP e un album, e ora arriva il secondo, trainato da un singolo, My My My, che ha recentemente presentato al Saturday Night Live. A tutti gli effetti, il suo debutto americano. Chissà quale accoglienza gli riserveranno, in quel simpatico paese di zuzzurelloni.

My My My è un pezzo dalla produzione ineccepibile e che richiama, specialmente nel ritornello, alcune teen band di metà anni '90 con l'apostrofo tra la "N" e un'altra parola. Ma la scrittura del testo è attuale e si ispira, per stessa ammissione di Troye, a teste di serie come Taylor Swift (certo, Mrs. "tumiturbi" Swift non direbbe mai «Ho la tua lingua tra i miei denti». Così volgare).

In definitiva, il singolo, di per sé, non è nulla di nuovo. Il personaggio, invece, sì. E parecchio.

Bigmouth strikes again

Spiritual Front

Children Of The Black Light

Pur cantato in inglese, il pop elegante e ricercato degli Spiritual Front possiede anche un certo carattere italiano. O meglio, forse, mediterraneo. Non è tanto una questione di influenze più o meno evidenti e della loro somma matematica, quanto di mero gusto compositivo, di atmosfere, di “umori” (eh).

Nonostante una carriera ultradecennale, almeno un’opera memorabile – Armageddon Gigolò del 2006 – e una discografia stilisticamente variegata ma qualitativamente omogenea, nel nostro paese il gruppo di Roma rimane un culto per fan e appassionati. Quasi un controsenso.

Al di là dei gusti personali, ciò dovrebbe farci riflettere sul perenne provincialismo che affligge il panorama artistico e culturale italiano, dove nel 2018 furoreggiano ancora mestieranti privi di talento ma con la giusta tessera politica, gruppi rock fintamente alternativi ma biecamente conservatori e giovani terzomondisti senza una causa.

Pazienza. Gli Spiritual Front continuano a comporre musica come dio comanda e a “confezionarla” in modo professionale, sotto tutti i punti di vista, coltivando un’estetica sensuale e un poco sarcastica al tempo stesso.

A fine marzo uscirà il nuovo album Amor Braque: ascoltatelo, sempre che non siate troppo impegnati a raccogliere firme per la causa del Burmini.

In casa, solo tutine sexy

Soccer Mommy

Your Dog

Un’adolescenza introversa, passata a comporre canzoncine chiusa nella propria cameretta e a pubblicarle solo su Bandcamp, finché qualcuno non ti comunica ufficialmente che magari con quella roba c’è pure la possibilità di tirarci su due soldi e ti introduce in un mondo polveroso dove le cose di fanno ancora un po’ all’antica, tramite strumenti vetusti come etichette e contratti discografici.

Messa così, quella di Sophie Allison sembra la storia della sorella gemella di Will Toledo che, alle soglie della maggiore età, finalmente se ne guadagna una tutta sua (di cameretta, dico), dopo un’infanzia in comune durante la quale ha condiviso con il fratellino talentuoso e occhialuto lo stesso letto a castello dell’IKEA, musicalmente costruito all’insegna dell’ingegno e del risparmio. Ovvero seguendo alla lettera le istruzioni minimali di un’etica (e un’estetica) rigorosamente DIY.

Come i Car Seat Headrest, infatti, anche il progetto Soccer Mommy vanta il primato di aver esordito con un greatest hits ed essere poi arrivato all’effettivo primo album con il secondo disco. Un po’ macchinoso, come concetto, ma a quanto pare è la nuova frontiera della promozione musicale.

In questo caso, l’uscita di Clean è prevista per i primi di Marzo e Your Dog è il singolo ha fatto iniziare il conto alla rovescia: la storia viscerale di chi trova il coraggio di fuggire da una relazione tossica, capitalizzando un improvviso momento di lucidità dopo un infinito periodo di debolezza. Storia raccontata con invidiabile humor nero dal collettivo di film-maker Weird Life nel relativo video che – a livello di storytelling – pare la versione emo del buon vecchio Weekend Con Il Morto.

“Emo” nel senso che il morto in questione non è il datore di lavoro, ma il fidanzato della protagonista, la quale, a sua volta, aggiunge emo all’emo: per poterselo portare appresso senza dare nell’occhio, invece di mettergli su un paio di occhiali da sole come nel film di Ted Kotcheff, pensa bene di truccarlo come il cantante dei My Chemical Romance.

Il messaggio è tanto semplice quanto diretto («I don’t wanna be your fucking dog») e, fin dalle prime righe, mette subito in chiaro come si sia persa ogni traccia, qui, della dolce vulnerabilità "bedroom-pop" che permeava le prime composizioni della Allison di un paio di anni fa. Cosa prevedibile, dopotutto: crescendo, quel che non ti ammazza di fortifica e anche ad ammettere di sentirsi invisibili ci vuole non poco coraggio.

Ancor di più se, nel farlo, finisci per ribattere, punto su punto, parola per parola, involontariamente o meno, a gente come questa.

Sono come una tigre: graffio e accarezzo

Myles Kennedy

Year Of The Tiger

Lo Year Of The Tiger è il 1974: anno che secondo l'oroscopo cinese cadeva sotto il segno della tigre, appunto, e che vide la morte del padre di Myles Kennedy.

Fu un evento traumatico per un bambino di soli quattro anni: avrebbe segnato per sempre la sua esistenza, lasciandogli in fondo all'anima un profondo senso di vuoto, malgrado il dono di una voce meravigliosa e, più tardi, il successo mondiale riscosso con Slash e gli Alter Bridge.

Tratto dall'album omonimo, cioè il debutto solista in uscita a marzo, il brano decreta il passaggio di Myles dalle vesti di muscolare frontman hard rock a quelle di cantautore intimo e confessionale, anche se mai stucchevole. La canzone è un'ode positiva dedicata alla forza di trasmutazione, un inno alla capacità di trasformare l'anfratto interiore più buio in catarsi sonora.

Lo splendido timbro vocale di Kennedy e la sua dolente intensità fanno pensare ai compianti Chris Cornell e Jeff Buckley, anche se in lui l'esplorazione del baratro non è mai autoindulgente. Ed è questa la sua salvezza.

La tigre graffia e converte in atletico balzo in avanti anche la notte più oscura, come la fenice che sa rinascere dalle ceneri attraverso la passione mai sopita per la musica.

Quei bravi ragazzi

Zeke

Working Man

Per andare al lavoro solitamente impiego quindici minuti, traffico permettendo. In questo lasso di tempo posso far partire un disco a caso degli Zeke, con la certezza che l'avrò ascoltato tutto o quasi entro il mio arrivo. Perché la formula del gruppo punk di Seattle capitanato da "Blind" Marky Felchtone, a venticinque anni dal debutto con l’anthem West Seattle Acid Party, è sempre stata la stessa: chitarre sparate a mille, voce urlata e basso e batteria ai limiti dell’isteria.

Formula collaudata e ampiamente confermata dal nuovo singolo Working Man (che qui trovate "abbinato" ad altri due pezzi), che suona potente come i migliori Motörhead, depravata come GG Allin e veloce come solo i Bad Brains sapevano fare.

E pensare che gli Zeke erano praticamente spariti. Il leader e cantante aveva avuto una bambina e, per stare vicino alla famiglia, era tornato a fare il falegname ("working man", appunto?). Ed è stata proprio la domanda della figlia ora quattordicenne – «Perché non incidi più nuove canzoni?» – a mettere un tarlo nella mente del papà.

Ovvero, la voglia di accendere gli amplificatori, mettere di nuovo insieme la vecchia band – anche se l’unico rimasto della formazione originale è il bassista Kurt Kolfelt, ma poco importa – e registrare Hellbender, il primo disco in studio dai tempi di 'Til The Livin' End del lontano 2004 (sempre per la Relapse Records).

Non è dato sapersi se il consumo di droghe e alcol è ancora lo stesso (smodato) dei bei tempi, tuttavia.

Chicas, I fink you freeky

J Balvin, Jeon, Anitta

Machika

Forse la dittatura planetaria del reggaeton è giunta a una svolta.

Uno di quei momenti-chiave sonori – i Black Sabbath che caricano di watt il blues per creare l'heavy metal, la Sugarhill Gang che inizia a rappare su Good Times degli Chic... – che gli storici delle musiche pop equiparano alla svolta evolutiva della scimmia di 2001 Odissea Nello Spazio, quando di colpo intuisce l'utilità di una mazza per menare come ausilio per le proprie capacità espressive.

E José Álvaro Osorio Balvin da Medellin, dopo aver sommerso il pianeta col suo riddim cafone ma globalista (Mi Gente, Ginza, Bonita), ha deciso di provare a vedere se un'evoluzione è possibile – a suon di mazzate, appunto: «Vamos, vamos a romper, no hay tiempo pa' perder».

Insieme ad Anitta (Brasile) e Jeon Arvani (Aruba), col nuovo singolo porta il reggaeton in territori EDM, ma soprattutto in atmosfere quasi rave che dal punto di vista visuale sembrano ammiccare a Prodigy e Die Antwoord. Dopo aver sculettato lungo spiagge e piscine – e mercati rionali, per esser sempre veraci – si passa a sculettare in un paesaggio post-apocalittico, peraltro colombianissimo.

«Mi musica es nueva era», decreta Balvin; «Aquí estamo' duro, somo' global», rincara la dose Jeon. Tutto sta a vedere se anche il pubblicone dei cinque continenti sarà pronto a un'evoluzione, o se quello che apprezzava del genere era la sua implacabile prevedibilità.

Moustache is the new LSD

King Tuff

Psycho Star

I King Tuff, guardandoli così, a freddo, fanno immediatamente house-party; uno di quelli in cui girano così tanti ettolitri di birra che la band manco va a tempo. Un gruppo di canaglie con varie dipendenze, tra cui una, evidente fin da subito: quella dai baffi. Poi scopri che "King Tuff" è lo pseudonimo di Kyle Thomas, ex turnista dei Muggers, la band di Ty Segall; insomma, uno che l’artigianato della chitarra distorta l’ha imparato da piccolo. E non è tutto: ha suonato pure con i Witch di J Mascis.

Thomas è californiano di Los Angeles, incide per Sub Pop dal 2012 e segue il filone garage-rock demenziale, ma con varie deviazioni; basti pensare che il suo pezzo più conosciuto, The Other, è una ballatona sulla depressione fatta solo di tastiere.

Ecco, lui ha questa caratteristica: scrive testi abbacchiatissimi e supercinici su pezzi scoppiettanti. Esattamente come nel nuovo singolo, Psycho Star, che anticipa il quarto album, il successore di Black Moon Spell del 2014. Un brano un po’ meno garage e un po’ più Franz Ferdinand; troppo amico-della-radio per lo zoccolo duro dei fan.

Ma è anche una canzone per cui la definizione “azzeccata” è ridondante e riduttiva, specie in abbinamento al video, di chiara ispirazione Hitchockiana, come dichiara il regista in apertura (a proposito: ve ne siete accorti? Son tornati i videoclip!).

Il messaggio è chiaro: «Guardo fuori dalla mia finestra/ è chiaro: non apparteniamo a questo mondo. Follia e distruzione / Forse è questo, tutto ciò che siamo».

Ma nel frattempo, quanto ridere.

Domani è un altro giorno

The Damned

Standing On The Edge Of Tomorrow

Quando si parla di punk e dintorni, il nome dei Damned viene puntualmente citato fra i primi (in genere appena dietro ai soliti noti, se circuiamo il discorso al solo Regno Unito). Niente da eccepire, a patto di sottolineare il loro raro e godibile eclettismo.

In estrema sintesi, va bene parlare della band “pioniera” di New Rose e Damned Damned Damned, ma non dimentichiamo quella molto ispirata di Machine Gun Etiquette e quella altrettanto influente – in ambito gothic – del Black Album.

Introduzione polverosa per comunicare che, a dieci anni dall’ultimo e non memorabile disco, il gruppo inglese si appresta a pubblicarne uno nuovo, Evil Spirits. Il titolo lascia presagire l’ennesima scampagnata in territori oscuri e morbosi; impressione in parte confermata dal primo estratto, a modo suo.

Standing… sembra provenire dagli anni ’80. E la sua magnifica obsolescenza, a partire dai suoni, rischia per assurdo di passare per trendy grazie a un video "ai confini della realtà".

Poiché loro negli 80’s c’erano davvero, in realtà è come se i Damned avessero semplicemente (e un po' furbescamente) chiuso il cerchio.

Con una canzone bellissima il cui ritornello pop ti si stampa in testa dopo un solo ascolto, per la cronaca.

Non sembra, ma sto bene

Insecure Men

I Don't Wanna Dance (With My Baby)

Ballare o non ballare? Questo è il problema. Seguire l’istinto o trattenersi? Agli Amici di Maria de Filippi l’ardua sentenza. E quando non c’è nessun istinto da seguire, che si fa? Perché è vero che, volendo, imparare s'impara (e riguardo all’offerta, sui corsi di ballo c’è solo l’imbarazzo della scelta), ma la voglia di ballare, quella non te la può mica insegnare nessuno: o ce l’hai o non ce l’hai.

Insomma, qualunque sia la risposta, è una decisione che divide a prescindere: a qualcuno sembrerà più che naturale, a qualcun altro assolutamente incomprensibile, ma nessuno che riesca – come spiegava molto bene qualche anno fa un tizio su Medium – a rispettarla o accettarla per quella che è. Ovvero: una banale propensione naturale, in cui possono avere pesi diversi non solo orecchio e senso del ritmo, ma anche componenti meno gestibili come vocazione a esibirsi, tendenza a non apparire o semplice insicurezza cronica.

Manco a dirlo, gli Insecure Men entrano a gamba tesa nella questione, anche se la affrontano con fare contraddittorio. Da un lato sciorinano dei groove così maledettamente pop a cui i movimenti inconsulti del tuo bacino faranno fatica a resistere; dall’altro fanno proprio dell’insicurezza – oltre che parte integrante del proprio nome – a tutti gli effetti uno stile di vita.

Per dire, non son nemmeno così certi del numero dei componenti della band. Formalmente un duo (composto da Saul Adamczewski dei Fat White Family e Ben Romans-Hopcraft dei Childhood), dal vivo arrivano a stipare fino a undici musicisti sul palco per mettere insieme un allegro, traballante spettacolino da circo itinerante, solo apparentemente campato in aria, a suon musichette sghembe e pseudo-rétro che a tratti ricordano la versione lo-fi dei Pulp più scazzati.

E allora quale miglior video per il loro terzo singolo I Don’t Wanna..., tratto dall’imminente debutto su Fat Possum, se non quello girato da Jak Payne? Un contest di ballo per bimbetti ambientato a Blackpool, nella decadente costiera inglese. Una roba deliziosamente datata e kitsch, con ragazzine truccate come bambole anni '70 e dodicenni vestiti come Tony Manero, in mezzo ai quali il cantante della band, con la sua faccia a metà tra il Frank Gallagher di Shameless e Richard Ashcroft, si mimetizza maluccio, sfoggiando delle borse sotto gli occhi che la Ryanair non ti passerebbe come bagaglio a mano e una dentatura degna del (mai troppo) compianto Mark E. Smith.

Insicuro come pochi, nascosto con lo sguardo da cane bastonato in un pubblico di mamme, nonne e parenti vari, se ne sta in ultima fila e fa la fine di Nanni Moretti in Caro Diario: si riduce a guardare.

Che è anche bello, però... è tutta un’altra cosa.

Una faccia pulita, come avrebbe detto Baglioni

Leye T

Drip Drop

Questa è vera "music discovery", gente. Una scoperta ancora piena di misteri, come si conviene alle migliori scoperte. Nel senso che, chi sia Leye T, non è dato saperlo, nonostante la pervicace presenza della suddetta su tutti i principali social e piattaforme di streaming che contano. A contarle, ben sette: Instagram, Facebook, Spotify, Apple Music, Soundcloud, Twitter e ovviamente YouTube. Credo di averlo già detto a proposito di qualcun altro, ma tutto questo presenzialismo sui social – abbinato a una stitichezza informativa cronica – è quasi seccante. Non si usano più le "bio"? Non è che tutti possano avere una pagina Wikipedia dedicata!

Nel caso di Leye T, non ancora, almeno: da quel poco che si trova in rete, il suo disco di esordio deve ancora uscire. La ragazza – di Los Angeles, e con questo il suo dossier è completo – ha già centellinato un po' di singoli qua e là (sulla rete, ça va sans dire).

Questo è l'ultimo, e forse anche il migliore: una cosina elettro-pop che è quasi una filastrocca (drip / drop / drip / drop...), tenera e suadente, orecchiabile e poco impegnativa. Le caratteristiche per il singolone-tormentone ci sono tutte: auguriamole un fortunato incontro con qualcuno che conti davvero nel mondo della musica – tipo un influencer, o simili.

Questa giacca della tuta sta per tornare di moda, dicono gli esperti (?)

Jonathan Davis

What It Is

Se a Jonathan Davis togli le chitarre pesanti – ma non più ispirate da tanto tempo – dei Korn, che cosa rimane? Un suono forse fin troppo plasticoso e che solo formalmente si può definire “metal”, ma che in realtà si avvicina più che altro al pop (un discorso che si potrebbe fare anche per i Sixx:A.M., volendo).

Oddio, niente di troppo sorprendente né tanto meno “sbagliato” per un musicista che già negli anni ’90 dichiarava di amare Duran Duran e A Flock Of Seagulls – nomi non proprio popolarissimi nella stampa specializzata rock, metal & dintorni dell’epoca.

Resta solo da capire se la canzone, primo singolo del suo autentico e imminente disco di debutto come solista, sia all’altezza del talento e della fama del personaggio.

A distanza di quasi venticinque anni dall’esordio dei Korn, la teatrale drammaticità del suo cantato ci colpisce ancora. Un costante e perennemente infruttuoso tentativo di esorcizzare quei demoni interiori che, figlio di una famiglia guasta e di un’America provinciale NON da cartolina, Davis si porta dietro dall’infanzia.

Riassumendo: suoni un po' discutibili e tematiche già note, ma artista vero. Per un brano solo: prendiamo, sempre. Per un album intero: uhm, si vedrà.

Uno di noi...

The Voidz

QYURRYUS

Non dev’essere mai stato facile per Julian Casablancas – al netto di un’adolescenza passata tra collegi svizzeri e top model in giro per casa – essere Julian Casablancas.

Appena ventenne, insieme agli Strokes, è riuscito a scalfire l'imperante scena nu metal dell’epoca a colpi di rock chitarristico col retrogusto chic. Successivamente si è impegnato a minare alle fondamenta lo status di culto raggiunto dal gruppo, riversando nella sua musica influenze che nessuno avrebbe mai sospettato (in primis elettro-pop anni '80). Ne sono esempi lampanti il suo primo lavoro solista, Phrazes For The Young, oppure Comedown Machine degli stessi Strokes, ideale colonna sonora di Stranger Things quando la famigerata serie TV non era nemmeno nella mente dei suoi creatori.

Non pago, cinque anni fa ha messo insieme i Julian Casablancas + The Voidz, un progetto per lo più elettronico che ha lasciato a bocca aperta i fan della prima ora. Il risultato? Meme a non finire sul web, diretti per lo più a schernire il buon Julian. «Non capisco tutta questa gente old-school che è cresciuta amando gli Strokes e ora critica questa nuova musica», ha dichiarato per tutta risposta Casablancas a Rolling Stone (quello vero).

Non è una novità che gran parte del rock che va in classifica in questi anni, specie quello delle band più note, sia per lo più un ripetersi di soluzioni che cercano di far rivivere agli ascoltatori i fasti del passato, spesso senza nemmeno avvicinarcisi. È sempre più raro che qualcuno cambi rotta – pensate al massacro che hanno dovuto subire recentemente gli Arcade Fire per Everything Now – e tanto meno che qualcuno provi a evolversi. Julian per fortuna è diverso e QYURRYUS, estratto dal secondo disco dei Voidz in arrivo a fine marzo, una follia elettronica di nemmeno tre minuti piena di ritmi sbilenchi, falsetti e vocoder, né è la prova.

Se invece siete alla ricerca del solito rock rassicurante, potete sempre fare affidamento su Dave Grohl.

Chiamami"bitch" e ti meno!

Remy Ma

Melanin Magic (Pretty Brown)

Nata nel Bronx come la regina dell'R&B Mary J. Blige, Reminisce Mackie – alias Remy Ma – a dire il vero assomiglia di più a Missy Elliott: non solamente nelle opulenti forme supportate da un'attitudine molto street-style, ma anche nella giovinezza difficile fatta di droga e abusi in famiglia.

Come sempre, nella triste storia delle Cenerentole dell'hip hop, è la musica ad assurgere al ruolo salvifico e a trasformarle in principesse, e Remy Ma non è da meno. È stata la protetta di Big Pun – morto nel 2000 a causa di un attacco cardiaco dovuto alla sua obesità – e in seguito è stata scelta da Fat Joe per fare parte del combo Terror Squad, ma la sua vera fama è arrivata grazie al matrimonio con il rapper Papoose, che volle sposarla malgrado lei fosse condannata a una sentenza detentiva per violenza e porto illegale di armi, e che per farlo cercò persino di forzare la porta del carcere. Ciò portò la coppia sotto ai riflettori dello star system e valse loro l'apparizione nel programma di VH1 intitolato Love & Hip Hop: New York.

Siccome la lupa perde il pelo ma non il vizio, per il lancio del singolo che anticipa il suo nuovo disco la rapper ha scelto un bellimbusto con qualche condanna alle spalle, uno che menò a suon di schiaffoni la reginetta (ed allora fidanzata) Rihanna: quel Chris Brown che manda in visibilio folle di adolescenti afroamericane.

Il risultato è un pezzo "nasty" quanto basta da essere ruffiano: un po' ghetto e un po' ballata – con Brown che miagola come un micione in calore – e che vuole sostanzialmente comunicare: «Tu sarai anche contornato da tutte quelle "bitches", ma i tuoi occhi si poseranno solo su di me, perché tra le mie gambe troverai qualcosa di così morbido da non conoscere rivali».

Se lo dice lei... Come insegna la storia di riscatto della maggior parte delle crooner di colore: l'importante è crederci.

Occhiali sicuramente ispirati a quelli di Enrico Ruggeri

Bikini Cops

(Not) My World

Che bello – in un mondo virtuale ma sempre più reale, e viceversa, popolato da tuttologi onniscienti e presenzialisti (e stronzi) – trovare qualcuno che sa fare una cosa sola, ma molto bene. E senza perdere tempo né parlarsi addosso.

D’altronde “punk” e “Australia” sono due termini che si sposano benissimo, nella stessa frase. Per l’eventuale lezioncina di recupero, vi rimandiamo a chi se n’è già occupato in passato con passione e perizia.

Prima di dilungarci troppo: i Bikini Cops hanno azzeccato tutto fin dal nome, fichissimo!, per arrivare a quel suono così fragoroso e sgangherato che per motivi imperscrutabili solo le band di laggiù possiedono. Questo insegna la storia del rock, questo conferma il gruppo di Perth.

Il loro nuovo 7”/EP, Three, contiene sei canzoni che in media durano novanta secondi ciascuna, circa; le trovate tutte qui. I dieci minuti spesi meglio della vostra settimana, molto probabilmente.

Ehi, barista! C’hai mica da scambiare mille lire in moneta?

B. Fleischmann

There Is A Head

Magari mi sbaglio, ma ho come l’impressione che Bernhard Fleischmann non sia propriamente quella che gli inglesi chiamano una “people person”. Me lo immagino nei panni di un "music geek" ultraquarantenne, un po’ agorafobico, che fa un po' troppo fatica a interfacciarsi con i suoi simili, se non tramite le sue surreali composizioni sonore. Insomma, la versione claustrofobica di una one-man-band che – fosse per lui – mai uscirebbe dal suo laboratorio, allestito a sala prove.

C’è dire che i titoli dei suoi album sembrano confermare questa congettura. A partire dal debutto in cui confessava di preferire, a un caffè da Starbucks, una colazione in solitaria a base di (Kellog’s Choco) pop loops, attraverso le serate passate a concepire una sinfonia per letti vuoti invece che a organizzare un pigiama party, fino al recente annuncio con cui – dopo quattro anni chiuso in casa a trafficare con sample, rumorini e macchinette – comunicava alla vicina di pianerottolo che non c’era bisogno di chiamare i pompieri a sfondare la porta, visto che, no, non era ancora morto.

Anche il nuovo Stop Making Fans non le manda a dire e prosegue su una certa falsariga di autismo burbero che potrebbe rivelarsi tanto una critica esplicita verso la comune tendenza a una bulimica ricerca di follower, a discapito della salvaguardia di una certa integrità artistica, quanto un “j’accuse” nei confronti di un uso estivo sconsiderato dei condizionatori in un’ottica di "global warming", così come una meta-citazione dai Talking Heads.

O forse tutte queste cose insieme, dato che, a leggere la lista delle influenze dichiarate dal producer austriaco (Slint, Sparklehorse, Fennesz, The Notwist, Dinosaur Jr, Chopin, Caribou, Genesis), si fa presto a realizzare che qui non si tratta solo di elettronica, ma bensì di un’operazione a cuore aperto sulla nostra memoria musicale, nell’ottica di renderne futuribile almeno un pezzo.

Operazione che Frank Kalero, nel video dell’ultimo singolo There Is A Head, porta a un livello da bar di periferia anni '80, prendendo l’archetipo a 8 bit dell’infanzia del nostro immaginario collettivo (l’astronave da trecento punti di Space Invaders) e rispedendoci, per poco più di quattro minuti di nostalgia pura, in quell’universo arcade nel quale si poteva ancora essere nerd senza essere hipster.

Essere asociali senza essere fighi.

Essere B. Fleischmann senza essere Sheldon Cooper.

Un pendolare della vita

Moby

Mere Anarchy

Tocca cominciare con un incipit scontato, non me ne vogliate: Richard Melville Hall, detto Moby, è un personaggio come ce ne sono pochi altri nel music business. Più passa il tempo, più quest'omino occhialuto, che pare uscito dalla penna di un vignettista per bambini, ha cose da dire.

Conosciuto come un luminare della dance elettronica, Moby è molto di più: è un compositore di musica per l’Apocalisse; tema che gli sta da sempre molto a cuore.
Mere Anarchy è il singolo che anticipa il nuovo album, Everything Was Beautiful And Nothing Hurt, in uscita il 9 marzo; un pezzo che i Depeche Mode di Ultra avrebbero fatto a botte per avere. E invece Moby non fa a botte con nessuno, perché è un ex anarchico squatter che insegnava catechismo, pacifista, vegano e sinceramente toccato dalla decadenza della civiltà occidentale.

La storia del disco è riassunta, senza definizioni di genere, da una playlist che Moby stesso ha curato; in pratica, né più né meno, le canzoni che l’hanno ispirato e che ha saccheggiato artisticamente: da Love T.K.O. di Teddy Pendergrass a Etched Headplate di Burial.

Da segnalare il video che accompagna il singolo: strepitoso, già in odore di nomination per i prossimi Grammy. Un video post-apocalittico (ovviamente).

Mere Anarchy, a pensarci bene, incapsula benissimo l’essenza della vita di Moby. E potrebbe essere anche il titolo del sequel della sua autobiografia, se mai ci sarà. A proposito, se non l'avete fatto, leggete Porcelain: uno dei migliori "memoir" musicali degli ultimi tempi.

E non lo dico solo io: lo dice anche Salman Rushdie.