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La traccia del giorno Perchè ogni giorno abbia la sua O.S.T.
Fumo passivo

George Fitzgerald

Burns

George Fitzgerald è un DJ e produttore inglese, nato e cresciuto nell’area di Watford. Muove i primi passi in una Londra in cui o ti piace la drum&bass o ti piace la garage. Lui, ancora minorenne, va nei locali con un ID taroccato, e l’apparecchio ai denti. Un tipo da sbarco, in mezzo a gente vestita bene.

Commesso in un negozio di dischi – Black Market Records – nei primi duemila, dopo il trasferimento a Berlino Fitzgerald viene annesso alla scuderia di Will Saul (rispettatissimo produttore, nonché fondatore della AUS Music e capo A&R della !K7).

I suoi primi lavori – incluso Fading Love del 2015, primo album effettivo – sono di chiara matrice deep house. Non ha cambiato strada, ma recentemente ha scelto di abbracciare produzioni non necessariamente destinate alla pista da ballo.

Burns (etichetta Domino) doveva essere solo un esperimento di sampling vocale che poi, col tempo, si è evoluto in un inno, persino celebrato da BBC Radio One nella categoria "Hottest Record In The World".

Pensateci: un pezzo deep house, senza cantato, in alta rotazione sulla radio di Stato: un episodio non ripetibile nelle radio italiane. Quando c’è odore di house music, qui non si va oltre David Guetta o Calvin Harris.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Nelle tintorie di Reykjavik questa donna non è vista con favore

Björk

Blissing me

Vale sempre la pena di leggere i commenti dei fan su YouTube: spesso si viene premiati (e a volte si risparmiano neuroni alla ricerca di una sentenza tranchant).

Ecco infatti che, tra le tante manifestazioni di adorazione («Questo pezzo mi fa sentire innamorato del mondo», «Musica che cura le ferite», «Ho appena finito di fare sesso col mio ragazzo e questa canzone completa l’esperienza», «Björk è l’unica cosa che mi rende tollerabile questo mondo deprimente», «Björk è una divinità»), ne spicca una, peraltro apprezzatissima – più di quattrocento like – del sig. Shy Stone, che decreta:

«Nerd Time Sensuality».

Ed è una definizione impeccabile di un brano che riveste della tipica, vaporosa, sognante leggerezza björkiana un’unica frase melodica (tra l’altro, vagamente somigliante alla melodia un po’ barocca di Kiss From A Rose di Seal, forse anche con un tocco “aerial” di Kate Bush) reiterata per cinque minuti.

Mentre la star islandese si sbraccia nel video vestita da bomboniera, il testo della canzone rielabora in versione digitale le basi della passione che in epoca analogica legava il boss Bruce Springsteen alla sua amica Bobby Jean: «We liked the same music, we liked the same bands!». La differenza è che Björk e il suo moroso non sanno cosa sia meglio, se toccarsi o volare incantati a distanza, «sending each other MP3s».

È davvero la rivincita dei «... music nerds, sending each other these songs; the interior of these melodies Is perhaps where we are meant to be». Ipotesi che sia al rocker Springsteen che ai più rozzi di noi è sempre parsa poco allettante: sì, la musica, i dischi in regalo, le cassettine, le compilation o le playlist (magari per i più attempati, le dediche alla radio) – però, con tutta la stima per il senso dell’udito che in fin dei conti ci riunisce qui in questo momento, quando si viene al dunque, gli altri quattro sensi la sanno più lunga.

Bob Cornelius mentre scappa inseguito dal guardiano di un noto cimitero di Melbourne

The Bloody Beetroots + JET

My Name Is Thunder

Che il progetto di Sir Bob Cornelius Rifo fosse a rischio megalomania era una cosa evidente fin dagli albori. Dopotutto, la rapidità con cui il baronetto di Bassano del Grappa ha portato i Bloody Beetroots dai piedi delle Prealpi Venete ai palchi dei più grandi festival europei implicava necessariamente – oltre che un talento che non si può non riconoscergli – una buona dose convinzione nei propri mezzi e di faccia come il culo.

Megalomania che diventa ufficialmente dichiarata con il loro nuovo The Great Electronic Swindle, mastodontico monolito di venti tracce, stracolmo di ospiti (a volte anche improbabili), che si pone come il loro lavoro forse più ambizioso, in quel suo tentativo di prendere l’estetica punk rock e frantumarla in BPM sulla timeline di Ableton Live, smascherando una delle più grandi truffe (e fuffe) dei nostri giorni e rivelando la brutta fine che sta facendo la (o almeno un certo tipo di) musica elettronica da stadio.

Il piano è evidente e, temo, nemmeno troppo (auto)ironico: ridefinire il concetto di “tamarraggine” e spargerlo come la peste a sanificare la "rave culture". Diventare, a seconda dei momenti, gli AC/DC dell’electro, i Korn dell’EDM, i Guano Apes del Sónar o i Darkness della consolle. A costo di distruggere tutto per ricominciare da (ground) zero. Una roba rischiosa, il cui risultato è tutt’altro che garantito e potrebbe rivelarsi sì una svolta epocale, ma anche ritorcersi loro contro riducendoli allo status di 30 Seconds to (Bruno) Mars italiani.

Il tempo calerà la sua sentenza.
Per ora l’unica cosa certa è che – novello Machiavelli – il buon Bob è purtoppo disposto a tutto, pur di raggiungere il suo scopo: anche a improvvisarsi resurrezionista, per riesumare un cadavere che ci auguravamo fosse ben sepolto come quello dei JET.

Non sono una signora

Lydia Lunch & Cypress Grove

Blaze Of Glory

Il disco Under The Covers – firmato da Lydia Lunch assieme all’ormai fido sodale Cypress Grove – risale a qualche mese fa, ma approfittiamo del tour italiano che parte domani per segnalare questa chicca.

Premesso che, per parlare bene di Lydia Lunch, non è necessario parlare male dei Bon Jovi (in altre parole: Blaze Of Glory è sempre stata una bella canzone, anche se non si può dire ad alta voce in certi ambienti), questa cover rappresenta bene un album furbo e azzeccato: "furbo", perché i musicisti/pezzi reinterpreati sono quasi tutti famosi (Tom Petty and the Heartbreakers, Elvis Costello, Steely Dan, The Allman Brothers Band) o di culto (Bobby Gentry); "azzeccato", perché il tocco della coppia è personale quanto basta per dare un senso compiuto all'operazione, ma al tempo stesso non stravolge l'impianto originario.

Blues desertico, sensuale e sufficientemente maledetto: niente di difficile per una sacerdotessa pagana come la cantante di Rochester – e nemmeno per il polistrumentista londinese, nel cui curriculum spicca la collaborazione e amicizia con Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club (ovvero il re del punk blues malato).

Non sarà una vampata di gloria da classifica, ma si fa ascoltare che è un piacere.

I was a teenage post-hardocorer

Quicksand

Illuminant

Certi dolori a un certo punto finiscono. Come quelli dell’adolescenza. Certi altri restano.

I Quicksand di Walter Schreifels (quello di – per dire – Gorilla Biscuits e Rivals Schools, pure) tornano dopo ventidue anni a mostrare quelle sculture che sono le loro canzoni, e tutto ciò che può essere una gioventù da ascoltatore di musica alternativa risale. Ehi: fai ciao ciao agli anni '90, non essere maleducato.

Illuminant è il brano che apre il ritorno Interiors, e ricorda quanto sia stato sfigato il genere alternativo forse più figo di sempre: quel post-hardcore (lo chiamavamo così) che prendeva la rabbia del punk spedito a cinquecento chilometri all’ora e la diluiva, la spezzettava, e dentro ci infilava cose interessanti, saliscendi o robe complicate. Almeno, dove si trovava spazio in tutta quella compressione.

Le abbiamo chiamate sculture, ma immaginatele più come il dettaglio di una singola scultura di un tizio che ha fatto molta palestra, ma anche letto libri. Ci sono i muscoli torniti, ma ci sono anche le pieghe leggere della pelle, la raffinatezza del tocco dell’autore, le vene rifinite. C’è cura e trasporto, che poi sono secondo me le migliori parole per descrivere il post-hardcore (sempre sia lodato).

Lorenzo Cherubini è "l’avanguardia di guardia davanti alla retrovia": gliene siamo grati

Jovanotti

Oh, vita!

Sono trent’anni che ogni uscita del Grand’Uomo diventa un dibattito – anche politico – su di lui, invece che un placido giudizio sulle canzoni che sta proponendo. E diventa difficile non sembrare iscritti a uno dei due partiti, gli adoratori o i dileggiatori.

Tendenzialmente chi scrive propende per catalogarlo tra i nomi di primo piano della nostra musica: anche se più di una volta non è stato all’altezza della sua autostima, o dell’entusiasmo adorante di parte dei media (contrapposta alla parte che lo disprezza, con altrettanta goffaggine), Jovanotti per musica, testi e dinamismo mentale (e fisico) gioca in un campionato al quale sono ammessi in pochi.

Ma si sa, questo è il tipo di premessa che si fa prima di allargare le braccia e dire «Però».

Però, spesso, durante questo brano viene da chiedersi: «Ma cosa diavolo sta dicendo?».

Niente di importante. Ma soprattutto niente di nuovo.

Mettiamola così: i cantautori italiani si sono autoinvestiti di una missione ed è quella di spiegarci la vita, spiegare com’è: il più metodico in questo senso è Ligabue, che in una trentina di canzoni ha azzardato definizioni improntate a una certa diffidenza. Jovanotti, viceversa, se ne dimostra smanioso: per lui la vita non è solamente retorica ma sostanza purissima che ti nutre le cellule, giacché la vita nell’era spaziale non è niente male, e in effetti la vita è piena giorni e ore batticuore, e la vita vale, e ha il sorriso a 36 denti e un po' di musica che lubrifica i legamenti, e alla fine il bello della vita è dire un giorno è stata una fatica, oh oooh, perché è questa la vita che sognava da bambino.

E sicuramente da bambino o poco più Jovanotti sognava anche un disco prodotto da Rick Rubin; sicché ha voluto dirlo anche a lui, con un singolo che se a tratti ricorda la parodia di Checco Zalone, forse è semplicemente pensato per piacere a Rubin e agli zii d’America, per convincerli che la vita è «ritmo mozzarella o pomodoro - ecco una pizza» e ribadire questi concetti basilari con un video ricolmo di cupoloni e "souvenir d’Italie".

Tuttavia, per quanto anche nel nostro Paese si vada spesso in solluchero per banalità d’assalto imbracciate con cuore sincero, forse si può timidamente far notare che noi, qui, il vitalismo superJovane di Jovanotti lo abbiamo già sentito (e non solo quello, visto che il groove del brano ricorda vagamente quello che ha usato per la cover di Detto Tra Noi di Edoardo Bennato).

In ogni caso tanti auguri per i milioni di copie vendute e i "sold-out" e i riscontri planetari che arricchiranno la sua vita, ma non è questo il Jovanotti che sognavamo da bambini.

Riflessi di ottobre

Cut Copy

Standing In The Middle Of The Field

In un’intervista di pochi giorni fa, Michele Canova, il deus ex machina del “new sound” americano applicato al pop del nostro paese, dichiarava Shape Of You di Ed Sheeran «il pezzo che ci ha colpito di più ultimi dieci mesi».

Non si spiegava come «un pezzo che per i primi due minuti ha solo voce e marimba» possa avere un tale successo.

Standing In The Middle Of The Field apre con un buon minuto e oltre di xilofoni e campanacci, ma non godrà un quinto del successo della canzonetta dell’ex ragazzino "ginger".

Le motivazioni sono diverse, ovvio, ma ce n’è una che incide più delle altre. Ed è la più banale: ha sbagliato stagione.

Il singolo dei Cut Copy, band elettronica australiana attiva dal 2000, è tratto dal loro quarto album Haiku From Zero e ha tutte le carte in regola per essere una buona hit estiva: mood balearico, ritornello perfetto, percussioni accattivanti, coretti a vocale trascinata, sentore di Hot Chip.

Ma è uscito a novembre.

Il biondo platino è tornato di moda, in certi ambienti

Stone Temple Pilots

Meadow

Il nuovo cantante degli Stone Temple Pilots è un ex concorrente di un talent show musicale – di per sé non una notizia sconvolgente: ci sono già passati altri nomi anche più illustri, tipo Queen – e si è esibito dal vivo con loro per la prima volta… l’altra sera, martedì 14 novembre, a Los Angeles.

Semmai, è interessante verificare se e come la voce di Jeff Gutt si sposi con le composizioni dei fratelli DeLeo. A occhio nudo, senz'altro diversamente da quella di Chester Bennington (l’ultimo cantante ufficiale della band tra il 2013 e il 2015, con esiti artistici non disprezzabili).

La risposta è “benino” (o meglio, "da copione"), ma le notizie buone finiscono qua. Meadow, infatti, non aggiunge e non toglie niente alla storia del gruppo californiano. Una canzoncina gradevole, ma di quelle che dimentichi dopo cinque minuti – o secondi.

Avranno ancora qualcosa da dire nel 2017, gli Stone Temple Pilots, al di fuori del campionato della nostalgia rock cui partecipano dopo la reunion del 2008?

A inizio carriera sfruttarono l’onda lunga del grunge, facendosi subito un nome importante a livello commerciale. Nella seconda metà degli anni ’90 diedero il meglio di sé, con un paio di dischi da ricordare. Colpiti dalla scomparsa di ben due ex cantanti, oggi il loro presente e futuro rimangono un grosso punto interrogativo, dal punto di vista artistico.

La posizione “Numero 5” del Kamasutra

Tin Woodman

Metal Sexual Toy Boy

L’etichetta più graffiante del momento – la coccolosissima Bello Records, prima label a essere fondata e gestita da un gatto – torna all’attacco, dopo il successo di due anni fa targato Any Other, calando l’asso che non ti aspetti.

Deus ex machina di una creatura per due terzi (Simone Ferrari e Davide Chiari) umana e per un terzo (il terzo più importante) robot dal cuore di nastro Fostex, Tin Woodman naviga sicuro in un mare appiccicoso di tastiere, sintetizzatori, vocoder, linee di basso gommose e riff ammiccanti, sicuro del suo fascino metallico e preceduto dalla sua fama di sciupafemmine (not so) hi-tech.

Metal Sexual Toy Boy è il singolo apripista del loro nuovo, omonimo EP: una sofisticata truffa metropolitana – dai risvolti alquanto “hot”, ma con un finale che non lascia spazio al romanticismo – ai danni di una biondina molto sexy (descritta al meglio dal video diretto da Marco Jeannin, che vede una Sara Flambè estremamente a suo agio nei panni della biondina molto sexy e un Tin diabolicamente perfetto nei panni di se stesso).

Ben inserito nella sua narrativa dal sapore tanto avant-pop quanto retro-nerd, il progetto Tin Woodman parte da un punto ben preciso – che sta esattamente a metà tra Il Mago di Oz e Corto Circuito – e arriva a presentarci il conto, facendo leva sulle debolezze che ci caratterizzano in quanto esseri dotati di cuore, attraverso quella che si rivela essere tutt’altro che un’operazione-nostalgia.

Anzi. Tin Woodman è la fantascienza che si fa attualità allo stato puro: il lato “party harder” dell’omino di latta, il cyborg malandrino con cui Dorothy ha perso la verginità senza che Zia Emma e Zio Henry lo sapessero – una sera, strafatti nel privé di un evento Facebook – prima di essere sedotta, abbandonata e gettata in corsa da una DeLorean prenotata su BlaBlaCar, sparata a tutta velocità verso quel che resta di un ipotetico ritorno al futuro.

Musicale e non solo.

Un capo caldo, confortevole e poco vistoso

Kid Rock

Raining Whiskey

Nella classifica dei musicisti dal successo di pubblico (clamoroso) inversamente proporzionale all’approvazione della critica (scarsa o quanto meno circoscritta), Robert James Ritchie sarebbe di certo ai primi posti.

Pochi addetti ai lavori, tuttavia, si sono davvero presi la briga di capire e spiegare perché il supercafone a stelle e strisce degli anni ’90 sia diventato un artista da circa venticinque milioni di copie vendute negli soli Stati Uniti.

Spesso, per pura pigrizia mentale, a noi europei piace pensare agli Usa come a un’unica, enorme entità dai “gusti” omogenei. Niente di più sbagliato e paradossale, probabilmente.

Allora, per rimanere in ambito di rock popolare, così come esiste l’America di Bruce Springsteen, dei Green Day, dei National ecc., esiste anche l’America di Kid Rock. Forse non la vediamo, forse non la capiamo, forse non c’interessa, ma esiste. E non solo: potrebbe essere persino meno stereotipata di quanto pensiamo.

«Sono una casalinga, una moglie e una madre di tre adolescenti […]. Vado in chiesa ogni domenica. Non fumo, non bevo, non mi drogo. Eppure amo Kid Rock. […] Se ho avuto una brutta giornata, mi basta ascoltarlo per sentirmi subito meglio… Speravo tanto che si candidasse per il senato. La prossima volta, magari…», commenta "kytown 4444" su YouTube.

Non proprio il classico ritratto della “spazzatura bianca”, no?

Autunno & foglie secche

Flying Lotus

Post Requisite

Non sappiamo che cosa abbia spinto Flying Lotus a produrre e a realizzare Kuso, il suo primo e si spera ultimo lungometraggio. Una roba che non si capisce dove voglia andare a parare, tutto realizzata con dei collage in stop-motion e chissà cos’altro. Un video di Thundercat, in pratica, di quelli che si fanno in dieci minuti e con pochi spicci.

Piuttosto, Post Requisite: forse l’unica cosa positiva di questo anomalo ritorno del nipote di Alice Coltrane. Pezzo bello funkettone, cosmico nell’accezione Sun Ra-iana del termine, non si discosta moltissimo dalle ultime produzioni del Loto Volante, tanto da farci pensare maliziosamente che sia, in realtà, un lato B non finito su You’re Dead! per un soffio.

La cosa positiva è che, a quanto pare, Fly-Lo sia al lavoro per dare un seguito al suo ultimo lavoro che, appunto, è datato 2014. Lo aspettiamo al varco – senza ambizioni cinematografiche, se possibile.

EMA

Fire Water Air LSD

Un tripudio di glitch disturbati e marciti in technicolor che diremmo usciti da un redivivo televisore a tubo cadotico e schermo tutt’altro che piatto. Synth malati che sembrano chitarre distorte e chitarre distorte che sembrano sintetizzatori con l’asma a cantare in coro un “vintage trip” in VHS. Un immaginario “post new-age” che chiama in causa — senza troppe remore spirituali — i quattro elementi in versione 2.0, ovvero sostituendo la buona, vecchia, banale terra con qualcosa di più, diciamo, evocativo.

Tu chiamala, se vuoi, video-arte. O almeno sicuramente così la chiamerebbe DaVideo Tape, il cosiddetto “immersive visual artist” (parole sue) che il video l’ha girato.

Come lui, Erika Anderson non ha mai avuto paura di sperimentare e mai ha nascosto la sua passione per come la tecnologia — a volte coadiuvata da altre sostanze, più o meno “sintetizzate” appunto — possa contagiare la realtà.

In questo senso, Fire Water Air LSD, il nuovo singolo targato EMA, non fa eccezione: nasce con intenti a dir poco nobili — “I wanted it to sound like Guns N’ Roses coming out of grandstand speakers at a demolition derby.” — e in effetti più o meno suona come qualcosa del genere.

A livello visivo invece le cose le sono leggermente sfuggite di mano e così ora ci ritroviamo, un po’ spaventati, a infilare nel videoregistratore di papà una roba strana, convinti che sia il nastro maledetto di The Ring, per poi finire a trovarci dentro una comparsata di M¥SS KETA.

Frangette bionde, maschere improvvisate e zero terrore, se non la paura di sentirsi parte attiva di un vecchio dialogo di Rat-Man, quello che analizzava con disarmante lucidità proprio il lungometraggio di Gore Verbinski:
- C'è un film che se lo vedi, dopo sette giorni muori.
- Sempre meglio di quei film che se li vedi, dopo cinque minuti sbadigli.

Una delle rare foto di Karin dove sembra una persona ordinaria

Fever Ray

Mustn't Hurry

Karin Dreijer Andersson, la metà femminile dei disciolti The Knife, è tornata. È tornata prendendosela piuttosto comoda, essendo ormai passati otto anni dal suo incredibilmente bello – e intrigante, e oscuro, e stregonesco – debutto solista intitolato proprio Fever Ray, nato durante e dopo la sua gravidanza. In mezzo, nel 2013, c'è stato un nuovo disco targato The Knife, quel Shaking The Abitual con cui il duo svedese si lasciava alle spalle la componente più melodica del proprio suono, mettendo invece sul piatto tutto il proprio carico ideologico di ispirazione anarcoide e femminista.

Ecco: in qualche modo Plunge, il secondo disco di Fever Ray, riparte da lì. Ancora una volta Andersson "scuote le abitudini" e anziché muoversi nei binari confortevoli del suo notevole debutto decide di deviare,e tingere a colori fluo immagini e atmosfere precedentemente in bianco e nero. Si accentuano i ritmi tribali, i suoni ruvidi e dissonanti; non si parla più di solitudine e di depressione post-partum e da privazione del sonno, ma di diritti e libertà sessuale, ispirandosi, come già in passato, al cosiddetto movimento queer.

A dialogare con quella che è stata la primigenia incarnazione di Fever Ray c'è rimasto (quasi) solo un brano. Si chiama Mustn't Hurry e non è, anche se sembrerebbe, un outtake del 2009. Ma le atmosfere sono quelle, i suoni pressapoco gli stessi; l'incedere è lento, marziale, e Karin torna indietro nel tempo quando canta «Got my babies / My own family / Something to stick in». Come a dire: sì, va bene il sesso e il rifiuto della dimensione patriarcale e il fatto che ogni volta che scopiamo è una vittoria (cfr. This Country) e, oh come vorrei esplorare con le mie dita la tua pussy (cfr. To The Moon And Back); ma c'è vita, e senso, anche nella famiglia.

E anche questo è un messaggio rivoluzionario mica da poco.

Crash test daddy

Ought

These 3 Things

La richiesta bulimica di “post-punk revival” non accenna a saziarsi, nonostante il passare del tempo; in questo senso, i canadesi Ought sono ben più di un semplice spuntino per fermare lo stomaco.

La conferma arriva dal loro ultimo singolo These 3 Things: pulsante e diretto, non si perde in fronzoli e mette in tavola un "pattern" vocale degno del miglior Robert Smith, il solito basso leggermente distorto che cammina spedito e una drum machine in loop che aiuta il tutto a progredire senza particolare inciampi.

Insomma: roba già sentita ma che difficilmente ci stancheremo di ascoltare, soprattutto se accompagnata da un video intelligente (e, allo stesso tempo, sempre più strano e disturbante via via che va avanti), come quello girato da Jonny Look e Scottie Cameron.

Ambientato dall’inizio alla fine all’interno della stessa stanza (se non è un esplicito riferimento alla Room Inside the World che dà il titolo al loro nuovo album, la coincidenza è quantomeno sospetta), vede come protagonista un manichino di Benetton e sembra la versione “for (crash test) dummies” della vecchia Lazy di David Byrne, declinata però attraverso un ribaltamento di prospettiva in cui sono gli uomini a mettersi al servizio degli automi, nell’ottica di render loro la vita più semplice.

Almeno all’inizio, diciamo, visto che quando i test vengono replicati su una persona reale... ogni cosa va un po’ a puttane.

In definitiva, l'ennesima dimostrazione che “life sucks”, ma che cercare la famosa “easy way out” è un’operazione comunque sterile. Anche perché la vera bellezza della vita stessa si scopre soltanto quando si introduce nel processo proprio l’imprevedibilità della variabile umana.

Disse la volpe che non riusciva ad arrivare all’uva.

Gli americani van sempre matti per le auto europee

Turnstile

Real Thing

Giusto un anno fa vi parlavamo dei Turnstile, pronosticando un nuovo disco per il 2017. La loro nuova e importante casa discografica – Roadrunner – ci farà invece aspettare fino a inizio 2018.

Chissà, forse i fan della prima ora e i puristi della scena sentivano già puzza di bruciato; poi però è uscito il primo estratto dall’imminente lavoro e, beh, tutto si può dire tranne che il gruppo americano si sia rammollito, rincoglionito o commercializzato.

Anzi: Real Thing mischia ulteriormente le carte, aggiungendo all’ossatura hardcore metallica del loro sound – Quicksand, CIV, Burn, primi Orange 9mm e gli Inside Out dove cantava Zach de la Rocha, suggeriscono dalla regia – delle "insospettabili" influenze psichedeliche, quasi come se Jane’s Addiction e Snapcase avessero composto un pezzo assieme dopo aver cenato coi funghetti.

Coerentemente, il relativo video sembra un omaggio all'estetica dei film più famosi di Alejandro Jodorowsky. Il bello dei Turnstile è che qualsiasi cosa facciano suona "bene", a prescindere dalle influenze più o meno evidenti.

Underground od overground, conta fino a un certo punto; l'importante è che i ragazzi di Baltimora continuino su questa strada: coraggiosi, selvaggi e un po' svitati.

I love you but WTF

Tears For Fears

I Love You But I'm Lost

Caro Roland, carissimo Curt, ci son momenti in cui contenere il disappunto è impossibile.

Tipo, quando una delle tue band segnanti rompe un silenzio durato tredici anni con un singolo mediocre. E “mediocre” è peggio di “brutto”. Perché “brutto” è un concetto definitivo; “mediocre” include tutta una serie di considerazioni che fanno male.

I Love You But I’m Lost è il primo dei due singoli che anticipano Rule The World, il vostro nuovo greatest hits in uscita tra pochi giorni.

È un pezzo piattino, circolare, elementare. Neanche l’ombra di quelle orchestrazioni dolcemente complicate che vi hanno reso speciali. Niente ricerca, niente orpelli, niente arricciature. Niente barocchismi beatlesiani, niente strizzate d’occhio ai Beach Boys, niente campanellini, niente arzigogoli ritmici.

Niente di niente. Il vostro “urlo primordiale” si è trasformato in un insopportabile “ooohooohoooh” falsettato che farebbe chiudere tutti i gay bar di New York.

Perché cedere ai servigi delle tastierine quando voi, forse unico gruppo nel mondo pop, avete piegato l’elettronica al vostro imbellimento?

E pensare che questo singolo l’avete partorito per l'occasione; non che sia un avanzo di sessione, rimasto fuori da, chissà, Elemental o Raoul And The Kings Of Spain, due dei grandi perché della vostra discografia (ascoltati fino all'ossessione, in ogni caso).

Certo, poi mi dite che il prossimo singolo, Stay, sarà “più in linea con la vostra cifra emotiva”. E speriamo, diamine. Perché, se avessimo voluto i Modern Talking, saremmo andati ad ascoltare una delle loro 1.300 raccolte.

Non una delle vostre.

Mr. Oizo sorpreso in atteggiamenti intimi con il suo pupazzo preferito, Flat Eric

Tove Lo

Disco Tits

Ebba Tove Elsa Nilsson poteva essere la classica brava ragazza, invece no.

Biondina con gli occhi azzurri e la faccia angelica, si diploma remissiva alla scuola di musica Rytmus Musikergymnasiet di Stoccolma per poi passare senza preavviso al lato oscuro della forza, ovvero a comporre cose turche come Disco Tits. Un pezzo, a dir poco esplicito, che già dal titolo lascia all’immaginazione solo le briciole e celebra – ce ne fosse ancora bisogno – la santissima trinità della perdizione: sesso, droga e [aggiungi un genere musicale a caso].

Nello specifico il buon vecchio rock’n’roll lascia il centro pista a un electro-pop tremendamente accattivante quanto mainstream, che comunque fa sempre la sua, ehm, "porca" figura.

Figura che, in questo caso, sconfina nel campo dei "sex toy" animati e ci mette di fronte alla situazione paradossale: il video di una canzone che celebra il lasciarsi andare senza freni inibitori vede come protagonista un pupazzo, ovvero un personaggio che per compiere anche la minima azione deve venire manovrato da qualcun altro. In poche parole, un Muppet Show vietato ai minori per famiglie moderne senza bambini.

Ammetto di non aver mai capito dove sta e chi pone la soglia del “Not Safe For Work” in rete. Se le linee guida rimangono circoscritte a quella storia dei capezzoli su Instagram, non credo – almeno tecnicamente – che questo sia #NSFW, anche se sconsiglio lo stesso di vederselo sul PC aziendale. A meno che non vi abbiano selezionato per uno stage nella redazione di PornHub, s’intende.

In quel caso, se avete finito con le fotocopie e siete di quelli a cui piace guardare, qui potete godervi pure il “dietro le quinte”.

Là dove c'era l'erba ora c'è una città

Daniele Luppi & Parquet Courts

Mount Napoleon

Immaginate di camminare per una delle vie più fighe di Milano ed essere colti da una sorta di raptus indie rock (se mai possa esistere, un raptus indie rock).

Immaginate di ritrovarvi con la voglia di prendere un sasso e scagliarlo contro una delle vetrine che urlano "non puoi comprarci!".

Immaginate, infine, di essere negli anni '80, quando l'indie di cui sopra non era ancora stato inglobato dal sistema, dal capitalismo, dalla pubblicità, da quelle robe lì.

Ovviamente, occorrono chitarre e coretti nel classico stile Parquet Courts che, assieme a Daniele Luppi (uno che si circonda sempre di fior di collaboratori, come nell'ultimo Milano dove troviamo anche Karen O degli Yeah Yeah Yeahs), danno vita a una canzone pop mezza infoiata e mezza rilassata.

Nel ritornello si rivede tutto lo stile della band di New York, quella sorta di assalto gentile all'unisono interrotto improvvisamente.

Tutt'attorno, Luppi costruisce un'esile cattedrale noir che ci ricorda come questa musica sia poi stata inglobata, negli anni a venire: prima era alternativa, poi ha cominciato a esser scelta da direttori creativi per spot, divenendo organica al sistema (quel che scrivo vi pare abbastanza marxista?). Infatti, la scelta di scagliarsi contro un marchio come Cartier è già di per sé significativo: quanti altri gruppi lo farebbero, oggi?

Ma questo non è un problema vostro: voi dovete ancora trovare un sasso.

Songs the Lord taught us

The Devils

Red Grave

«Gianni Pregadio suona la chitarra e canta; Erica Toraldo picchia sulle pelli della batteria e urla al microfono. Non c'è alcuna poesia da Bob Dylan nel loro blues isterico, solo malvagità e divertimento». Nell’era dell’eccesso di informazioni (e cazzate), ci piacciono le case discografiche e gli uffici stampa con le idee chiare. Comunicazione precisa ed essenziale; al resto ci pensi la musica.

E il suono dei Devils è davvero conciso, saturo e deragliante, con un perfido tocco di sarcasmo a livello lirico (il primo album, Sin, You Sinners del 2016, sfoggiava un pezzo intitolato Coitus Interruptus (From A Priest)).

Red Grave – il nome del gruppo omaggia il film di Ken Russell I Diavoli, interpretato appunto da Vanessa Redgrave (o è solo una coincidenza?!) – proviene dall’imminente Iron Butt, di nuovo prodotto da Jim "White Stripes" Diamond per la Voodoo Rhythm Records e baciato in fronte da una promessa solenne: «Il brano più lungo raggiunge appena i due minuti e il resto consuma la sua blasfema energia in poco più di un minuto» E così sia, fratelli e sorelle.

Nati a Napoli nel 2015, i Devils hanno già alle spalle una lista di concerti lunga così tra Italia ed Europa; la prossima settimana si esibiranno prima dei Boss Hog a Savona, Cesena e Pordenone.

Forse non ce n'eravamo accorti, ma abbiamo una guappissima rock band sotto casa: sveglia ragazzi, meno X Factor e più Cramps.

Una posa originalissima

Porches

Find Me

Ad appena due settimane dall'uscita di Country, primo singolo scelto per spianare la strada all'album The House previsto per gennaio, Aaron Maine decide di pubblicare un altro singolo del suo progetto Porches (in barba a tutte le leggi di marketing, tranne quella della discografia moderna...).

Se l’ascolto della precedente traccia – con tutte quelle sonorità dream pop carine carine – vi aveva suggerito un’idea di come il nuovo lavoro avrebbe potuto suonare, con Find Me dovrete ripartire da zero. Perché? Perché suona TOTALMENTE diverso.

Maine, orecchino con teschio e fisico da sollevatore di zafferano (guardare il video per credere), è abilissimo nello sparigliare le carte, piazzando a sorpresa un pezzaccio techno, tutto bassi e bpm.

In alcuni momenti Find Me pare una b-side dei Knife: forse per quel controcanto che non si capisce se sia femminile o semplicemente la voce del biondazzo "pitchata", forse perché pompa per bene nelle casse proprio come facevano i due svedesi. Sembra facile scrivere un pezzo così, ma non lo è affatto.

Chissà se Aaron caricherà altro materiale inedito sul proprio canale YouTube, da qui a inizio 2018; visto che cosa è riuscito a combinare nelle scorse settimane, potrebbe tranquillamente diffondere tutto il disco nelle prossime ventiquattro ore...