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We're the aliens in America - oh oh

Kim Wilde

Kandy Krush

Kim Wilde è un ex fiore all’occhiello della new wave inglese. Bellezza algida, voce suadente, mullet ben portato, nei primi anni '80 piazzava una ventina di hit nella Top 40 inglese (Kids in America, Cambodia e You Came tra le altre), vendeva circa trenta milioni di copie, "apriva" per eminenze come David Bowie e Michael Jackson. Poi, quando la situazione cominciò a buttare male, fece quel che ogni popstar dovrebbe fare: si ritirò con grazia, lasciando spazio a stelle più giovani e ambiziose.

Nel 1990 Kim è già una meteora proiettata verso l’ignoto, senonché una passione comparsa durante la sua prima gravidanza la cala in un mondo parallelo: il giardinaggio. Trova così una nuova carriera nella floricultura, collaborando a un programma della BBC dal titolo Better Gardens, e scrivendo (e vendendo) diversi libri.

Fin qui tutto bene. C'è una giustizia democratica: esplodi da giovane e ti dedichi a una passione che monetizzi da grande, sulla scia del tuo grande successo. La Wilde non aveva messo però in conto l’arrivo della sua terza carriera: quella legata agli alieni.

Nel 2009, il giorno dopo la morte di Michael Jackson, Kim rientra a casa dopo una lunga giornata passata al pronto soccorso con il figlio; finalmente sola e rilassata, sorseggia un bicchiere di vino nel suo giardino (eh), quando all’improvviso nota una fortissima luce farsi largo tra le nuvole. Una luce che oscilla rapidamente da una parte all’altra, per diversi minuti. Ne è certa: si tratta di un UFO (avvistamento "confermato" tra l'altro il giorno dopo da alcune testate locali). Un paio di anni dopo, un suo fan diffonde sui social questo video. Lei ci rimane malissimo, ma il pubblico ricomincia ad amarla e, sulla scia del ritrovato entusiasmo, comincia a lavorare a un nuovo album, Here Come the Aliens.

Kandy Krush è il secondo singolo – un pezzo scoppiettante, di fattura forse un po’ datata, (sulle prime pare di sentire un inedito di Billy Idol), ma che proprio per questo non fa storcere il naso.

Certo, fa impressione la metamorfosi che ha trasformato Kim in Scianel di Gomorra. Ma chissenefrega. Lei è felice, e si vede.

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Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Alex Turner se ne frega dei vostri giudizi

Arctic Monkeys

Four out of Five

"Oddio, ma gli Arctic Monkeys sono senza chitarre! Peggio: sono senza canzoni!": questo è il ritornello che gira in rete a proposito del nuovo disco del quartetto di Sheffield. Sono critiche sensate? La prima, forse (anche se le chitarre ci sono; meno, ma ci sono); la seconda, proviamo a valutarla con questo singolo.

Una cosa da dire subito: gli Arctic Monkeys sono un gruppo sopravvalutato. Attenzione: non parliamo di qualità della musica, ma di status. Gli affezionati del rock, visto il sorpasso nell'immaginario giovanile da parte di hip hop e R'n'B, contavano su di loro per far vedere quanto "la musica con chitarre fosse meglio". Ma a chi scrive pare che a questi musicisti non interessi affatto diventare simboli di una guerra tra nicchie: lo status è una cosa, ma loro puntano semplicemente a suonare, comporre, andare avanti senza il chiacchiericcio esterno.

E questo li rende non solo musicisti davvero indipendenti, ma artisti di una certa caratura. La gente voleva più chitarre, loro hanno fatto quel che volevano. Che piaccia o meno, scelta rispettabile: stimoli nuovi per non morire nella stagnazione.

Nella lotta per far tornare il rock alla sua origine (il corpo, il sesso), le Scimmie recuperano uno stile in cui mischiano glam e crooning: vintage in tutto e per tutto, ma profondamente personale e votato al sensuale. In Four out of Five la batteria mixata così "avanti" e accompagnata dall'organo crea un incontro tra lo spaziale del testo e il corporeo del canto di Turner e del coro. L'immaginario di un hotel lunare in cui rilassarsi è il futuro/quasi presente che, chi lo sa, dovremmo magari vivere come nel verso «Take it easy for a little while».

Quel ritornello perfetto che è Bowie qui ed ora, ma più postmoderno ancora. E Alex Turner pare il cantante più verboso del pop: come se volesse riempire di dettagli ogni anfratto del brano. Come se avesse paura di annoiare – ma noi non ci annoiamo affatto.

Non chiamatela Lamù

Krimewatch

平和の夢

Il nuovo disco dei Krimewatch dura dodici minuti, in tutto. Nove canzoni poco più lunghe di sessanta secondi l’una. La sintesi non è un problema per la band di New York, evidentemente.

La cantante Rhylli Ogiura è di origine nipponica e alcuni pezzi, come quello che vi proponiamo qui, sono cantati in madrelingua. Fra i suoi intenti, anche quello di smentire un celebre luogo comune: l'implicita indole sottomessa delle donne giapponesi. La grinta non le manca, ma curiosamente non aveva mai frequentato la scena hardcore punk prima di unirsi al gruppo – anzi, è cresciuta ascoltando hip hop e R&B contemporaneo.

Certe cose posso venire fuori solo dalla Grande Mela, verrebbe da pensare; tuttavia, lingua orientale a parte, non c’è molto di sperimentale, avanguardistico o semplicemente “strano” nei Krimewatch. Il loro suono è asciutto, immediato e del tutto privo di fronzoli e orpelli.

Il tempo di capire chi sono e che cosa fanno ed è già tutto finito. Ma è un quarto d'ora – o quasi – incisivo e frastornante.

Non mi chiamano mai ai festival di musica elettronica perché mi scambiano per Burzum

Rival Consoles

Hidden

Nella vita tutti indossiamo una maschera. Ogni giorno: non solo quando andiamo a un concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Anzi, spesso non possiamo fare a meno di prenderne in prestito più di una: la cambiamo a seconda delle situazioni e scegliamo quella giusta in base a chi abbiamo davanti.

Nella vita tutti indossiamo una maschera. E raramente finisce bene: quasi mai ci fermiamo un attimo a chiederci quale di queste maschere ci rappresenti davvero. Ci aveva già avvertito Ingmar Bergman nel 1966 con Persona e oggi Ryan Lee West (produttore londinese, in arte Rival Consoles) torna sulla scena del delitto con un disco omonimo, appena uscito, e un singolo che già dal titolo mette in tavola le sue intenzioni: sbirciare tra le nostre rughe di cartapesta e provare a far luce nelle zone d'ombra che ognuna delle figure che impersoniamo proietta sulle altre.

Una moltitudine di layer impilati come piatti ancora da lavare: spezzoni di performance live, vecchi filmati della BBC, proiezioni visual astratte e una continua altalena tra flussi analogici e digitali che indubbiamente rende bene l'idea di quanto sia difficile isolare il proprio "true self", in mezzo a tutto il rumore che creiamo attorno.

Nella vita tutti indossiamo una maschera. Anche Kurt Vonnegut aveva provato a farci notare quanto la questione non fosse da sottovalutare, mettendo in fila parole semplici con quel suo tono tipico che fa sembrare ogni cosa come la meno complicata di questo mondo. Cito a memoria: «Noi siamo quello che facciamo finta di essere, quindi dovremmo stare molto attenti a quello che facciamo finta di essere».

Rival Consoles fa finta di essere Jon Hopkins con il sorriso furbo di Apparat e gli occhi tristi dei Boards of Canada. Lo fa con molta attenzione, quanto basta di sfacciataggine e la necessaria quota di delicatezza.

Gli viene benissimo.

Old young signorino

Willie Nelson

Bad Breath

Ottancinque anni suonati. Settantatré album in studio. Quattro matrimoni. Sette figli. Qualche ranch in giro per il sud degli Stati Uniti. Una casa a Maui, nelle Hawaii. In tasca marijuana, qualche enfisema polmonare e tante storie da raccontare.

Willie Weird. Shotgun Willie. Outlaw Willie. Attivista, poeta, attore, esperto di arti marziali, scrittore, girovago dell'America "vera" (non quella delle serie televisive patinate), il buon Nelson appare a ben vedere come un autentico "young signorino". Senza tatuaggi da imbecille e senza photoshop a ricoprire i solchi del tempo vissuto.

Umorismo e nostalgia sono ancora gli elementi chiave del nuovo disco Last Man Standing, perfettamente rappresentati dalla sardonica Bad Breathdove il problema dell'alitosi rimane comunque secondario a quello di avere ancora del fiato in corpo. «Don't ever complain about nothin' / Before we can walk, we all gotta crawl / Halitosis is a word I never could spell / But bad breath is better than no breath at all».

Pezzi come questo riescono ad avere ancora quel "fattore X" che medicina, scienza e manovre di mercato non hanno ancora saputo decifrare. Lunga vita ai fuorilegge, dunque: che possano ancora a lungo sputare tabacco e saggezza di strada sui rocker senz'anima sintetizzati nei laboratori dei talent show.

Eravamo due amici al bar che volevano cambiare il mondo

Arthur Buck

Are You Electrified?

Cosa succede quando due amici, prima ancora che colleghi, decidono di andare in Messico a scrivere qualche canzone?

Può capitare che in tre giorni di prove tirino fuori una decina di brani: senza che alcuna casa discografica dica loro cosa devono o non devono fare, senza alcuna pressione. Può darsi che di questa effervescenza creativa siano complici il posto idilliaco, qualche tequila di troppo oppure l’ottimo lavoro svolto in fase di missaggio da Tchad Blake (già produttore di alcuni dischi Tom Waits, Beck e Pearl Jam).

Comunque sia, il quarto giorno i due musicisti decidono di testare il materiale direttamente sugli abitanti di Todos Santos, la piccola cittadina sulla costa della Baja California Sur in cui si sono tenute le session – e dove dal 2012 il residente part-time Peter Buck (anima chitarristica dei R.E.M.) organizza ogni anno l'omonimo festival musicale.

A questo punto i due – che corrispondo ai nomi di Joseph Arthur e Buck, appunto – decidono di pubblicare un singolo, Are You Electrified?, che fa da biglietto da visita per il disco di debutto che uscirà a metà giugno.

Come suona? Come la miglior canzone che i Rolling Stones non incidono da almeno quindici anni, con la Rickenbacker di Buck mai così rock e con un Arthur raramente così ispirato. ¡Qué viva Mexico!

Perché siamo tuoi amici

Justice

Stop

Da una decina d'anni almeno, il nome "Justice" suscita sensazioni contrastanti da parte di chi frequenta elettronica e club culture: da una parte, quelli che li amano incondizionatamente, dall'altra, quelli che, a solo sentir pronunciare il loro nome, hanno un conato di vomito.

La sottoscritta appartiene alla categoria "adulatori assoluti", il che rende ogni tentativo di oggettività molto, molto vano.

Con tre album alle spalle, una cifra estetica al neon molto ben definita – specie nel loro impianto live – e un approccio che c'entra zero con la figura del "Superstar DJ", i Justice hanno delineato un percorso preciso: raccogliere l'eredità dei Daft Punk e restituirla sotto forma di videogame. Non per nulla, c'è chi li conosce solo per aver giocato a Need for Speed: Undercover.

Da † (Cross) in poi (l'impareggiabile album di debutto del 2007), i Justice hanno calato una coltre di epica e marzialità sulla French touch. Hanno, in pratica, setacciato l'hard rock col filtro della dance music, aiutandosi col famoso "bassone alla Justice", quello che ti urta direttamente la cistifellea.

Il nuovo singolo Stop, blando e leggero, ha poco ha a che fare con la parte più imponente ed elaborata della loro produzione, e sposa l'altra faccia dei Justice: quella più radiofonica e amica dell'estate. Fa parte di Woman Worldwide, una rivisitazione in studio dell'album Woman del 2016, alla luce di nuovi spunti raccolti durante i concerti. In pratica: un "best of". Contiene infatti anche certi loro punti fermi risuonati, come DVNO, Audio Video Disco e Dance.

E pensare che tutto era cominciato da un fallimento: questo remix, presentato a un concorso e rifiutato. Per poi diventare, nel 2006, un classico incrollabile della club culture.

L'immagine NON è tratta dal "concertone" del primo maggio

Death Grips

Streaky

Non si sa mai cosa aspettarsi dai Death Grips. L'ultima volta era stato un singolo di ventidue minuti, Steroids (Crouching Tiger Hidden Gabber Megamix), o una cosa come gli undici minuti di assolo di batteria di Zach Hill.

Questa volta, invece, spunta fuori un brano che si può addirittura considerare "canzone". Di base, infatti, si riconoscono anche strofa/ritornello/strofa/ritornello, addirittura con una struttura piuttosto canonica. Che sia forse una parodistica esibizione di qualcosa di ancor più strano?

Ma non ci si lasci ingannare dalle apparenze: se Streaky si fissa sulla luce stroboscopica di un letto (con telecamera fissa e una "finestra" di video sul lato), si tratta in effetti di un pezzo che arriva subito in tutta la sua meticolosa efficacia. Caratteristiche, queste, probabilmente anticipatrici del nuovo Year of the Snitch, sesto lavoro della band di Sacramento – che nell'occasione ha lavorato col regista Andrew Adamson (ebbene sì: quello di Shrek) e Justin Chancellor (ebbene sì: il bassista dei Tool).

Quella che è già stata definita una delle band più importanti del ventunesimo secolo, ha dalla sua fans dichiarati come Björk, Robert Pattinson, Beyoncé, William Shatner e altri nomi noti del mondo della musica e del cinema odierno. Che MC Ride e soci, tra un ringhio vocale e un colpo di frusta power noise, abbiano forse fatto breccia in quell'angolo di musica contemporanea che può davvero considerarsi "innovativa"?

Certo è che, passando con disinvoltura attraverso l'hip hop, il noise rock e l'industrial elettronico (e si potrebbe andare anche oltre), questi fanno dannatamente sul serio.

... e ora, andate tutti affanculo

Dead Sara

UnAmerican

Ne è passato di tempo da quando Emily Armstrong, la cantante dei Dead Sara, veniva convocata da Courtney Love per cantare sul disco "di reunion" delle Hole, l’insipido Nobody's Daughter, o da quando Dave Grohl dichiarava in diretta radio che «Dead Sara should be the next biggest rock band in the world». Ne è anche passato un po’ da quando alla Casa Bianca sedeva il democratico Barack Obama (e chiunque avrebbe sorriso al solo pensiero che il suo posto sarebbe stato preso da un tycoon appassionato di wrestling, con un passato da costruttore di edifici di dubbio gusto e da celebrità di reality show).

È proprio Donald Trump uno dei bersagli del nuovo singolo dei Dead Sara: tra la voce iperdistorta della Armstrong, una raffica di “fuck” e i riff sparati dalla chitarra di Siouxsie Medley, la band di Los Angeles ritorna con la prima canzone inedita dai tempi di Pleasure to Meet You di tre anni fa. Il testo di UnAmerican manda affanculo non solo il presidente, ma un po’ tutto l’ideale moderno dell'"American way of life" e, se da una parte riporta alla mente i fasti degli Avengers di The American in Me, dall’altra riesce a essere più efficace di mille parole nel far capire cosa significhi essere americani – o meglio, un certo tipo di americani, perché qualcuno Trump l'avrà pure votato... – in questo periodo.

Jack White, in una recente intervista, si è detto convinto che una prossima rivoluzione rock'n'roll sia imminente. Confidiamo nella sua profezia e chissà che non siano proprio i Dead Sara a guidare il prossimo rinascimento rock.

Pubblicità progresso

Dopethrone

Killdozer

Il suono mefitico, le canzoni terremotanti, l’immagine sporca ma spiritosa, i concerti spaccatimpani, l’attitudine da tossici scappati di casa (roba che, se li becchi fuori dal locale dove si esibiscono, sono capaci di chiederti birra, cartine, soldi e un posto dove trascorrere la notte). Tutto quello che, francamente, ci aspettiamo da un rispettabile gruppo metal che abbia studiato alla scuola dei maestri EyeHateGod.

A vederli così, il primo pensiero che ci sfiora è: “Da quale svantaggiato buco di culo degli States proverranno mai?”. E invece i tre bifolchi arrivano dal Québec. Sarà che l’ultima volta che abbiamo ascoltato una band di Montreal, si trattava dei raccapriccianti Simple Plan; sarà che abbiamo visto troppe puntate di South Park; sarà che siamo un po’ ignoranti e viaggiamo poco… Fatto sta che mai avremmo associato i “brutti” Dopethrone al “bel” Canada. Errore.

Digressioni socio-geografiche a parte, i Dopethrone si apprestano a pubblicare il nuovo album Transcanadian Anger (il titolo omaggia i Darkthrone, loro idoli di gioventù). La struttura di KIlldozer è sostanzialmente uguale a tutte le loro altre canzoni e anche i testi vanno a parare in un’unica direzione – la solita: droga, droga e ancora droga.

Non sappiamo fino a che punto si possano prendere sul serio. Ma in fondo, che importa? Il “pacchetto” è completo, credibile e funziona bene. Per sentirci sensibili, delicati e introspetttivi, aspetteremo il ritorno dell’autunno e magari un nuovo disco dei National (toh, un gruppo americano che sembra canadese).

I am not your negro

Childish Gambino

This Is America

A sole poche ore di distanza dall'uscita del nuovo brano di Donald Glover, Erikah Badu gli ha dato la sua investitura via-Twitter, definendolo "un genio" e "l'Isley Brother che l'America ha perso".

Childish Gambino le fa eco nell'ambizioso video di Hiro Murai, esibendo la propria "negritudine" a dorso nudo, ballando una danza funky articolata sopra un ritmo compulsivo (come James Brown sapeva fare meglio di tutti) e snocciolando versi ossessivi che prendono a martellate la consapevolezza "politically correct" dei benpensanti americani. Perché è inutile fare gli ipocriti: la differenza tra bianchi e neri in Usa esiste ancora e l'elezione di Barack Obama, se è servita a sciacquare le coscienze, non ha risolto alla radice un malessere cementato nei secoli.

Donald Trump ha semplicemente rotto l'incantesimo, strappando il velo dell'illusione e rivelando il melting pot a stelle e strisce per ciò che veramente è: un calderone che mantiene intatte iniquità e diseguaglianze, risolvendo spesso i problemi con un colpo di pistola.

Tra cori gospel macchiati di sangue e ritmi afro, uno scarno hip hop irrompe con una revolverata, come a risvegliare il torpore di chi non vuole vedere che cosa stia accadendo nella comunità nera e, più in generale, nella società intera degli Stati Uniti.

Con una leggerezza che solo l'umorismo può regalare a un tema così pesante e spinoso, Gambino offre la faccia disimpegnata della "blackness", quella che i bianchi pretendono di vedere ignorando il resto: il sorriso, la fisicità del movimento e la ritmicità della musica, ossia il pacchetto del nero ripulito che già fece la fortuna della Motown. Uno stereotipo qui riproposto con sarcasmo, con parole che pesano come pietre: «Vogliamo solo festeggiare, vogliamo solo i soldi; pistole nel mio quartiere, sono così drogato; questa è l'America».

Trentatré anni dopo This Is Not America, il famoso pezzo di David Bowie e Pat Metheny, la canzone di Donald Glover suona come un monito: non ci sono più Ronald Reagan alla Casa Bianca e la Guerra Fredda, ma il ventre oscuro americano continua a sanguinare e l'infezione, questa volta, è ancora più purulenta e intrisa di razzismo.

Liberato goes Liberace

Liberato

Je Te Vojo Bene Assaje

(PROSEGUE DALLA RECENSIONE DI INTOSTREET)

... Liberato diventa lo strumento del sempre più ambizioso regista Francesco Lettieri per il suo personale The Affair. Rispetto a Intostreet, lo sguardo si sposta sulla Napoli-bene, con le fanciulle in fiore che studiano per diventare avvocato e il gap sociale – o guapp' sociale, volendo – rispetto agli amici e amiche del protagonista maschile.

Il tutto in un festino di citazioni classiche da Te Voglio Bene Assaje a Dicitencello Vuje, product placement come se piovesse (con quello quasi romantico dell'acqua Lete, ormai storico sponsor del Napoli) e una disinvoltura irresistibile nel mescolare il linguaggio della periferia con quello dell'impero («Picceré, come back here, me sfunne l’anema can’t you see?»).

Tuttavia il continuo rilancio da parte delle menti dell'operazione-Liberato potrebbe arrivare a una svolta entro pochi giorni: «Nove maggio, Napoli, Lungomare, Tramonto, Gratis» è l'annuncio che sta facendo fermentare i fans, che in soli due giorni hanno già portato un milione di visualizzazioni su YouTube a ciascuno dei clip.

Forse sarà il fatidico disvelamento live del volto e del nome del cantante, o forse sarà solo un altro tassello di questo progetto magistrale legato all'identità non solo di un artista, ma anche di una città e della sua vocazione musicale.

Un ritratto generazionale

Liberato

Intostreet

Liberato è l'opposto di Sfera Ebbasta.

Liberato, o tutti coloro che sono Liberato (perché l'operazione sta diventando colossale, basti guardare i credits del video), non mette al centro di tutto le proprie velleità e il proprio percorso personale, ma si pone come figura a margine di un affresco molto più ambizioso, nel quale la melodia tradizionale cavalca le cadenze e i suoni dell'elettronica, Un Posto Al Sole incontra Gomorra, il napoletano incontra l'inglese con la naturalezza che permetteva a Pino Daniele di creare stupore col suo fusion blues.

Paradossalmente, c'è un'identità artistica più forte nell'artista partenopeo senza identità che non nel circo autoreferenziale col quale il ventiseienne trappuso di Ciny si è imposto ai teenager – il problema è che, una volta tolto il clown, non c'è nulla che valga la pena ascoltare nei brani di Sfera se non la furba sapienza di Charlie Charles.

Liberato, per contro, sta dando così tanto spessore al mondo da lui raccontato da creare una specie di spin-off dei suoi brani precedenti Nove Maggio e Tu T'e Scurdat' 'e Me, facendo 'o storytelling dei tormenti d'amore di lui in Intostreet, e di lei nel simultaneo Je Te Vojo Bene Assaje, brano pubblicato poche ore dopo, nel quale...

(CONTINUA)

Più le cose cambiano, più rimangono le stesse

Alice In Chains

The One You Know

Fu il diavolo a piazzare i dinosauri sulla terra, dicevano qualche anno fa. E non si sa quanto questo sia ancora buono per coloro che molto spesso vengono considerati tali. Mostri sacri. Leggende. Miti. Forse per la stazza, forse per il tempo passato in cui dominavano i loro territori, forse anche per il dibattito sulla loro estinzione.

Sono già più di trenta, gli anni intercorsi dalla nascita del gruppo americano. Nonché sedici dalla morte del loro frontman storico, nove dalla riformazione e cinque dall'ultimo album in studio. In mezzo, svariati milioni di dischi venduti in tutto il mondo.

Numeri importanti per arrivare, dunque, a ciò che in realtà già si conosce (ma non cessa di stupire in positivo): gli Alice In Chains dell'era William DuVall. Un personaggio a cui si è voluto bene fin da subito, nonostante la posizione scomoda che andava a occupare. I due lavori del rientro – in particolare Black Gives Way to Blue del 2009 – non sono stati affatto male: una delle poche volte in cui l'operazione di recupero di un nome storico abbia portato a risultati artistici del tutto soddisfacenti.

In The One You Know, ancora una volta, il riff di Jerry Cantrell è quello giusto e il ritornello e le voci funzionano immediatamente, ma senza calligrafismo gratuito: sono i "soliti Alice", per il marchio di fabbrica inimitabile e l'elevata qualità compositiva, ma non è la "solita canzone degli Alice" (ed è bello riascoltarla per cogliere sfumature e sottigliezze preziose).

Il DNA dei dinosauri di Seattle unito a un'ispirazione sempre e comunque contemporanea: mentre Layne Staley riposa in pace, come gli auguriamo, la lezione di credibilità degli Alice In Chains prosegue brillantemente.

Sul serio? Ancora con ‘sta storia dei gatti fritti nei ristoranti cinesi?

Young Fathers

Toy

Se ci pensate, non è che stupisca più di tanto trovarsi di fronte a una clip piena di bambini: è vero che l’essere didascalici è fuori moda e la coerenza di contenuti al giorno d’oggi ormai un optional, ma stiamo pur sempre parlando di una band che si chiama Ragazzi Padri.

Che poi i giovani interpreti in questione siano dei piccoli Trump e Putin alle prese con il famoso “gioco del potere”, rende solo lo scenario più inquietante (e divertente) allo stesso tempo. Ma torneremo sull’argomento a breve.

Gli Young Fathers suonano una roba inzuppata di R&B, hip hop e mille componenti “black”, ma non puoi esattamente definirli dei “rapper”. Risulterebbe impreciso e fuorviante. Anche tirare in ballo un certo trip hop – per quanto Edimburgo sia forse la "cosa" più simile a Bristol che c’è in Scozia – non sarebbe abbastanza.

Stanno piuttosto sotto il cappello di quella specie di “Dixieland al contrario” (siamo dalle parti dei TV On The Radio con meno chitarre o degli Algiers senza riferimenti alla letteratura Southern Gothic, alle Black Panthers e agli schiavi dell’Alabama) che ha portato la negritudine a sfondare con meritato successo in campi (rock, post-punk, elettronica) un tempo quasi esclusivamente monopolizzate da un establishment musicale “bianco”.

Toy è il terzo estratto dall’ottimo Cocoa Sugar a guadagnarsi l’onore di finire prima dietro una videocamera e poi su YouTube e quindi… il video, dicevamo. Diretto da Salomon Ligthelm e figlio di un concept arrivato come un’epifania nella testa del regista nel momento in cui ha visto una foto del Leader Supremo nord-coreano Kim Jong-un ritratto accanto ai suoi pupazzetti, dà al tutto una lettura politicizzata che il pezzo (per quanto viscerale e abrasivo) non necessariamente suggeriva.

Bisogna ammettere che non è la prima volta che capi di stato discussi o dittatori sanguinari vengono idealmente associati all’immagine di bimbetti viziati che fanno le bizze, perché il mondo non va come vorrebbero o gli equilibri internazionali non combaciano al millimetro con quelli che avevano preteso nella loro ultima letterina a Babbo Natale. Qui però si dà alla cosa un tocco di realismo visuale in più, solo per finire a concludere che — come dicevano i buoni, vecchi Bad Religion — questo è uno di quei casi in cui «truth is stranger than fiction».

alfa-alfa-alfabeto

Young Signorino

Mmh Ha Ha Ha

Recentemente mi trovavo a tavola a disquisir di musica contemporanea con un’amica e il suo figlio quattordicenne. Il ragazzino, mediamente disinteressato alle conversazioni di noi matùsa, ha avuto un sussulto di sorpresa con tanto di emissione di “gasp” al mio pronunciare questo nome: Young Signorino.

(c’è da dire che il ragazzino in questione non si beve tutte le sfumature della trap. Anzi, la trap tende a schifarla un po’, perché a lui piace il gangsta rap americano duro e puro degli anni '90).

Il ragazzino, a sua volta incredulo nel trovare terreno fertile per una conversazione, mi legge un’intervista che Young Signorino ha rilasciato a una nota ex rivista di musica dal direttore ballerino; lo diverte il fatto che dica di ispirarsi a Ludovico Einaudi, che suo padre sia Satana in persona e che la “dolce droga” di cui parla in uno dei suoi singoli sia in realtà “la verdura che tenevo in mano”.

In pratica, il ragazzino apprezza Young Signorino perché prende per il culo tutti, e per il suo elevato quoziente di assurdità.

Ma Young Signorino – nome d’arte di Paolo Caputo di Cesena – ha diciannove anni, surfa tra un’overdose di psicofarmaci e l’altra, è padre di una bambina di due anni e butta giù rime che hanno un tema preponderante: la droga. Che novità, direte voi. Ma qui lo si fa con una certa ossessione, tralasciando anche dei punti fermi assodati: niente rime spezzate come Achille Lauro, niente grandeur di Sferaebbasta, niente quartiere come RKomi, e quasi niente autotune.

Qui, i versi – termine quanto mai adatto – sono ridotti all’osso. In apparenza, non c’è “tecnica”: c’è un caso. Ma quanta autenticità, e quanta strada («Se vuoi un kilo vieni ammè»).

Limitarsi a dire “Young Signorino è un cretino” è riduttivo, così come lo è affermare che arriva solo “se sei strafatto a merda” (commento gettonato a margine dei suoi video); è un metro di giudizio che rispecchia solo in parte il milione di visualizzazioni che ha avuto con il suo più recente singolo, Mhh Ha Ha Ha, traguardo di cui lui si fregia con i Carabinieri durante un controllo.

È un pezzo spiazzante, non bisogna negarlo. Io onestamente l’ho ricevuto con entusiasmo, anche perché mi ricorda Eins Zwei Polizei.

In questo gran dibattito post-Concertone del Primo Maggio, in cui si è aperta una volta per tutte la grande voragine tra chi accetta la nuova musica e chi no, uno come Young Signorino alza l’asticella della provocazione. Perché sembra uscito da una comune punk di Bologna del 1978 e fa quel che la sua mente complessa gli dice di fare: il vuoto assoluto.

Capire quel vuoto, non è obbligatorio. Ma fregiarsi di non capirlo è inutile.

Rock you like a hurricane

Ash

Buzzkill

Non hai nemmeno vent’anni, hai appena finito la scuola superiore e, pochi mesi dopo, il disco di debutto ufficiale del tuo gruppo diventa un grande successo commerciale (approfittando dell’onda lunga del Britpop e del pop punk, ma proponendo un suono sostanzialmente diverso).

L’anno era il 1996; l’album, 1977; la band, gli Ash. La cui carriera da quel momento è stata costantemente in salita. Un po’ come se dovessero sempre dimostrare di averla proprio meritata, quella “fortuna” (vero che capitarono al posto giusto e al momento giusto, ma è anche vero che quelle canzoni erano quasi perfette).

Forse i tre irlandesi non sono dei geni assoluti. Forse hanno patito più del dovuto “l’ansia da prestazione”. O forse hanno pagato un prezzo troppo elevato alla fama precoce, nel complesso, perché non ricordiamo lavori brutti a loro firma. Anzi: superata la crisi di mezza giovinezza di una decina d’anni fa, stanno riprendendo a carburare a pieno regime.

Dopo Kablammo! del 2015, a metà maggio circa arriverà il nuovo Islands. Un paio di singoli lo hanno già anticipato: il più recente Annabel (bel video, tra l'altro) e il più “datato” Buzzkill. Preferiamo quest’ultimo, se non altro per la partecipazione ai cori di un paio di membri dei mitici Undertones, ma sono dettagli.

Il punto è che oggi nessuno fa (mainstream) power pop così bene come gli Ash, probabilmente. Il che fa di loro un nome persino sottovalutato.

Pleased to meet you, hope you guess my name

Oneohtrix Point Never

Black Snow

Suggestivo e appetitoso, spunta il nuovo singolo di Daniel Lopatin, in arte Oneohtrix Point Never. Il musicista sperimentale di Brooklyn – ma nato in Massachussets – ci aveva lasciato non troppo tempo fa con un paio di colpacci: la collaborazione con Iggy Pop nell'eccezionale brano The Pure and the Damned (che chiudeva l'altrettanto eccezionale film dei fratelli Safdie Good Time) e quella con David Byrne per il suo American Utopia.

È con Black Snow e il "featuring" di Anohni, altro personaggio sulla cresta dell'onda, che i toni vaporwave lasciano intendere che l'artista americano abbia fatto ancora centro. Age of, infatti, uscirà a inizio giugno e sfoggerà collaborazioni con altra bella gente alla moda come James Blake, Prurient e Kelsey Lu.

Lopatin è anche il regista del video, oltre che compositore e voce principale. I sentori anni '80 permangono e le modalità di certa musica elettronica sperimentale contemporanea recapitano un messaggio di commistione post-moderna che, ormai, recupera suoni e immagini dell'estetica consumistica e del vuoto contemporaneo.

Che Lopatin possa ben fare le scarpe a Paolo Sorrentino, dopotutto?

Two ordinary boys

The Bonnevilles

Dirty Photographs

Il biglietto da visita del duo, estremamente sintetizzato, informa che l’Irlanda del Nord ha generato gli eredi dei migliori Them incrociati coi migliori Stiff Little Fingers. Un potente orgasmo rock-folk-punk-blues, insomma.

Le cose non stanno proprio così, troppo bello per essere vero, ma concediamo la smargiassata a Andrew McGibbon Jr. (chitarra e voce) e Chris McMullan (batteria). I ragazzi di Lurgan sono sfacciati e ci sanno fare: lo hanno dimostrato soprattutto col terzo album, Arrow Piece My Heart del 2016.

Oggi ci riprovano col nuovo Dirty Photographs, in realtà uscito già lo scorso marzo. Va da sé che il gruppo non ha alcuna intenzione di “fare qualcosa di originale”, ma nemmeno di scivolare banalmente nel revival di maniera. Giocano a carte scoperte, sì, lasciando che siano bravura e genuinità di fondo a conquistare eventualmente gli ascoltatori.

Pur senza i risultati miracolosi millantati nella bio ufficiale, i Bonnevilles convincono proprio grazie a questa evidente sincerità d’intenti. Una schiettezza che si riflette anche a livello lirico: «La condizione umana ha a che fare col peccato e il fallimento; è lì che sta il ‘sugo’ della vita ed è ciò che noi proviamo a descrivere».

Essenziali, sporchi quanto basta ma non rozzi per il solo gusto di esserlo. Provinciali (nell’accezione migliore del termine: si vede e si sente lontano un chilometro che non arrivano da Los Angeles, New York o Londra), ruspanti e peccatori: per conto di Dio o no, missione compiuta.

Il rock è morto? Ma vi pare?

Jim James

Just a Fool

"The Band" meritano indubbiamente un posto d’onore tra i migliori gruppi della storia della musica rock. Parliamo di coloro che accompagnarono Bob Dylan ai tempi della cosiddetta svolta elettrica, nonché dei protagonisti di The Last Waltz di Martin Scorsese, vale a dire il miglior documentario rock di sempre (secondo molti).

In Italia, se qualcuno nomina The Band, rischia perlopiù di sentirsi rivolgere l'immancabile domanda: “Ok, ma come si chiamano?”. Fra i loro epigoni più noti, in ogni caso, ci sono gli Avett Brothers, i Drive-By Truckers e i My Morning Jacket: questi ultimi sono quelli che, oggi, più si avvicinano per intenti proprio a The Band. Gruppi uniti da un minimo comun denominatore, quello di essere anche loro “troppo americani” e quasi sconosciuti da noi. Un vero peccato, soprattutto in questi tempi in cui si parla tanto della morte del rock: un loro merito innegabile è proprio quello di continuare a tenere alta una certa bandiera, in un'epoca in cui vende di più la gente che si esibisce dietro alla console.

Con i MMJ fermi da qualche tempo, torna a farsi sentire il barbuto leader della band, Jim James, che da solista ha già avuto modo di farsi apprezzare con due ottimi dischi: il primo più folk, Regions of Light and Sound of God, e il secondo più sperimentale, Eternally Even.

A fine giugno uscirà il suo terzo lavoro, Uniform Distortion, anticipato dal singolo Just a Fool, un’interessante rock-blues sorretto da un ipnotico giro di chitarra che si fonde con la sempre cristallina voce di Jim. Il cantante sceglie di mettere da parte le chitarrone e le epiche cavalcate elettriche che, negli States, permettono alla sua band di riempire palazzetti e fare da headliner nel festival più importanti.

Con un paio di riff ben suonati, pur in un contesto sonoro più sperimentale del solito, James saprà convincervi del buono stato di salute di cui gode attualmente il r'n'r, nonostante tutto.