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La traccia del giorno Perchè ogni giorno abbia la sua O.S.T.
Dateci qualcosa di strano da fare, che ci stiamo annoiando

Soulwax

Essential Four

C’è gente che proprio non ce la fa a star ferma. Gente che, se rimane pochi attimi con le mani in mano, va fuori di cervello. Gente che non concepisce proprio quanto può essere terapeutica una serata immobili sul divano, con il gatto che ti ronfa beato sulle ginocchia.

I fratelli Dewaele sono due di questi. Anzi, peggio: sempre alla ricerca di nuove idee bislacche da mettere in pratica e obiettivi più sfidanti verso cui spingersi, la cosa difficile da mandar giù è che, immancabilmente, prima li trovano e poi li raggiungono con malcelata scioltezza.

Solo per limitarci agli ultimi due anni e alle uscite ufficiali a firma Soulwax, hanno prima composto la colonna sonora di un film indie belga (spacciandola per una compilation di gruppetti sconosciuti, quando in realtà erano sempre loro a suonare ogni canzone qualunque fosse il genere musicale sposato dall’ipotetica “fake band” associata), poi fatto uscire un disco di musica elettronica (registrato in unico “take” dopo averlo composto e provato in tour con un set di synth analogici da fare invidia ai nipoti di Robert Moog, opportunamente integrato con tre batterie dotate di doppia cassa) e, infine, curato il loro Essential Mix per BBC1.

Se vi sfugge cosa ci sia di strano in quest’ultima cosa, è perché ho tralasciato un particolare non trascurabile. In risposta alla richiesta della radio britannica, infatti, i due non si sono nemmeno sognati di preparare un mixato di pezzi altrui (o comunque già esistenti), ma si sono chiusi in studio per una settimana e hanno tirato fuori un’ora abbondante di musica inedita, tutta ispirata alla parola “essential”, facendo sì che i ragazzi dell’emittente si ritrovassero on air l’anteprima di un nuovo album, senza nemmeno essere stati avvertiti con un minimo di preavviso.

Fosse sempre così semplice lavorare nello splendido mondo dell'FM.

Comunque: il 22 Giugno, finalmente, il tutto verrà pubblicato come dio comanda e questa è la prima traccia singola che anticipa il resto. Si chiama Essential Four, ma avrebbe potuto essere Essential Two o Essential Nine o Essential [ aggiungi un numero a caso da 1 a 12 ]: la differenza sarebbe stata minima. Quello che conta è il concetto a monte che, tanto per cambiare, porta i Soulwax a spuntare l’ennesima casella dalla lista delle cose che nessun altro aveva mai fatto fino ad oggi.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Skate or die

Jeff Ament

Safe In The Car

Cosa succede quando il bassista di una rock band strafamosa decide di pubblicare un album solista?

Spesso, i "die hard" fans lo ascoltano per completismo e il disco finisce presto a prendere polvere. Nel caso di Jeff Ament sarebbe un grosso errore di sottovalutazione, perché il prolifico bassista dei Pearl Jam – oltre ad aver dato vita nel corso degli anni a progetti paralleli di assoluto pregio come i Three Fish e i RNDM – ha già all'attivo due lavori solisti che valgono ben più di un ascolto distratto (Tone, di dieci anni fa, e il più recente While My Heart Beats). Il nuovo singolo, tratto dall’imminente Heaven/Hell, non è che l'ulteriore conferma della sua poliedricità artistica.

Scordatevi le atmosfere alla Pearl Jam, quei ritornelli che ormai conoscete a memoria e vi emozionano ancora; dimenticatevi la forza evocativa della voce di Vedder, sorretta dall’intreccio delle chitarre di Gossard e McCready e dalla potenza della sezione ritmica. Con Safe In The Car, Ament cambia totalmente registro e sorprende con uno sporco rock blues dalle tinte dark che ricorda certe sonorità alla Dead Weather o il Mark Lanegan di Blues Funeral e del più recente Gargoyle. Lo fa con l’aiuto dei compagni di una vita, lo stesso Mike McCready e Matt Cameron alla batteria, e avvalendosi anche del prezioso contributo di una delle migliori indie folk singer dell’ultima generazione, Angel Olsen.

Un Ament per niente rilassato, in ansia per il mondo che lo circonda e che ha più di un punto in comune con il protagonista di La Strada di Cormac McCarthy, quel padre costretto a vagare senza meta insieme al figlio in uno scenario post-apocalittico e devastato dai disastri naturali.

Da sempre grande appassionato di arti visive, Ament ha anche diretto un video sulle stesse coordinate e ispirato alle atmosfere vintage e sporche di Death Proof, il segmento di Quentin Tarantino del film Grindhouse (girato in tandem con Robert Rodriguez).

Se è vero che spesso i dischi solisti dei bassisti finiscono sepolti nella sterminata collezione di CD e vinili che solo i fanatici posseggono, sulla base di questo primo estratto possiamo augurarci che Heaven/Hellin uscita per Monkeywrench Records il 10 maggio – non sia destinato a fare la stessa fine.

Anime in plexiglass

Gang Gang Dance

Lotus

Sembra proprio che il revival twinpeaksiano abbia di nuovo portato a galla tutto quel filone di musica onirica fatta di pattern minimali, sapore indie e sfasature ipnotiche (che ben si integrano in quel fabbisogno hipsterico di "nuovi" territori musicali, soprattutto in ambito worldbeat).

I Gang Gang Dance non si lasciano certo scappare l'opportunità e si reimmettono nel mercato con un album nuovo, Kazuashita, in uscita il 22 Giugno prossimo, a ben sette anni dall'ultimo Eye Contact.

Tra l'altro è dal 2010 che i newyorkesi continuano a usufruire delle royalties per lo "sfruttamento" di un verso della loro House Jam in un pezzo non proprio underground come Rabbit Heart..., firmato Florence & The Machine , giusto per risanare un po' le finanze e continuare a protrarre il loro dub onirico e sperimentale in continue forme plastiche.

Qui si ritrova un certo appeal commerciale, lasciando un po' perdere le derive etniche di certe divagazioni più attempate, cercando di seguire la scia neo-psichedelica e cavalcando territori sci-fi oscuri, dub e vicini anche ad un certo appeal hip hop. Ancora una volta protagonista Lizzi Bougatsos, vera e propria paladina mutaforma della band di Manhattan, più diretta e meno schizofrenica del solito.

Ci si augura che Florence Welch continui ad apprezzare la Bougatsos e soci, ma soprattutto che i Gang Gang Dance si riconfermino sempre ad alti livelli compositivi.

La grande speranza bianca

Årabrot

Sinnerman

Questa è stata una settimana importante, per gli Årabrot: giovedì hanno suonato al Roadburn, in Olanda, obbligatorio appuntamento annuale per i fanatici di certe sonorità rumorose ma occasionalmente cerebrali (il festival nacque come celebrazione dello stoner rock, ma negli anni ha abbracciato altri sottogeneri).

Nel corso della manifestazione è stato anche proiettato il documentario Cocks and Crosses, che mostra il leader della band Kjetil Nernes alle prese con la lavorazione del pregevole The Gospel e, soprattutto, con la diagnosi di un cancro alla gola (nel frattempo debellato).

Ieri, in occasione del Record Store Day, è uscito il loro nuovo singolo (che anticipa l’album Who Do You Love, in arrivo a settembre): un noto “spiritual” già interpretato da diversi artisti e reso ancor più famoso in particolare dalla lunga versione registrata da Nina Simone nel 1965.

Gli Årabrot l’affrontano con l’angoscia di Ian Curtis, la marzialità dei Death In June e la raffinatezza del miglior Nick Cave: accostamenti altisonanti ma non blasfemi, considerando la caratura artistica che va sempre più acquisendo il gruppo norvegese (attivo dal 2001).

Insomma, ci sono tutte le premesse per un imminente salto dall’underground a una dimensione pur sempre di nicchia/culto, ma che garantisca una visibilità maggiore e – perché no? – pure qualche riscontro commerciale in più. Ci auguriamo solo che siano le loro canzoni, a fare eventualmente la vera differenza.

Piovono campioni

DJ Koze

Pick Up

Il nostro compito è darvi pillole.

Oggi vi somministriamo l’integratore vitaminico di primavera; perché, si sa, quando le temperature cominciano a salire, lo "svarionamento" è dietro l’angolo, ma sale anche la voglia di dancefloor.

Vorremmo rassicurarvi – o deludervi, a seconda dei punti di vista: non siamo nei primi anni '00. Accendendo la radio, non sentiamo Music Sounds Better With You di Stardust o Lady... dei Modjo, e l'iPod non è appena entrato nelle vostre vite (al contrario, probabilmente ne è da poco uscito, sbattendo la porta).

Ma Pick Up, nuovo singolo del DJ e produttore tedesco di DJ Koze, ci riporta proprio là, in quell'era in cui la languida e sofisticata house music di derivazione francese, imperniata sui campioni disco, entrava in classifica, oltre che nelle nostre pazze serate.

Stefan Kozalla, notoriamente avvezzo alla techno minimale, ora fa cose come questa o questa.

Ma Pick Up, terzo singolo tratto dall'album Knock Knock, è pura French Touch. Un pezzo che si snoda su due campioni intersecati tra loro: il cantato di Neither One Of Us (Wants To Be The First To Say Goodbye) di Gladys Knight & The Pips, e il giro principale di Pick Me Up I’ll Dance di Melba Moore, perla disco vecchia scuola di fine anni '70.

Quotando un sagace user di YouTube, «Gli unici due campioni che Thomas [Bangalter dei Daft Punk] non ha usato».

Always more of Marr

Johnny Marr

The Tracers

Parte quell'"huh-huh" nel coretto e pensi già che Johnny Marr sia in gran forma. Dopo l'ottimo The Messenger del 2013 e il pur buono Playland del 2014, il musicista mancuniano torna con un nuovo brano per farci capire come si possa invecchiare con dorata dignità.

Si tratta di un personaggio in giro da decenni e che sfrutta ancora il suono più vetusto che esista: quello delle chitarre. Non quelle jingle-romantic degli Smiths (il motivo principale per cui viene ricordato), ma diverse, figlie di tutte le esperienze vissute.

Un volo atmosferico e pop – nonostante sia praticamente senza un vero ritornello – su tracciati tra il muscolare e il sensuale, senza mai diventare kitsch o "esibizionista". Le chitarre scintillano e a volte paiono shoegaze, la sezione ritmica è possente e buia (ricorda certo pezzi dei Sonic Youth, e questa è una novità), la voce è bassa. Il tutto viene accompagnato dalle tastiere verso un'atmosfera britpop, fortunato filone di cui Marr è tra i padri putativi.

Da solista, Johnny non ha mai usufruito di riflettori così ampi da contenerne effettivamente la grandezza, che è quella di un autore incredibile, capace di mutare forma di continuo e mantenere costantemente un alto livello qualitativo.

Quella grandezza che ancora oggi, mentre l'ultimo giro di chitarra compie il proprio dovere, The Tracers è qui a ricordarci.

Ottimizzazione dello “spazio” e design d’interni nord-europeo

Snow Patrol

Life On Earth

Quando si usa la parola “iato”, parlando di una band, in genere si fa riferimento a un break, una pausa di riflessione, un’interruzione dell’attività musicale per un tempo più o meno indefinito. In pratica, è un modo radical-chic di spiegare che il gruppo si è sciolto, ma già si teme una reunion. Per dire, i Tool entrano puntualmente “in iato” tra ogni disco e il successivo: così, per non far calare la tensione.

Lo iato degli Snow Patrol è durato sette anni ed è stato un po’ più complicato del previsto, dato che Gary Lightbody li ha passati, nell’ordine, a: 1) sniffare cocaina 2) bere come una spugna 3) smettere di sniffare 4) smettere di bere 5) deprimersi perché che senso ha una vita senza droga e alcol? 6) riprendersi dalla depressione senza ricominciare ubriacarsi e a tirar su strisce di svariati centimetri di lunghezza 7) buttar giù qualche idea per un album nonostante il conseguente “blocco dello scrittore”, dovuto all'elevato numero di neuroni bruciati.

Poi è andata che è tutto bene quel che finisce bene, nel senso che Wildness uscirà a fine Maggio e il (non più) ragazzo sembra stare decisamente meglio, anche se ha capito che questo nostro pianeta non è esattamente il posto più adatto per prendersi cura del proprio equilibrio: troppi milioni di copie venduti, troppi dischi di platino, troppe nomination a Grammy, Brit Awards e Mercury Prize.

Troppe tentazioni, insomma: o hai l'esperienza di Chris Martin in materia o rischi di sbroccare sul serio. E allora meglio un ritiro ascetico nello spazio, a guardare la Terra da lontano, crogiolandosi in dubbi amletici del tipo «Shouldn't need to be so fucking hard / this is life on earth».

Girato all’interno dell’European Space Agency in Olanda e dato in anteprima all’astronauta inglese Tim Peake invece che a NME, questo nuovo singolo ti lavora in testa come un tarlo (e come tutte le migliori canzoni degli Snow Patrol), provando a battere una strada già tentata in Italia da Fabio Fazio con Samantha Cristoforetti: prendere le missioni in orbita e riportarle a un livello di mainstream paragonabile quello dei tempi d’oro della corsa allo spazio.

Battute a parte, la scia di suicidi eccellenti che il gran carrozzone del music business ci ha lasciato in dote, in questi ultimi anni, ci ha insegnato che il successo non sempre va a braccetto con la felicità e quindi, per una volta, forse conviene lasciar perdere l’effettivo valore del pezzo e rallegrarci semplicemente che il suo autore abbia (ri)trovato la forza per portarlo alla luce.

Non si stava meglio quando si stava peggio

Vendetta Red

Encantado

C’è stato un periodo in cui il rock era messo parecchio male, pure peggio di ora.

Se non ci credete, significa che non avete vissuto, oppure avete rimosso, quel lasso di tempo tra la fine degli anni '90 e l’inizio dei duemila, quando nelle classifiche di tutto il mondo imperava gente come Limp Bizkit, Linkin Park, Papa Roach e compagnia bella. E spaziando oltre il nu metal, il panorama offriva il cosiddetto post-grunge di Creed, Nickelback, Puddle Of Mudd e cloni simili. Ma non tutto era da buttare, anzi: c’era qualcuno che cantava e suonava le sue canzoni come se la sua stessa vita dipendesse da quella melodia o da quel particolare testo.

I Vendetta Red sono stati uno degli ultimi epigoni di quell’ondata che non fu mai un vero movimento, ma che si nutriva di un modo d’intendere e vivere la musica totalmente diverso da quello che proponeva la scena contemporanea. Un paio di dischi pubblicati in completa autonomia a inizio duemila e, poi, quel Between The Never And The Now che combinava sonorità care al grunge all’emotività dei migliori Sunny Day Real Estate e all’irruenza degli At The Drive-In (all’epoca appena separatisi).

Nel 2018 il gruppo di Seattle torna con Quinceañera, il primo album d’inediti dal 2005, presentato con il singolo Encantando che aspira forse ad essere una nuova Seconds Away, senza riuscirci. E anche se il lavoro pare non essere particolarmente riuscito, quantomeno ci siamo liberati della scena nu metal e post grunge: proprio per questo motivo il mondo del rock è messo meglio ora che non una ventina d’anni fa.

These shoes are made for walkin'

Pallbearer

Dropout

I Pallbearer sono originari di Little Rock, Arkansas: la stessa città degli Evanescence, lo stesso stato di Bill Clinton. Accostamenti mortificanti per il gruppo, data la poco edificante statura artistica o morale di tali personaggi, ma tant’è (se proprio volessimo essere un po’ più seri, negli anni ’90 l’Arkansas fu teatro di uno dei più aberranti casi di violenza sui minori e giustizialismo fanatico, infondatamente ma strettamente collegato alla musica metal: i cosiddetti Tre di West Memphis).

Attivo dal 2008, negli ultimi anni il quartetto americano si è conquistato un posticino al sole, pur suonando una specie di doom metal progressivo – “hard rock”, semplificando al massimo – che non è proprio sinonimo di fruibilità popolare.

Che cosa è successo, insomma, per far sì che i Pallbearer siano diventati così cari ai critici di Rolling Stone (quello originale, quello vero), Pitchfork e Spin, cioè testate che, in genere, trattano il metal e dintorni con sufficienza mista a disprezzo malcelato? Beh: sono bravi, certo. Ma non bravissimi – e in qualche misura lo dimostra anche questo pezzo nuovo, peraltro piuttosto “breve” per i loro standard.

In realtà non abbiamo una risposta definitiva (forse è per questo motivo che non scriveremo mai per Rolling Stone, Pitchfork e Spin, a prescindere dal fatto che ormai pure loro paghino in strette di mano, team building e visibilità, forse). Può semplicemente darsi che, ogni tanto, la ruota della fortuna mediatica mainstream premi una metal band che si è sforzata di NON mettere caproni satanici e donne sgozzate sulle copertine dei propri album.

Buon per i Pallbearer che, ripetiamo a scanso di equivoci, sono davvero in gamba. Adesso, però, aspettiamo da loro le canzoni e i dischi che giustifichino davvero l’hype (come si dice in centro a Milano).

Dover essere Mr. E senza voler essere Mr. E, questo è il problema...

Eels

Bone Dry

Se fosse un titolo click-bait, sarebbe “Come sopravvivere alla scomparsa di tutta la tua famiglia e trovare comunque un senso nella vita”. Se fosse un hashtag, sarebbe #MyLifeIsWorseThanYours.

Se invece volessimo riassumere il tutto in maniera schematica, ridurre un complicato percorso di sfighe ai suoi soli punti salienti e raccontare una tragedia per tappe – insomma, una roba che sta a metà tra una via crucis e una presentazione powerpoint – diciamo che le cose, sul pianeta E., sono andate più o meno così: il figlio (un po’ insicuro, timido e dall’aspetto piuttosto nerd a causa di un paio di occhialoni che sarà costretto a indossare per sempre, dopo essere stato colpito da un laser durante un concerto degli Who) di un eminente fisico americano (Hugh Everett III, genio incompreso della meccanica quantistica) perde prima il padre per un attacco di cuore, poi l’amata sorella depressa che si suicida e quindi la madre a causa di un cancro ai polmoni. Per farla breve, all’alba dell’estate 2001, l’unico parente che gli è rimasto è una cara cugina, che però pensa bene di imbarcarsi come hostess sul volo 77 di American Airlines. Sì, quello che l’11 Settembre si schianta sul Pentagono.

E pensare che c’è ancora qualcuno che si chiede come mai le canzoni degli Eels suonino “un po’ troppo tristi”.

Eppure, oggi, Mark Oliver Everett arriva addirittura a sbilanciarsi con dichiarazioni del tipo: «Il mondo sta impazzendo. Ma se la cerchi, c'è ancora una grande bellezza da trovare. A volte non devi nemmeno cercarla. Altre volte devi provare a crearla da solo. E poi ci sono delle volte in cui devi fare a pezzi qualcosa per trovarci dentro qualcos'altro di meraviglioso». Il che può spiegarsi solo in due modi: o è andato ormai in piena overdose da Novocaine For The Soul, oppure davvero, quando ogni cosa intorno a te sta crollando, l’unico modo per uscirne illesi è aspettare che la polvere si sia posata del tutto sulle rovine – ci mette in genere più di venti anni e qualcosa come dodici dischi – e solo allora cercare tra i cocci una nuova ragione per essere felici.

“Felice”, forse, è una parola grossa, ma a quanto pare il momento di provarci è arrivato con questo ultimo album, The Deconstruction: Bone Dry è il quarto singolo e, per scaramanzia – forse a compensare l’incauto ottimismo delle parole precedenti – arriva accompagnato da un piccolo capolavoro di stop-motion a firma Sofia Astrom, che rende omaggio al maestro Tim Burton con una specie di medley tra Nightmare Before Christmas e La Sposa Cadavere, forse più inquietante di entrambi e che finisce, ovviamente, peggio.

In fin dei conti è la solita canzone degli Eels, ma va detto che gli da un po’ di anni non tiravano fuori una solita canzone degli Eels così.

E Dio solo sa quando ci piacciono le solite canzoni degli Eels, quelle fatte bene.

Stay foolish, stay human

50 Cent

Crazy

50 Cent, che i centesimi del suo conto in banca non li conta neppure più, non ha perso il gusto per l'esplorazione della "strada", alla ricerca di nuove leve da poter lanciare nel firmamento multimilionario dell'hip hop attraverso il proprio marchio di fabbrica.

Così PnB Rock, rapper ventisettenne di Philadelphia conosciuto nell'ambiente underground per una serie di mixtape e un album all'attivo, deve essersi sentito baciato in fronte dalla fortuna quando lo strafamoso energumeno – spinto nell'Olimpo nel 2003 da Dr. Dre ed Eminem – gli ha offerto una collaborazione per il suo brano.

“Craaaaazy”, avrà pensato, intrecciando la sua voce alle rime di Curtis Jackson, mentre le basi virulente e ossessive offrivano un tappeto ritmico ideale per parlare della vita vera, della quale il boss della G-Unit ama raccontare: «Mia nonna mi ha chiamato perché mio nonno sputava sangue a causa di un'infezione, il ciclo della vita fa davvero schifo; penso che quando lui morirà se ne andrà anche lei, perché stanno insieme da sessant'anni ed è ciò che chiamano amore».

Pur avendo fatto tutte le esperienze "standard" del ghetto (compresa quella di prendersi in corpo una scarica di pallottole, quando peraltro la faida tra scene East Coast e West Coast era finita), il pimp del Queens non ha perso il suo lato più umano. A differenza dei re Mida P. Diddy e Jay-Z, che ostentano la loro ricchezza con tutti i crismi del caso, non ha dimenticato la durezza dell'esistenza randagia e prova gratitudine per il riscatto trovato. «Grazie a me mio figlio non ha mai dovuto vendere crack o usare un coltello», continua ad intercalare in un flow irresistibile, mentre i beat ipnotici condensano tensioni gangsta.

Intanto che s'accinge a rifinire il più volte annunciato nuovo disco Street King Immortal, il redivivo rapper, attore e produttore ha un messaggio da comunicare: «La vita è una follia, ma non c'è nulla di più sbagliato che buttarla via. Stay foolish, stay human. Yo!».

Con quei baffetti da sparviero...

Underoath

It Has To Start Somewhere

Sono tornati gli Underoath: uno dei nomi storici più in vista e, diciamolo, migliori della scena metalcore americana "moderna", quella degli anni duemila. Sarà forse per via di quella cosa per cui non è la specie più forte a sopravvivere, ma quella che meglio si adatta al cambiamento?

Perché è un fatto che, di cambiamenti, gli Underoath ne abbiano saputi gestire un po' negli oltre vent'anni da che sono in giro. Il turnover dei membri, innanzitutto: dal 1997 ad oggi, diciassette musicisti diversi si sono avvicendati nel gruppo. Un porto di mare. Hanno saputo elaborare il "lutto" di un addio alle scene di un paio d'anni, ora rientrato assieme allo storico batterista e cantante Aaron Gillespie, biondo Don Henley della scena metalcore cristiana. Che poi, ecco: parliamone, del metalcore cristiano, fenomeno squisitamente americano.

I Nostri, infatti, sono passati dal "Siamo una band cristiana! Dio è grande!" al "Siamo una band cristiana, ma scriviamo un po' di quel cazzo che ci pare" e, infine, al "Sapete che c'è? L'unico cristiano rimasto è il tastierista". E il tastierista, in un gruppo come questo, conta quello che conta.

Così, di mutazione in mutazione, gli Underoath arrivano ora all'ottavo disco (Erase Me), efficacemente aperto dalla qui presente It Has To Start Somewhere. Ormai il (sotto)genere ha dato e detto tutto ed è più inflazionato del bolivar venezuelano. Ma l'originalità è sopravvalutata ("I grandi artisti copiano, i geni rubano", diceva Steve Jobs, citando Picasso), e una bella canzone rimane una bella canzone.

Live on BBC

Manic Street Preachers

Liverpool Revisited

Apro l'archivio mentale denominato "Manic Street Preachers” e vedo due istantanee: Richey Edwards che balla in stato di trance in un camerino e James Dean Bradfield che separa il bianco e il rosso delle uova, in modo magistrale, durante un programma di cucina. Frammenti di televisione di un’ex adolescente.

Quando esordì con Generation Terrorist nel 1992, la band aveva un unico traguardo: vendere sedici milioni di dischi, e poi sparire. In parte è successo; solo che ne è sparito solo uno.

E i milioni di copie? Siamo a una decina, spalmati su trent’anni di carriera. Richey, a oggi, non è mai tornato.

I Manics sono a tutti gli effetti dei sopravvissuti. Sopravvissuti al loro chitarrista, agli anni '90, al Brit Pop, e alla loro stessa rabbia. Così apparentemente e ostinatamente uguali a se stessi, hanno invece attraversato almeno quattro fasi, da quella più anarcho punk a quella più pop (che non necessariamente coincideva con “successo”). A far da filo conduttore, le parole e le chitarre di Bradfield, un John Belushi moderato che non ha mai concesso mezzo dito al glamour. Soprattutto, un colto e discreto analista, sensibile a tutta una serie di eventi: il sacrificio dei partigiani gallesi nella Guerra civile spagnola, la morte suicida di un fotografo in Africa, i dissesti climatici, la depressione. E così via.

Resisting Is Futile, tredicesimo album in uscita ora, rispecchia stilemi e strutture "very classic Manic". Liverpool Revisited, il nuovo singolo, è una ferita aperta di nome Hillsborough. Nell’aprile del 1989, durante una semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest, novantasei persone persero la vita allo stadio di Sheffield, schiacciate e soffocate contro pareti e recinzioni (la tifoseria del Liverpool, oltretutto, fu oltraggiata dai tabloid nazionali nei giorni seguenti la strage). Quella stessa sera, i Manics suonavano proprio a Liverpool. È il bassista Nicky Wire, a firmare il pezzo; anche lui è sensibile a certe cose.

Essere tristi senza suonare tristi: questa è la grande lezione dei Manics.

Meglio solo che male accompagnato

Reignwolf

Hardcore

Segnatevi questo nome: Jordan Cook. Un ragazzo canadese poco più che trentenne che, da qualche tempo, va in giro per il mondo a nome Reignwolf. Non ha una band, si esibisce da solo (o quasi) e riesce a coniugare l’irruenza degli Stooges, la potenza dei Black Sabbath e dei Soundgarden e l’urgenza espressiva di chi non ha ancora nemmeno pubblicato il disco di debutto (che è atteso da almeno due anni, augurandosi che non diventi il nuovo Chinese Democracy).

Con Jack White intento a ridefinire le linee di confine tra quello che si può ancora fare nel rock e con i Black Keys a riposo a tempo indefinito, Reignwolf è probabilmente la cosa migliore che potesse capitare nel blues-rock, di 'sti tempi. Basta ascoltare la cupa, distorta, contagiosa e sexy Hardcore per rendersene conto. Se cercate in rete, troverete altri tre, quattro pezzi in tutto: fateveli bastare, aspettando quel fatidico album che potrebbe rivelarsi il metro di paragone per tutto ciò che un ragazzo può fare con una chitarra e poco altro.

Ricordate che cosa scrisse Jon Landau a proposito di Bruce Springsteen? «Ho visto il futuro del rock'n'roll e il suo nome è…». Bene, ora sostituite il nome del Boss con quello di Reignwolf: ne sentiremo parlare ancora, potete scommetterci.

Super Mario Rotten

arottenbit

LSDJ

La premessa di questo progetto elettronico (italiano) è eloquente e ineccepibile: “il punk ci ha insegnato che non hai bisogno di saper suonare uno strumento, per fare musica. arottenbit ci sta insegnando che non hai più nemmeno bisogno di uno strumento, per fare musica” (prosegue qui).

Ovvero, prendete un vecchio Game Boy e, tramite il software Little Sound Dj, tirateci fuori una “sludge techno” aggressiva e incalzante (ma non priva di una componente melodica accattivante).

Insomma, componeteci delle canzoni vere e proprie.

Se vi sembra facile, siete pronti a competere con arottenbit. Altrimenti, meglio approfondire ulteriormente il discorso. Farà un po’ male, ma alla fine sarà bello.

Un uso moderato del ritocco fotografico

Sevendust

Dirty

I Sevendust sono il miglior gruppo nu metal che non ascolterete mai nelle discoteche rock, tra un pezzo qualsiasi dei Limp Bizkit e Last Resort dei Papa Roach o Chop Suey! dei System Of A Down (non fate quella faccia da snob: posti così esistono ancora, specie in provincia, anche se il DJ set è rimasto lo stesso dal 2001).

Il motivo è semplice: non hanno mai inciso un vero e proprio “riempipista”. Male soprattutto per il loro portafoglio, se vogliamo; bene per la loro carriera, in un certo senso. Infatti, pochi gruppi “nu” – o crossover o alternative metal… – possono vantare una storia così lunga (sono in giro dal 1994, senza quasi mai cambiare formazione), costante (All I See Is War, l'imminente nuovo album, è l’undicesimo lavoro in studio) e comunque ricca di soddisfazioni critiche e commerciali.

Ascoltando il singolo Dirty, la loro fama è presto spiegata: la band di Atlanta possiede tecnica, bravura compositiva e stile, oltre a un frontman che canta davvero bene al posto di latrare o grugnire.

Un solo dubbio: perché insistere ancora nel tirare degli urlacci gratuiti qua e là, sotto forma di backing vocals? Vero che sono fra gli stilemi classici del sottogenere, ma ormai sembrano un affronto alla bella voce di Lajon Whiterspoon. Forse nel 2018 i Sevendust potrebbero farne a meno senza problemi – noi sicuramente sì.

Non è una nuova campagna pubblicitaria di H&M

Graveyard

Please Don't

«Come sapete, abbiamo viaggiato parecchio ultimamente. In molti modi e a molti livelli. La cosa positiva è che ci siamo portati dietro molte cose per tutti voi. Questo è il primo souvenir dal viaggio per Peace», affermano i Graveyard a proposito del nuovo album – Peace, appunto – che la Nuclear Blast pubblicherà maggio e anticipato la settimana scorsa da questo singolo.

A che cosa alludono, parlando di “viaggi multipli”? Alle droghe psicotrope? Al tappeto volante? Oppure il disco sarà un concept incentrato sulle differenze di prestazioni e servizi fra Frecciarossa e Italo? Perdonate l’ironia da quattro soldi, ma d’altra parte abbiamo a che fare con un gruppo che, nel settembre del 2016, comunicò il proprio scioglimento. Per poi annunciare la, ehm, reunion a gennaio 2017.

Per il resto, i Graveyard sono fra i migliori esponenti del retro-hard rock degli ultimi dieci anni. Fanno sempre la stessa canzone (copiata), ma sostanzialmente la fanno bene e con le facce giuste. Questo, ai giorni nostri, gli è più che sufficiente per vantare discrete vendite e una cosiddetta fanbase più o meno consistente. Sono credibili, insomma.

A meno che abbiano intenzione di sciogliersi e riformarsi ancora nel giro di cinque mesi.

Trova il terzo incomodo

Beach House

Dark Spring

C’è un preciso momento in cui i Beach House hanno smesso di essere “solo” una band che ha portato il dream pop a nuovi standard, e varcato la soglia della "coolness": quel pomeriggio del 2010 in cui Jay-Z e Beyoncé venivano immortalati con gli occhi saldamente puntati su di loro al festival di Coachella.

D’altra parte, quello era il periodo del loro osannatissimo album Teen Dream.

Arrivati al settimo lavoro in studio, cripticamente intitolato 7 e in uscita a maggio (su Sub Pop/Bella Union), i due sognatori sintetici di Baltimora mantengono quel sentore costante di spinetta, organetto e funghi magici, concedendosi però divagazioni un po’ più ruspanti.

Ne è un buon esempio Dark Spring, terzo singolo dell’album in arrivo, che riserva una sorpresa già fin dall’inizio; nel senso che sembra di sentire No Cars Go degli Arcade Fire. Ma è un dettaglio irrilevante perché poi, quando il pezzo incalza, si sente di che pasta è fatto.

Ci sono addirittura delle chitarre stridenti.

Si legge nel comunicato stampa che 7 è il disco “del nuovo approccio alla creazione, e del ringiovanimento”. Qualsiasi cosa questo voglia dire, se il resto si mantiene al livello di questo brano e dei precedenti Lemon Glow e Dive (che, se lo sentisse Sofia Coppola, ci farebbe sopra un film), il risultato sarà molto apprezzabile. Anche per chi, come la scrivente, non ha esattamente un debole per il dream pop.

Un dettaglio non indifferente: il video è bellissimo.

Dritti lungo una strada fatta di chitarre

Hot Snakes

Six Wave Hold-Down

Andare dritto, tirato. È ciò che fa questo brano dei redivivi Hot Snakes. La batteria memore del post-hardcore ma non troppo (mai troppo avanti, mai troppo funambolica, come se Charlie Watts si fosse messo a fare cover math rock senza voler esagerare), le chitarre che viaggiano spedite con una distorsione limpida (una contraddizione in termini), il basso che rimbomba mentre la voce sta sempre dalle parti dell'"incazzato senza sbrocco definitivo".

Poi il pezzo si apre all'aria del ritornello: sembra di essere in viaggio verso la California, all'inizio degli anni '90. Tu e gli amici mossi dal vento mentre ascoltate i Drive Like Jehu (la band-madre degli Hot Snakes). Ma più semplici. Prendi la complessità di tutti i figli dei Fugazi e la "ingaragisci". E la fai tornare semplice, senza banalizzarla.

Six Wave Hold-Down, dal recente Jericho Sirens, ha dalla sua anche una discrepanza. Il testo è tra il politico e lo scazzato/disilluso. Potrebbe essere quello di un pezzo lo-fi e, invece, la possanza dell'impalcatura che gli Hot Snakes ci costruiscono sopra crea una sorta di contrasto che gli amanti del rock tout court riconosceranno. E, si spera, ameranno.

Dylan Jakobsen

Lovers Ledge

Dylan è un giovanissimo cantautore, nato a Seattle nell'anno in cui i Nirvana pubblicavano In Utero e i Pearl Jam Vs..

Leggi "Seattle", leggi "cantautore" e, immancabilmente, il pensiero va a uno degli ultimi movimenti rock davvero importanti degli ultimi decenni. Normale, forse, immaginare che questo ragazzo possa suonare come il Cobain dell’MTV Unplugged o come il miglior Chris Cornell solista. Invece no: il pane con cui è cresciuto Jakobsen è ed è sempre stato il country, un genere che difficilmente viene associato alla storica scena del nord ovest del Pacifico (per quanto variegato, se preso nella sua connotazione più ampia e non scevro da contaminazioni di generi e stili).

La proposta di Jakobsen – di cui vi consiglio di reperire il debutto From Where I Begansegue piuttosto le coordinate tracciate anni fa dai Wilco insieme a Billy Bragg, e coniuga sonorità alla Tom Petty ad un certo country rock molto radiofonico che negli ultimi anni tira sempre di più nelle classifiche americane. Non fa eccezione la nuova Lovers Ledge, pubblicata in esclusiva su Spotify e disponibile su YouTube in una bella versione acustica registrata per Today In Nashville.

Se l’ascolterete in auto, sfrecciando su strade deserte con il vento tra i capelli, capirete meglio cosa intendo. Dylan va dritto al sodo, racconta storie di vita vissuta con un tocco molto personale, al punto da suscitare sospetti sulla sua reale età anagrafica. E tornando a Seattle, chissà che in futuro non venga in mente anche il nome del bravo Jakobsen, oltre a quelli dei soliti noti.