Humans vs Robots
Playlist per genere
RockPopPunkMetalElectroHip HopR&BAltra musica
Playlist speciali
Playlist per autore
Playlist per mese
Jan-2018 Dec-2017 Nov-2017 Oct-2017 Sep-2017 Aug-2017 Jul-2017 Jun-2017 May-2017 Apr-2017 Mar-2017 Feb-2017 Jan-2017 Dec-2016 Nov-2016 Oct-2016 Sep-2016 Aug-2016 Jul-2016 Jun-2016 May-2016 Apr-2016 
...E inoltre
Speciali Playlist tematiche, o qualcosa del genere
La traccia del giorno Perchè ogni giorno abbia la sua O.S.T.
Un bravo ragazzo del New Jersey

Brian Fallon

See You On The Other Side

Ricordate i Gaslight Anthem? Solo dieci anni fa gli occhi della stampa specializzata erano puntati su di loro: la "next big thing” del rock, si diceva. D'altronde non capita tutti i giorni che sul tuo palco salga gente come Eddie Vedder o Bruce Springsteen, oltretutto per cantare una TUA canzone.

Dopo alcuni album discreti – ma nulla a che vedere con l’ottimo debutto Sink Or Swim o con il folgorante The ’59 Sound – la band decise di tirare i remi in barca. Brian Fallon, il frontman, rispose all’autoimposta pausa con un disco, Painkillers del 2016, in cui parlava del suo recente divorzio e di altri problemucci di cuore. Il risultato? Un mediocre lavoro folk rock, raramente ispirato, per lo più autoreferenziale e di poca sostanza.

Ora Fallon torna con il singolo See You On The Other Side, estratto dal suo secondo album solista in uscita il prossimo mese. Gioca ancora a fare il "jukebox Romeo" (come si autodefiniva in una vecchia canzone dei Gaslight, We Came To Dance), l’ultimo dei romantici, come d’altronde si è sempre presentato fin dall’esordio con la sua band madre. Solo che qui, nascosto dietro alla chitarra acustica, l’effetto è quello del cantautore che si trastulla con le solite figure (uomini con il cuore a pezzi, relazioni finite, spesso male, e tutto il corollario), intento a fare il verso tanto al primo Bob Dylan quanto all’ultimo Conor Oberst, ma senza la genialità del primo e la forza politica e d’intenti del secondo.

Per fortuna qualche giorno fa è arrivata una notizia che fa da contraltare a questa mezza delusione: i Gaslight Anthem torneranno a esibirsi insieme per celebrare il decennale di The ’59 Sound. Sì, perché ormai si celebra qualsiasi cosa, manco ci si prende il tempo per far invecchiare bene un ottimo disco pubblicato appena una decade fa. Più che “non ti scordar di me" (come il titolo del primo estratto dal nuovo disco di Brian), vien da dire "nostalgia, nostalgia canaglia, che ti prende proprio quando non vuoi", come cantavano Al Bano e Romina Power negli anni '80. E a conti fatti, forse è meglio così.

HVSR per posta:
Playlist Leggi. E ascolta. (Va bene anche il contrario.)
Sparami in Orbital!

Orbital

Copenaghen

Qualche mese fa Phil e Paul Hartnoll sono tornati con l'adrenalina dentro l'anima: il loro classico testosterone ritmico che si mischia alle lacrime. Si dice che, per la pubblicazione, i due selezionino solamente pezzi "commoventi", infatti.

Dopo scioglimenti e ritorni, dopo il bellissimo Wonky del 2012 che ne aveva aggiornato la lezione, eccoli di nuovo in pista con cinque minuti e venticinque secondi di una dance in bilico tra tamarro e visionario, moderno e nostalgico.

Questo è il singolo che anticipa un nuovo album (di cui ancora non si conosce né titolo, né data di uscita). Tastieroni, cingolati ma danzanti beat a sfondare il ritmo, inserti acidi gentili (contraddizione in termini?): ne viene fuori un numero che non anticipa il futuro, ma – per citare Nino Frassica – che bello che bello!

Sexy dove ti aspetteresti un cazzotto, languido dove dovrebbe esserci una fredda macchina, Copenaghen segue la scia tracciata dai fratelli alcuni anni fa. E vale la pena seguirli, sempre.

«Non ho fatto un cazzo quest'anno»

Car Seat Headrest

Nervous Young Inhumans

Credo che il mio radar si sia acceso veramente su Will Toledo, mente e braccio dei Car Seat Headrest, quando l’ho sentito cantare il seguente verso: «Venerdi scorso ho preso funghi e acidi / la mia mente non si è staccata dal mio corpo / Mi son sentito un pezzo di merda che cammina / per giunta, con addosso una brutta giacca».

La canzone s'intitola (Joe Gets Kicked Out Of School For Using) Drugs With Friends (But Says This Isn’t A Problem).

I Car Seat Headrest, originariamente di Leesburg, Virginia ma ora rilocatisi a Seattle (li definiamo al plurale, ma nascono come progetto del solo Toledo), sarebbero un caso da studiare nelle "scuole" in cui si formano i nuovi A&R discografici.

Fedelissimi alla loro etica DIY, pubblicano i primi otto dischi esclusivamente su Bandcamp. Il primo album “effettivo”, Teens Of Style, esce dopo l’ingresso nella scuderia della Matador Records, ma in realtà è un concentrato di materiale già presente su Bandcamp (appunto), re-inciso per l'occasione.

In pratica, i CSH vantano il primato di aver esordito con un greatest hits.

La solida fanbase di Will apprezza il fatto che lui, con acuta sagacia e senza troppo autocompiacimento, sappia dipanare benissimo quel loop tipico del ventenne dominato dallo sballo: quello che parte dal vizio, passa dal pentimento, e si chiude con la reiterazione del vizio stessso. Il tutto con alle spalle una solida rock band, per cui il "lo-fi" non è un capriccio, bensì un’esigenza.

I primi vagiti del 2018 ci regalano un nuovo singolo, Nervous Young Inhumans, che anticipa l'album Twin Fantasy, in uscita il 16 febbraio. Un brano che, a dire il vero, non spicca per carisma e che, nella versione edit, omette la parte migliore, cioè un monologo autoanalitico di Toledo, spalmato su una bellissima jam e che culmina con questo verso: «Non ho fatto un cazzo quest’anno. È estate dallo scorso febbraio».

Hai sentito? Al bar sotto casa suonano le Daft Punk!

Dream Wife

Hey Heartbreaker

Se nell’intimo siete tipi allergici a smancerie, nomignoli sdolcinati e coccole gratuite, una tra Rakel Mjöll, Alice Go e Bella Podpadec potrebbe davvero essere la donna della vostra vita.

Solo un esempio: quando i-D Magazine ha chiesto alle Dream Wife una cover in occasione di San Valentino, le tre monellacce non hanno avuto nessun dubbio: Fuck The Pain Away di Peaches. Non proprio ragazzine dall’aria sognante cui regalare mazzi di fiori, collane di perline o cioccolatini a forma di cuore, dunque. O forse sì, visto che il nome della loro band è tratto da una commedia romantica del 1953 con Cary Grant e Deborah Kerr?

Insomma, il messaggio che lanciano rischia di risultare un po’ confuso, al punto quasi da giustificare l’iconografia classica del maschio beta che scuote la testa sconsolato mormorando: «e chi le capisce, le donne?!».

Fortuna che, a spazzar via ogni dubbio, arriva la loro proposta musicale, quella sì chiara, diretta e difficilmente fraintendibile. Come delle piccole Sleater-Kinney che mai si son dimenticate di aver ascoltato a sufficienza le Spice Girls, hanno scelto il modo più semplice per infiltrarsi nel sistema e dissezionare la pop-culture: un guitar-pop bello tirato (a lucido) da tre accordi massimo a canzone, che mischia senza troppe remore l’energia dell’alt-rock anni ‘90 con la new wave patinata dei decenni precedenti.

Il loro disco di debutto esce a fine mese, quindi abbiamo ancora un paio di settimane per goderci l’ultimo singolo, Hey Heartbreaker, e soprattutto il video che lo accompagna, splendido lavoro di animazione dell’illustratore londinese Joe Prytherch (aka Mason London – niente meno che l’ex art director di Boiler Room), chiaramente ispirato alla cara, vecchia scuola dei cartoni di robot giapponesi.

Più che fantasia liberata senza freni in una dimensione parallela, un monito minaccioso che ci fa intravedere cosa potrebbe diventare il nostro mondo, se continueremo a lasciarlo in mano agli algoritmi: il Bar Lolita è dietro l’angolo, e la musica che qualcuno ha tentato di imprigionarci dentro meno mansueta di come era stata programmata.

Aaron Bruno, col sedere per terra

Awolnation

Miracle Man

Fa simpatia il fatto che nessuno abbia troppa simpatia per Aaron Bruno, il quarantenne di quasi Los Angeles che è il cantante chitarrista bassista tastierista batterista e ovviamente autore attorno al quale ruotano gli Awolnation – e ruotano vorticosamente. In tredici, in meno di dieci anni, hanno tentato di far parte del gruppo, ma solo tre sono oggi al suo fianco in una band che ha la non comune caratteristica di essere guardata con freddezza sia da Billboard che da Rolling Stone (Usa) che da Pitchfork, che a dirla tutta pare decisa a negare la sua esistenza.

Eppure Sail, il brano del debutto, conta su Spotify la spettacolare cifra di 369 milioni di ascolti, e stiamo parlando di un brano uscito nel 2011 quando Spotify negli Usa stava giusto per partire. A un mese dalla pubblicazione, Miracle Man viaggia sul mezzo milione, ed è il peggior risultato mai ottenuto da uno dei loro singoli. Vero che uscire a metà dicembre non porta una grande esposizione, ma la sensazione che l'ambientino della musica abbia decretato la Nickelbackizzazione del gruppo è forte (... e in fondo anche abbastanza divertente. Se non siete i Nickelbackizzati, ovviamente).

Che sia una punizione per il successo iniziale? Oppure semplicemente i fan della megahit non avevano capito che si trattava di una rock band, e quando lo hanno scoperto sono fuggiti ricolmi d'orrore? Al nostro uomo la cosa non pare importare: continua a tirare mazzate elettrorock senza troppa sottigliezza e garantisce «I’m comfortable with who I am – I’m comfortable with my cynical stance».

La sensazione è che un qualche uomo dei miracoli, magari un produttore, gli farebbe comodo – però onestamente in giro si sente di molto peggio.

La leggenda dei gabbiani straordinari

Legend Of The Seagullmen

The Fogger

Non ho ancora capito se i supergruppi mi piacciano o meno: a volte mi gasano in maniera incredibile e, altre, sto a sbuffare perché mi deludono profondamente. The Last Shadow Puppets? Pollice verso. Audioslave? Dio ce ne scampi, soprattutto dal secondo disco in poi. I Legend Of The Seagullmen stanno a metà strada, almeno per ora.

Hanno tutto ciò che mi può far urlare al miracolo, dato che ci sono Danny Carey dei Tool e Brent Hinds dei Mastodon e sono abbastanza "rumorosi" per soddisfare il mio desiderio di headbanging. C'è un "ma", però.

Nonostante The Fogger sia un bel pezzo con gli attributi, con una bella struttura e Carey e Hinds sugli scudi, il sesto senso per le fregature consiglia di andarci coi piedi di piombo con gli uomini-gabbiano: e se poi il disco non fosse all'altezza delle aspettative?

Al diavolo! Io ci voglio credere e, nonostante ritenga inconcepibile ogni scusa/alibi/scappatoia dei membri dei Tool per evitare di finire quel dannato nuovo album, mi abbandono alla suggestione e abbraccio questa cricca di improbabili supereroi con le maschere da volatili.

Altro che Daniel Craig

Justin Timberlake

Filthy

Potrebbe essere tutta una colossale presa per i fondelli? Il 2 gennaio il canale Vevo di Justin Timberlake pubblica un teaser di introduzione al disco di prossima uscita – che si chiamerà Man Of The Woods, e già il titolo è un programma – della megastar americana. Nel video è tutto un susseguirsi di Timberlake tra i campi di mais, Timberlake in un prato innevato, Timberlake in mezzo ai cavalli, Timberlake a mollo in un torrente.

Immagini e parole sembrano suggerire una svolta tra l'hipster e il country: sappiamo bene che a queste star americane ogni tanto gli parte il trip del banjo e della quadriglia, vedi Lady Gaga, Miley Cyrus ecc. Invece pochi giorni dopo, bum!, il buon Justin toglie tutti dall'imbarazzo e pubblica Filthy: singolone che toglie ogni ansia su possibili, clamorose giravolte stilistiche del Nostro. Garth Brooks può dormire sonni tranquilli: si tratta ancora di un pezzo alla Timberlake/Timbaland, ovvero quell'elettro-pop-funky-sexy-dance che ha già fatto sculettare mezzo mondo. Quanto al resto dell'album, vedremo.

Ma la cosa migliore di Filthy, che pure è un buon brano, è soprattutto il videoclip, che sarà probabilmente costato poco meno di una manovra finanziaria di un paese europeo di piccole dimensioni. Ormai da mesi robot e intelligenza artificiale sono diventati un tema da rotocalco o da dibattito politico (le due cose di solito sono collegate): le macchine ci ruberanno il lavoro? Ci sarà ancora spazio per impiegati, operai, professori, giornalisti?

Justin, qui nei panni di una sorta di Steve Jobs danzereccio, sembra suggerire che anche gli artisti potrebbero avere qualche motivo di preoccupazione.

Blond ambition

EMA

Dark Shadows

Che fosse brava, EMA, era già ampiamente chiaro attraverso i precedenti lavori, con quella sua miscela di electro-noise-folk che ha fatto scodinzolare i critici di mezzo mondo.

Visto che è anche un'artista intelligente e attenta, Erika Michelle Anderson non si è fatta prendere dalla fretta. Trascorso tutto il tempo ritenuto necessario in uno studio di registrazione di Portland (città dove lei, nativa del South Dakota, risiede da qualche anno), lo scorso agosto ha pubblicato il nuovo album Exile In The Outer Ring via-City Slang Records.

Persino un "outtake" come Dark Shadows, appena uscito come singolo digitale, conferma il fascino elegante e sensuale della sua musica. Non un caso, quindi, che EMA sia stata scelta da sua maestà Martin Gore in persona per aprire i due concerti milanesi (e non solo) dei Depeche Mode, a fine mese.

Le si può onestamente chiedere di più, in un mesto lunedì invernale di metà gennaio (che non a caso viene chiamato "blue monday")?

Gaz Coombes

Deep Pockets

Tre anni fa, Gareth Michael “Gaz” Coombes e gli ex compagni dei Supergrass hanno riesumato e tirato a lucido i master di I Should Coco, l’album-simbolo della loro carriera uscito ventidue anni fa, e ne han fatto una bella ristampa deluxe con rarità e perle varie, come si conviene in questi casi. Coombes, in quell’occasione, ha dichiarato: «Bello ritrovarsi per quest’operazione; bello anche NON fare una reunion».

Questo, tanto per cominciare, l’approccio del nostro eroe a un eventuale ricompattamento dei Supergrass, già ampiamente reclamato dai fan.

Forse non è ancora chiaro, ma Gaz – fin dal suo esordio solista con Here Comes The Bomb del 2012 – ha dimostrato di essersi smarcato dal proprio passato. Sempre abilissimo nell’elaborare pezzi con “hook” così forti da trainare un carroarmato, ma sperimentando e suonando tutto da sé con la sfrontatezza di chi fa ciò che gli pare, sbatacchiato qua e là dai suoi tanti punti di riferimento.

E se gli esordi da solista non sono stati eclatanti dal punto di vista dell’accoglienza, lo stesso non si può dire per il secondo album, Matador, un disco di una bellezza squarcia-cuore.

A tre anni di distanza, ecco Deep Pockets, il singolo che anticipa il nuovo lavoro, World’s Strongest Man, registrato a Oxford nei Courtyard Studios del fido produttore Ian Davenport. Le nuove sfumature di ispirazione, a sua stessa detta, vanno da The Descent Of Man di Grayson Perry a Blonde di Frank Ocean.

Ma, diamine, qui sembra di sentire i Gay Dad con Dimstar (senza "bassone", però).

Roba che scotta

Jack White

Connected By Love

«Donna, sai perché soffro? Allevia il mio dolore, lavalo via con la pioggia…». Se la melodia di questa canzone vi sembra famigliare, sappiate che non siete i soli. Anche a Jack White, che l’ha scritta e arrangiata e poi scelta per lanciare il suo terzo album solista Boarding House Reach che uscirà in marzo, sembrava una vecchia melodia. Ed effettivamente ha qualcosa di soul e gospel e senza tempo. È melodramma pop.

Anche la storia raccontata nel testo è vecchia come il mondo: un uomo solitario ha allontanato tutti da sé e chiede agli amici di alleviare il suo dolore con l’amore. Bella trovata originale, eh? E anche quel ritornello, «We’re connected by love», siamo connessi dall’ammmore, non è un lampo di genio e forse era meglio la prima versione, che diceva qualcosa tipo «I’m infected by love». Ma cose così dipendono da come uno le dice. E Jack White questa la dice bene.

Questa canzone ha tutto, o quasi. La melodia classicissima, un bel crescendo, coriste da disco gospel (due McCrary Sisters), un assolo fatto come Dio comanda, suoni non scontati per un pezzo del genere, una cosa cercata con determinazione, giacché i musicisti coinvolti provengono dal mondo hip-hop/R&B più che rock. C’è pure un’interpretazione vocale più calibrata e piena di sfumature del solito, con Jack White che usa il suo registro naturale con un buon effetto, sforzandolo come un attore consumato, come un cantante soul pronto a finire inginocchiato a implorare il vostro amore. Melodramma pop l’abbiamo già scritto?

Una divinazione, infine. L’album Boarding House Reach servirà a Jack White per vari motivi, non ultimo fare un sacco di soldi e finanziare imprese strampalate come spedire giradischi nella stratosfera. Servirà, questa è la previsione, a liberarsi dell’aura da neo-tradizionalista che si porta appresso dai tempi delle regole dei White Stripes, delle session ai Toe Rag e delle cover blues. Boarding House Reach sarà contemporaneo ed eccitante. Come lo so? Sono connesso all’ammore.

Byrne in the U.S.A.

David Byrne

Everybody's Coming To My House

Le casa di David Byrne si è mossa (Houses In Motion), è bruciata (Burning Down The House) e forse (... e su questo annuirebbero vigorosamente i suoi antichi coinquilini, buggerati in ogni modo possibile), my God!: non era neanche del tutto sua (Once In A Lifetime).

Ma la casa di David sono sempre stati i Talking Heads, e malgrado uno status di genio sapientemente coltivato in tre decenni, la verità è che dal brusco e acrimonioso scioglimento quasi pinkfloydiano della band, trent'anni di Byrne solista ci hanno consegnato alcuni dischi graziosi e alcuni dischi ambiziosi, ma mai dischi realmente degni del suddetto status.

Così, può darsi che a parlare sia un'afflitta devozione, ma è bello credere che questo singolo riveli il suo desiderio di tornare a casa – non tanto con gli esasperati ex componenti del gruppo, quanto a quel modo di pensare la musica. Ritmo, idee, vocalità nervosa, arrangiamenti sghembi (obliqui, tanto per dirla con il suo mentore Brian Eno, imbarcato di nuovo come ai tempi belli), consapevolezza di ciò che oggi è avant-garde (una certa aria di LCD Soundsystem, che poi è semplicemente reclamare indietro il prestito), progressioni melodiche inaspettate (dai Depeche Mode al Badalamenti di Twin Peaks).

C'è un'aria familiare anche nel testo (una frase come «We're only tourists in this life – only tourists but the view is nice» è degna di True Stories) e nel titolo dell'album in arrivo a marzo: non è Miss America, non è America Is Waiting e non è American Troglodyte, ma è American Utopia, scelta che i suoi estimatori riconosceranno come un ulteriore segnale in codice di possibile riapertura, per quanto unilaterale, di quella casa che forse non avrebbe dovuto chiudere.

Del resto, in questi anni un po' troppo compiaciuti, lui è mancato a noi, ma anche noi siamo mancati a lui: «Now everybody's coming to my house, and I'm never gonna be alone».

David Bowie impersona David Bowman (o forse viceversa) davanti al Grauman's Chinese Theatre di Hollywood

Sweet Apple feat. Rachel Haden

A Girl And A Gun

Il Salton Sea è quel che rimane di una rancorosa massa d’acqua nel bel mezzo di un deserto alle porte di Los Angeles: durante le più calde giornate di sole secca e si lascia sul fondo una distesa di pesci stecchiti che fanno compagnia ai ruderi dei vecchi resort costruiti sulle sue rive. Figlia illegittima di un’inondazione e del successivo disastro ecologico, pare la superficie di un altro pianeta, un tempo colonizzato per sbaglio da una poco lungimirante razza aliena di piccoli Flavio Briatore. La sua storia può essere infatti banalmente riassunta in un gigantesco errore di prospettiva, visto che negli anni ‘50 e ‘60 era sponsorizzato come un lussuoso luogo di vacanza, mentre oggi è un posto buono giusto per essiccare del baccalà radioattivo.

Oppure girarci il nuovissimo, psichedelico video degli Sweet Apple, A Girl and A Gun, ultimo singolo tratto da Sing The Night in Sorrow, terzo album del supergruppo formato da J Mascis dei Dinosaur Jr., John Petkovic e Tim Panin dei Cobra Verde e Dave Sweetapple degli Witch.

Il disco è pieno zeppo di ospiti importanti: in particolare, qui troviamo la voce di Rachel Haden e il bel faccino di Katarina Schmoranzer che, nei panni di una moderna Marlene Dietrich, accompagna uno sgangherato astronauta nella sua surreale, disorientata (e disorientante) “space oddity”. Come un novello E.T., ben lungi dall’essere profeta in patria, percorre la propria personale e inconsapevole walk of fame e, nel suo girovagare zoppicante alla ricerca di qualcosa da chiamare “casa”, confonde felicemente le stelle con le stalle (o quantomeno i fenomeni cosmici della Via Lattea con quelli da baraccone dell’Hollywood Boulevard), guidandoci così, seppur poco convinti, alla morale della storia. Ovvero che, siano quelle dello spazio infinito oppure quelle piantate nel cemento del marciapiede più famoso d’America, sempre di “star” si tratta.

Basta accontentarsi, saper incassare con nonchalance e aver sempre ben piantato in testa un buon casco, per proteggersi dai cazzotti che la vita – travestita da un qualsiasi sconosciuto coi baffi – non mancherà di distribuirci senza la minima parsimonia.

Tanti fiori e nessuna opera di bene

Anarchistwood

Bomb In A Luggage Ruck

Non vogliamo spacciarvi gli Anarchistwood per quei geni che, di certo, non sono. A dirla tutta, questa canzone è quello che è (e oltretutto “gira” già da qualche anno). Piuttosto è stato il video trash, girato e pubblicato di recente, che ci ha particolarmente stuzzicato, tanto da approfondire la loro conoscenza.

Senza tirare in ballo precedenti illustri – in un senso o nell’altro – come Crass e Chumbawamba, il gruppo di Londra viene associato all’attuale scena anarcho-punk britannica (ammesso che ne esista ancora una, in effetti).

Loro stessi, a dire il vero, si definiscono semplici “performers”, mentre fan e ascoltatori più o meno casuali si sono impegnati nel descriverli pittorescamente: "psycho-delic-anarchist-techno-velvet-stomp", “New York Dolls vs. GG Allin (sans faecal projectiles)”, “Like a tongue scraper for the ears. Awesome". Ancora meglio la testimonianza di chi li ha visti dal vivo, forse: “Brilliant gig – if there's isn't blood on the floor at the end of the night, it isn't a proper gig“.

Non conta tanto che cosa suonino gli Anarchistwood, ma come. E cioè nel modo più oltraggioso possibile, con quel sublime e grottesco tocco di cattivo gusto che solo oltremanica possiedono (e in questo ci ricordano vagamente i dimenticatissimi Anti-Product, in barba alle loro radici americane).

L’importante è esserci e dare fastidio: uno stile di vita.

Wonder Woman lèvate!

Thunderpussy

Speed Queen

Nemmeno tre anni fa, gli unici suoni che potevano accompagnare un’improbabile performance di Molly Sides e Whitney Petty erano le strofinate di olio di gomito per tirar via i residui di cibo dai piatti, prima di buttarli nella lavastoviglie del Pink Door Restaurant di Seattle.

Poi è andata che, durante un festival al Gorge Amphiteatre, Mike McCready le ha viste suonare insieme alle altre Thunderpussy, ne è rimasto folgorato e ha deciso di produrre il loro primo EP. E si è reso così complice di un colpo di mano che, in un attimo, riporta il capoluogo della King County in un’era pre-grunge in cui stivali, pelle, glitter e rossetti infuocati la fanno ancora da padroni.

Proprio il chitarrista dei Pearl Jam si è pure prestato, insieme alla sua Pontiac del ‘78, per un cameo nel video di Speed Queen. Diretto da Cheryl Ediss, sembra iniziare – con una devastante rissa da bar tutta al femminile tra due squinternate gang di ballerine attaccabrighe (le Hotti Cauteratti contro le Silver Slits) – sul set della versione riot-grrrl di Road House e finire su quello di un remake "biker-friendly" di Thelma & Louise. Lo scopo? Far tornare alla ribalta il tema dell’emancipazione femminile in un’America, quella attuale, che pare avere bisogno di continui promemoria al riguardo.

Per esempio, il loro omonimo disco di debutto è pronto per uscire in primavera, ma per ora le quattro ragazzacce sono riuscite ad avere i diritti per il nome solo nello stato di Washington: per il resto degli Usa c’è ancora qualcuno che, appellandosi al Lanham Act del 1946, vorrebbe vietarlo in quanto “scandaloso” e “immorale”. Il che è quantomeno buffo, visto il tizio che siede nella Sala Ovale in questo momento.

Buffo e anacronistico come le migliori sceneggiature di fumetti, poiché Thunderpussy vs. Pussy Grabber potrebbe tranquillamente essere il titolo di un’epica storia targata Marvel ambientata ai giorni nostri. Una lotta senza esclusione di colpi, perfetta per continuare a sperare che, come spesso avviene in quei casi, anche qui vincano i buoni, alla fine.

O forse dovremmo dire – per scendere al livello del villain in questione – “le bòne”?

Quella volta che su Tinder uno le ha chiesto: «Mi mandi una tua foto sexy?»

Starcrawler

I Love LA

Come sarà il 2018 a livello musicale è difficile dirlo, ma è piuttosto probabile che una delle cose più brutalmente fresche e rock'n'roll che capiterà sarà l'album di debutto dei losangelini Starcrawler: età media sui diciannove anni, basso-chitarra-batteria sparatissimi e una spilungona alta 1.88 alla voce.

Arrow De Wilde – questo il nome della risposta femminile a Larry Bird – è qualcosa di più che una cantante: è una performer in grado di conferire a tutto ciò che tocca un'estetica esagerata, selvaggia, grezza (giovane e selvaggio: ecco come dovrebbe essere il rock).

Lei dice che deve tutto a Ozzy Osbourne (e in effetti il sangue finto, le camice di forza e gli sguardi assatanati, che sembra abbondino durante i loro live, da qualche parte arrivano). A noi pare che alcuni debiti siano stati contratti anche con parecchia altra gente, dagli Stooges alle Veruca Salt a – non ultimo – lo stesso Ryan Adams, se non altro perché del disco di esordio è il produttore. E scusate se è poco. Forse il rock'n'roll morirà, ma non quest'anno.

So' bbono, che ve devo dì?

The Vaccines

I Can't Quit

Mea culpa: non abbiamo mai preso troppo sul serio i Vaccines. I fatti ci stanno chiaramente dicendo che abbiamo sbagliato – e di grosso, forse.

Senza eccessivo clamore mediatico (o, meglio, senza pose glamour innaturali o trucchetti scandalistici già visti & sentiti), dal 2010 a oggi il gruppo inglese si è costruito la miglior carriera possibile in questa epoca di sfrenato consumismo musicale.

Alla vigilia del quarto album Combat Sports, i ragazzi londinesi inaugurano l'anno nuovo con un singolo che nulla toglie né aggiunge a quanto già sappiamo di loro (a meno che, testo alla mano, stiano confessando una pericolosa dipendenza da certe sostanze). Una canzonetta dannatamente orecchiabile e già ascoltata altre mille volte con un altro titolo, ma che svolge in modo egregio il proprio compito.

Se li incontrassimo per strada, non li riconosceremmo MAI, ma non si può avere tutto dalla vita. Non diventeranno delle autentiche "teenage icons", probabilmente, ma magari va a finire che i Vaccines salveranno il rock'n'roll contemporaneo. Un certo tipo di r'n'r, via...

Comic-Con 2018

Therion

Temple Of New Jerusalem

Fino a metà anni ’90, i Therion erano un promettente gruppo heavy metal dalla carriera in lenta ma costante ascesa. Non i migliori del lotto estremo svedese, ma nemmeno dei mestieranti. Anzi: palesemente devoti al culto dei Celtic Frost (come non esserlo?), esibivano via via una certa vena sperimentale che trovò in Lepaca Kliffoth il punto più elevato.

Dopodiché si sono trasformati nel sogno a occhi aperti del leader, Christofer Johnsson, e hanno abbracciato la causa dell’hard rock tradizionale unito alla musica classica e sinfonica. Gli Scorpions da una parte e Richard Wagner dall’altra: eh.

Accolta con clamore e favore, la svolta dei Therion è diventata poi una saga non sempre brillantissima e a tratti un po' troppo kitsch, sospesa fra le sfrenate ambizioni artistiche di Johnsson e dei mezzi non sempre all’altezza (in tutti i sensi).

Oggi si ripresentano con questo singolo che anticipa il nuovo album The Beloved Antichrist: un concept, ovviamente, basato sull'opera Il Racconto Dell'Anticristo del filosofo, teologo, poeta e critico letterario russo Vladimir Sergeevič Solov'ëv. Tre ore di musica: it's only rock'n'roll, come no.

I Therion volano sempre alto nelle intenzioni, giustamente incuranti degli eventuali sghignazzi altrui. Alla fine, nel magico mondo del metal, grandiosità e perseveranza vengono comunque premiate (quasi sempre).

Un giovane Lenny Kravitz ignaro di ciò che lo aspetta sotto il letto

Elbow

Golden Slumbers

Nel Regno Unito John Lewis è un’istituzione. Non parliamo ovviamente del filosofo marxista, ma della catena di centri commerciali che, dal 1864, svolge egregiamente il compito di mantenere attivo e in salute lo spirito capitalista del Regno Unito. In pratica un paradiso consumista dove non ti manca niente: immaginatevi Ikea, Brico, Unieuro, Leroy Merlin, Media World, Sephora, La Rinascente (e tutto il resto che della lista che non fa dormire il vostro portafogli, soprattutto durante le feste) in un unico, tangibile spazio terreno.

Non sarà difficile quindi credere che, al di là della Manica, ogni inverno non è mai ufficialmente Natale finché non compare in TV l’immancabile John Lewis Christmas Advert: tutti i santi anni, da ormai un po’ di tempo, un particolare artista interpreta un grande classico del pop con lo scopo di fare da colonna sonora a un meraviglioso microfilm ad alto budget (sempre e comunque un infinitesimo dei profitti dell’azienda, ci mancherebbe).

Quest’anno è toccato agli Elbow di Guy Garvey, che riescono a commuovere anche il cuore del più bieco commercialista con la loro versione di Golden Slumbers dei Beatles, e a Michel Gondry, che porta in scena un mostriciattolo adorabile – Moz The Monster – dal naso gigante e dal cuore tenerissimo e gli dà vita grazie al suo tocco inconfondibile.

Il video della canzone è niente altro che il backstage della pubblicità e, tra pezzi di stop-motion accennata, trucchetti visivi che sanno di magia pura e CGI così perfetta da sembrare reale, tutta l’atmosfera è estremamente “merry Christmas and happy new year”, nonostante non compaia mai – nemmeno sullo sfondo, per sbaglio – un camion della Coca-Cola.

E nonostante, soprattutto, quel finale agrodolce che ci lascia sempre lo stesso, atavico dubbio: Babbo Natale esiste davvero?

Beard is a state of mind

Jonathan Wilson

Over The Midnight

Quando il 2017 sembrava già aver esaurito la sua missione, ecco che è arrivato in zona Cesarini, servito su un vassoio d’argento pieno di tartine al paté, il nuovo singolo di Jonathan Wilson.

Proprio lui, uno dei più degni rappresentanti del "beard pop"; lui, che pareva atterrato nel tempo presente con un volo partito da Laurel Canyon nel 1971. Lui, che in un'annata così densa, si è sdoppiato tra Father John Misty (ha prodotto il suo ultimo album Pure Comedy) e Roger Waters (ha suonato la chitarra per lui in tour).

Over The Midnight anticipa il nuovo disco Rare Birds, in uscita il 2 marzo su Bella Union. Se l’atmosfera del singolo dovesse permeare tutto l’album (e lui dice di sì), i fan della prima ora potrebbero rimanere un po’ spiazzati. Jonathan nostro sembra totalmente posseduto dai War On Drugs, testimoniando ancora una volta quanto fascino eserciti, ora come ora, quella fetta di pop denso e tutto pieno di piano che ci faceva stringere il cuscino trent'anni fa.

«Rare Birds sarà un album “massimalista”, più influenzato dalla produzione inglese degli anni '80 che della California del Sud degli anni '70». Ti piace vincere facile, Jonathan.

Ma questa è una carezza sulla fronte, che ci fa sperare in un 2018 ricco di melassa.

Pirati lagunari

Talco

La Verità

Quindici anni di fiera attività indipendente sono valsi ai Talco una discreta fama europea, specie in Spagna e in Germania (e in particolare ad Amburgo o, meglio ancora, nell’Amburgo “ribelle” del quartiere St. Pauli e della relativa squadra di calcio, cui hanno dedicato l’omonimo inno).

C’è almeno un paio di motivi precisi che giustificano il culto underground dei ragazzi di Marghera: sono bravi – riff azzeccati, fiati arrembanti e ritornelli vincenti, spesso esaltati da un ritmo che ti porta via – e hanno le idee molto chiare a livello artistico e soprattutto politico – apertamente schierati a sinistra, ma di certo non quella dei cadreghini e dei salotti buoni italiani.

La Verità anticipa il nuovo album And The Winner Isn’t: qui la loro punkchanka è immersa fino al collo in quello ska core che negli anni ’90 faceva sfracelli. Come riflesso condizionato, anche se non vi piace l'"aria" dei centri sociali, potreste ritrovarvi a battere il piedino di nascosto.

La controcultura rock è stata quasi del tutto anestetizzata, ormai, ma i Talco sono ancora in prima linea per difenderne il senso e il valore. Se gradite, supportateli in modo attivo o perlomeno assicuratevi che non facciano la fine dei soldati fantasma giapponesi.